Guardiane della Vita 4.5.0 a Milano: arte, testimonianza e responsabilità europea
Dopo le tappe di Livorno e Pisa, nel marzo 2026 il progetto “Guardiane della Vita 4.5.0” è arrivato anche a Milano, portando al centro del dibattito non solo il conflitto armato, ma il lavoro quotidiano di chi, lontano dai riflettori, salva vite a pochi metri dalla linea del fronte.
Il progetto, ideato e curato da Yuliya Faccin, è una mostra fotografica che racconta le storie delle paramediche volontarie dell’organizzazione Hospitallers, impegnate nelle evacuazioni mediche nelle zone di combattimento. Attraverso immagini e testimonianze dirette, costruisce una narrazione che unisce arte e documentazione, restituendo una dimensione profondamente umana della guerra.
Al Collegio di Milano, la mostra e la conferenza hanno dato vita a uno spazio di confronto tra testimonianza diretta, analisi culturale e responsabilità europea. Accanto alla curatrice è intervenuta Tetiana Romaniuk – nome di battaglia Rudi, medico di evacuazione e protagonista del progetto, arrivata direttamente dal fronte.
La presenza di relatrici come Oleksandra Matviichuk e Yaryna Grusha ha ulteriormente ampliato la prospettiva, trasformando l’evento in un momento di approfondimento sulla guerra, sui diritti umani e sul ruolo della cultura nel contesto europeo contemporaneo.

Ciao Yuliya, piacere di ritrovarti. Che significato ha avuto portare il progetto a Milano?
Dopo Pisa e Livorno, il trasferimento del progetto a Milano – grazie all’invito del Collegio di Milano – non è stato solo uno spostamento geografico, ma un passaggio verso un altro livello culturale. A Milano il progetto entra nello spazio del grande discorso artistico europeo, dove l’arte si legge attraverso l’etica e la responsabilità sociale. È anche un cambiamento di “tonalità” – da una percezione locale a un dialogo internazionale con studenti provenienti da diversi Paesi.
Che valore ha avuto la partecipazione di Oleksandra Matviichuk?
La partecipazione di Oleksandra Matviichuk aggiunge al progetto un peso intellettuale e morale. La sua presenza sposta il focus dalla percezione emotiva della guerra alla comprensione strutturale dei diritti umani, della responsabilità del mondo e della dimensione giuridica dei crimini. Di fatto conferma l’importanza di trasformare l’arte in una forma di testimonianza che ha conseguenze. E, naturalmente, la potente frase di Oleksandra: “Ukrainian women are not victims; Ukrainian women are fighters” ha dato il tono all’intera serata.

Che cosa ha rappresentato la presenza di Tetiana “Rudi” Romaniuk?
La presenza di Tetiana “Rudi” Romaniuk funziona come un momento di radicale concretizzazione. Non è più un’immagine o un’interpretazione, ma una persona reale che incarna l’esperienza all’interno dello spazio artistico. La sua presenza rompe la distanza tra “spettatore” ed “evento”, costringendo a ripensare la natura stessa della mostra come luogo d’incontro e non di semplice osservazione.


Quanto cambia la percezione del pubblico quando, accanto alle immagini, incontra una protagonista reale della mostra?
Quando si incontra una persona arrivata dal fronte che subito dopo torna là dove la guerra continua, cambia la percezione stessa della realtà.
Tetiana raccontava che, nelle pause tra le evacuazioni dei feriti e dei caduti, crea mosaici fantastici con frammenti di monumenti ucraini distrutti – come pezzi di memoria ricomposta. Dice che non ha nulla che le sia rimasto in eredità: la casa dei suoi nonni è sotto occupazione. E l’unica cosa che può trasmettere ai suoi futuri figli sono questi mosaici, in cui sono codificati antichi simboli e ornamenti ucraini. E aggiunge piano: “se sopravviverò”.
Ed è proprio allora che è avvenuto il punto di rottura.
Ho visto gli occhi dei giovani che ascoltavano il suo racconto: in quel momento la guerra ha smesso di essere un tema o un’immagine, ha smesso di essere un oggetto, ed è diventata un soggetto ‘ attraverso la presenza viva di una singola esistenza concreta.
Tra l’altro, uno dei mosaici Tetiana lo ha lasciato in Italia. Il nostro obiettivo è trovare un benefattore o un’asta in cui quest’opera venga venduta, e tutti i fondi saranno trasferiti direttamente al fondo ufficiale “Hospitallers”. Queste risorse serviranno a coprire spese mediche e forniture di protezione per i medici e i paramedici volontari al fronte.

In che modo eventi come questo possono trasformarsi anche in un sostegno concreto per gli Hospitallers?
Questo tipo di evento è importante perché mostra a ciascuno come trasformare l’emozione in azione: se una ragazza così fragile compie gesti così forti, cosa posso fare io?
In questo modo si passa gradualmente verso una solidarietà che diventa fiducia e poi ricerca di aiuti concreti – finanziari, medicinali, partnership, attenzione a lungo termine su questo tema. Non si tratta più solo di beneficenza, ma di una posizione che incide su destini concreti.
Nel dialogo tra pubblico e relatrici, e nella riflessione sul contenuto del progetto, si cristallizza una forte consapevolezza comune di responsabilità personale che – senza retorica – può influire su questioni di vita o di morte.

Qual è il messaggio principale che questa tappa ha lasciato al pubblico europeo?
Il messaggio principale per il pubblico europeo attraverso il progetto è che la scelta della propria direzione, la ricerca dei propri valori, dell’onore e della responsabilità non è semplice, ma è proprio lì che risiede una forza capace di cambiare il mondo.
E inoltre, che l’arte nella nostra realtà frammentata può svolgere la funzione di strumento etico: ogni singola storia contiene una guerra intera, ogni frammento – una cultura intera, ogni incontro personale – un riflesso dell’esperienza globale. E allo stesso tempo, in ogni frammento esiste la possibilità di ricostruzione del tutto.
E ciascuno di noi, attraverso l’azione, diventa un Guardiano: della Vita, del Senso e, infine, della Vittoria.

Yuliya Faccin, autrice e curatrice del progetto “Guardiane della Vita 4.5.0”, storica dell’arte.
https://www.hospitallers.charity/pidtrymka/










