Perché la guerra tra gli scimpanzè in Uganda appassiona così tanto il web
In Uganda, nel parco nazionale di Kibale, vive la più numerosa popolazione di scimpanzè del mondo. Ha circa 200 esemplari e prende il nome da Ngogo, la più vicina località abitata dagli umani.
Qualche giorno fa, la rivista Science ha pubblicato uno studio che documentava la progressiva spaccatura degli Ngogo in due gruppi nemici, iniziata nel 2015 e sfociata ormai in una vera e propria “guerra civile”.
I dati, aggiornati al 2024, confermavano la morte di almeno 19 cuccioli e 7 adulti.
Quasi tutte le vittime appartenevano al gruppo degli “Ngogo centrali”, che è stato assalito dal gruppo degli “Ngogo occidentali” e a quanto pare non è riuscito ad approntare una buona strategia difensiva.
Tutti pazzi per Ngogo
Lo studio ha suscitato all’istante una curiosità irresistibile.
È stato rilanciato dal New York Times e dal Wall Street Journal, dalla BBC e dalla NBC, dal Guardian e dalla Reuters, per non parlare dei portali dedicati come Scientific American.
Inutile aggiungere che i social media si sono scatenati coi commenti.
“Dovremmo armare e addestrare gli scimpanzè moderati”, hanno suggerito alcuni utenti di Twitter/X.
“Ecco finalmente un conflitto in cui Witkoff può fare da mediatore” hanno osservato i critici di Trump.
Ma anche i trumpiani hanno i loro sassolini da togliersi: “USAID ha dato soldi a svariati progetti di conservazione della fauna in Uganda, quindi tecnicamente le mie tasse stanno finanziando entrambe le fazioni”.
“Dietro la guerra civile degli scimpanzè c’è lo zampino di Israele” avverte qualcun altro, “svegliatevi, cazzo!”.
Quando poi i media hanno diffuso i presunti video degli scontri tra i primati, c’è chi ha subito colto la palla al balzo: “Fateci caso, nessuno ha ammazzato il giornalista”.

Wikipedia ha creato in tempo reale la pagina sul conflitto, descrivendo nel dettaglio schieramenti, perdite e ipotesi sulle cause, mentre un blogger militare russo si cimentava nel disegnare le mappe delle operazioni all’interno della riserva naturale.
“Incredibile”, ha commentato una utente,
“le carte strategiche di una guerra civile tra scimpanzè sono uscite prima di GTA 6”.
Ma perché ci sentiamo così attratti da questo massacro tra scimmie in una foresta sperduta?
Twitter come Omero
Il tono ironico di molti commenti ci suggerisce una prima risposta: è un modo per sdrammatizzare.
In un’epoca di angoscia sempre crescente per le guerre tra umani, applicare il lessico bellico agli scimpanzè ci concede qualche minuto di sollievo e di leggerezza.
Potrebbe sembrare un atteggiamento stupido e non molto risolutivo di fronte alle crisi mondiali.
Eppure un motivo ci sarà se già ad Omero, nell’antica Grecia, veniva attribuito un poemetto sarcastico che narrava la battaglia delle rane contro i topi (quella Batracomiomachia che più d’uno di noi si è dovuto sorbire al liceo).
Si credeva, insomma, che persino il grande Omero, tra una celebrazione di Achille e un lamento su Ettore, avesse sentito il bisogno di svagarsi immaginando una guerra rimpicciolita, combattuta da animaletti e quindi resa buffa, patetica e in ultima analisi non dolorosa.
Ma la verità è che, se la guerra delle scimmie ci attirasse solo come divertimento grottesco che attenua la paura della guerra umana, non conquisterebbe con tanta facilità le prime pagine dei grandi giornali internazionali.
Per conquistarle, purtroppo, una notizia deve spesso presupporre qualche retropensiero crucciato e pedante, al quale il lettore deve essere pedagogicamente introdotto prendendo spunto dalla notizia.
E di quale retropensiero si tratterà mai, in questo caso?
L’ossessione per lo “stato di natura”
Ma è ovvio. Leggiamo le conclusioni degli stessi autori dello studio: “Questo studio incoraggia una rivalutazione degli attuali modelli sulla violenza collettiva tra gli umani. Se i gruppi di scimpanzé possono polarizzarsi, dividersi e impegnarsi in aggressioni letali senza i costrutti culturali tipici degli umani, allora le dinamiche relazionali potrebbero svolgere un ruolo più rilevante nel causare i conflitti umani di quanto spesso si supponga”..
Per dirla con Wired (che è solo una delle più seriose tra le testate seriose): “La guerra civile tra scimpanzè ci insegna qualcosa sui conflitti umani”.
Perché mai una lotta tra scimpanzè dovrebbe insegnarci qualcosa sulle lotte tra umani, in realtà, non è molto chiaro.
Certo, l’idea è allettante. Se davvero, come dicono gli autori, “molti conflitti potrebbero scaturire dal deterioramento delle relazioni interpersonali, piuttosto che da divisioni etniche o ideologiche radicate” e “potrebbe essere nei piccoli, quotidiani gesti di riconciliazione e riavvicinamento tra individui che troviamo le opportunità per la pace”, potremmo disfarci di una lunga serie di spiegazioni strampalate sul perché esistano le guerre: dalla “lotta di classe” al “patriarcato sistemico” alla “avidità dei mercanti di armi”.
Non male come prospettiva.
Non è una novità, peraltro, che l’uomo occidentale si chieda come avrebbe vissuto “nello stato di natura”, ovvero in una condizione originaria senza leggi scritte, tecnologie o autorità costituite.
Da sempre va alla ricerca disperata di altri esseri che assomiglino al modo in cui lui, nelle sue fantasie, si immagina di essere stato in un remoto passato senza civiltà.
La sua speranza segreta è proprio trovare la causa originaria di tutte le violenze, il “peccato originale” che insanguina la nostra specie, e, di conseguenza, la ricetta magica per fuoriuscirne.
Tradizionalmente, i filosofi si ispiravano ai resoconti dei viaggiatori sui “selvaggi” delle Americhe o del Pacifico. Così, tra gli altri, Hobbes, Locke, Rousseau, Freud e Bergson.
Oggi fare questo sarebbe ridicolo e offensivo, e quindi ripieghiamo sulle scimmie: dopotutto sono o non sono una sorta di pre-umani, così simili a noi per tanti gesti, per tante espressioni facciali e per tante emozioni?
Sarebbe bello, ma la risposta è “no”.
L’ultimo antenato in comune che noi e gli scimpanzè abbiamo avuto era un grosso scoiattolo vissuto circa 7 milioni di anni fa.
Se oggi tendiamo a vedere lo scimpanzè come un pre-uomo e non come un mega-scoiattolo è per la nostra eterna tendenza, così ben compresa da Giambattista Vico, a “fare di noi stessi regola dell’universo”, umanizzando e descrivendo in termini umani tutto ciò che non conosciamo abbastanza.
Alcuni studi, peraltro, hanno stimato che i neuroni di un primate abbiano meno sinapsi di quelli di un topo: può darsi che si sbaglino, ma il paragone con i roditori è meno infondato di quanto sembri.
Pensiamo a questo, inoltre: un bambino di nemmeno tre anni ha capacità cognitive e linguistiche superiori a quelle di qualunque scimpanzè. Le circa 390 combinazioni di suoni che gli scimpanzè producono per reagire a determinati eventi non sono neanche lontanamente paragonabili agli astrusi racconti che fa mia figlia su cose che non le sono mai capitate o su personaggi delle fiabe che non sono mai esistiti.
E tuttavia, se uno scienziato pretendesse di rintracciare la matrice di ogni violenza collettiva nel comportamento dei bambini di tre anni, gli daremmo ben poco credito.
Lo stesso, a maggior ragione, vale con gli scimpanzè.
Incidenti a cavallo e incidenti aerei
I cronisti della guerra di Ngogo si illudono che:
1) Noi siamo solo una versione più sofisticata delle scimmie;
2) Ma la causa prioritaria delle nostre guerre non rientra in questa sofisticazione;
3) Dunque studiando le guerre delle scimmie possiamo spiegare anche le nostre.
Ebbene, anche ammesso e non concesso che la prima premessa sia vera, la seconda è del tutto arbitraria e indimostrabile.
Il sogno di rinvenire nella scimmia un uomo semplificato, dove osservare in forma semplificata gli stessi fenomeni che si osservano nell’uomo, è destinato a rimanere un sogno.
È come se il pilota di un aereo supersonico, nel momento in cui avesse un’avaria, si mettesse a studiare le cadute da cavallo per cercare la causa originaria di tutti gli incidenti che possano avvenire durante i viaggi.
Per comprendere le ragioni delle nostre guerre non esistono scorciatoie: bisogna seguire la strada ripida e faticosa, che consiste nel consultare la mole immensa di documenti e dati prodotti da chi visse quelle guerre, le raccontò e rifletté su di esse.
E nel percorrere questa strada, nove volte su dieci, lo studioso onesto finisce per alzare le braccia e per ammettere con candore che non esiste qualcosa come “la causa originaria delle guerre o “l’idea platonica di guerra”.
Esiste quel caleidoscopio pazzo e imprevedibile che chiamiamo l’homo sapiens e che, purtroppo o per fortuna, non smetterà mai di stupirci.








