La Groenlandia a Davos, ovvero la geopolitica del ricatto e della forza

Gustavo Micheletti
24/01/2026
Radici

L’arrivo di Donald Trump al Forum economico mondiale di Davos, preceduto da un guasto elettrico al suo aereo che ha costretto a una partenza ritardata, è diventato rapidamente qualcosa di più di un episodio tecnico o di colore. In un contesto internazionale già segnato da tensioni strutturali, il messaggio politico che Trump ha affidato alle sue prime dichiarazioni è apparso immediatamente carico di implicazioni: il problema centrale, oggi, non sarebbe la Groenlandia, bensì l’Ucraina. Una frase apparentemente distensiva, che però, letta nel contesto delle settimane precedenti e delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti sugli alleati europei, assume i contorni di un sottinteso inquietante.

Mercantilismo territoriale: sostegno all’Ucraina in cambio dell’Artico

Il senso implicito del discorso è chiaro: la questione groenlandese può essere momentaneamente accantonata nel linguaggio, ma non nella sostanza; l’Ucraina resta il dossier prioritario solo nella misura in cui l’Europa accetti di non ostacolare, o addirittura di agevolare, la proiezione americana sull’Artico. Non si tratta di un baratto esplicitato, ma di una logica di scambio che emerge dal modo stesso in cui Trump ordina le priorità e le rende reversibili. La geopolitica, in questa visione, non è cooperazione tra alleati, bensì una contrattazione permanente fondata sul rapporto di forza.

È precisamente questo il punto: la Groenlandia non è un capriccio estemporaneo, né un tema marginale, ma il simbolo di una mutazione profonda dell’ordine occidentale. Il tentativo americano di ridefinire il controllo strategico dell’isola – formalmente legata alla Danimarca, ma cruciale per rotte, risorse e posture militari – non è separabile dalla crisi dell’alleanza euro-atlantica, bensì ne è uno dei sintomi più evidenti. Quando Trump afferma che oggi “il problema è l’Ucraina”, non smentisce affatto la centralità della Groenlandia: la utilizza come leva negoziale, come posta silenziosa sul tavolo.

L’Ucraina, del resto, è il terreno su cui si misura la credibilità politica e morale dell’Occidente

Il sostegno a Kyiv non è soltanto una questione militare, ma un test di coerenza rispetto ai principi proclamati dopo il 1945. Proprio per questo, il modo in cui Trump collega – o meglio, separa strumentalmente – il dossier ucraino da quello groenlandese rivela una concezione radicalmente diversa dell’alleanza. L’unità occidentale non è più un presupposto, ma una variabile; la sicurezza comune non è un bene indivisibile, bensì una moneta di scambio.

Questa dinamica rivela una rottura storica, non una semplice divergenza tattica. L’idea che un alleato possa esercitare una pressione territoriale indiretta su un altro alleato, mentre contemporaneamente chiede unità e disciplina su un fronte di guerra come quello ucraino, segna un punto di non ritorno. Non è solo l’Europa a essere messa sotto pressione, ma l’intero impianto concettuale della NATO, fondata sul principio che la sicurezza di uno sia la sicurezza di tutti.


 “SOS – RISCALDIAMO L’UCRAINA” 

Davos diventa così il teatro simbolico di una contraddizione ormai scoperta

Da un lato, Trump si presenta come l’uomo che vuole “risolvere” il problema ucraino, rivendicando un realismo muscolare e decisionista; dall’altro, utilizza quella stessa guerra come strumento per ridefinire i rapporti di forza con gli alleati europei. Il messaggio che filtra è che l’impegno americano non è più garantito in quanto tale, ma condizionato all’accettazione di una nuova gerarchia di interessi, nella quale l’Europa occupa una posizione subalterna.

La Groenlandia, in questo quadro, assume un valore che va ben oltre la sua dimensione geografica. È il luogo in cui si manifesta la trasformazione dell’Occidente da comunità politica a spazio di competizione interna. L’Artico non è soltanto una frontiera economica o militare, ma una frontiera simbolica: lì si misura la differenza tra un’alleanza fondata su regole condivise e ispirate ai valori storici delle società liberaldemocratiche e una che invece è basata sulla legge del più forte.

In questo senso, le parole di Trump a Davos non ridimensionano affatto il conflitto sulla Groenlandia; lo normalizzano. Dicendo che “oggi” il problema è l’Ucraina, egli lascia intendere che domani potrebbe non esserlo più, o che potrebbe esserlo a condizioni diverse. La temporalità stessa della crisi diventa fluida, manipolabile, subordinata agli interessi strategici americani. È una logica che contrasta frontalmente con l’idea europea di stabilità, diritto internazionale e prevedibilità delle relazioni tra alleati.

Bivio europeo: accettare il ricatto o resistere

L’Europa si trova così di fronte a un bivio storico: accettare la logica del ricatto implicito, nella speranza di preservare almeno il sostegno sull’Ucraina, significherebbe legittimare una ridefinizione unilaterale dell’ordine occidentale. Resistere, al contrario, comporta il rischio di una crisi aperta con Washington, ma anche l’opportunità – forse l’ultima – di affermare una reale autonomia strategica e politica.

In questo quadro, Davos non è soltanto un forum economico, ma un luogo di verità. Il guasto tecnico che ha ritardato l’arrivo di Trump appare quasi metaforico: ciò che si è inceppato non è solo un aereo, ma il meccanismo stesso della fiducia transatlantica. La distinzione tra Ucraina e Groenlandia, presentata come una scelta di priorità, rivela in realtà un disegno più ampio, nel quale le crisi vengono gerarchizzate non in base ai principi, ma all’utilità negoziale che possono offrire.

La Groenlandia non è quindi solo una distrazione dal problema ucraino, ma la chiave per comprendere come l’Occidente stia cambiando natura. Le dichiarazioni di Trump a Davos non smentiscono quella diagnosi; la confermano. L’Ucraina resta il campo di battaglia visibile, ma la partita decisiva si gioca altrove, nelle pieghe di un’alleanza che non si riconosce più come tale.

La sopravvivenza dell’Occidente

In definitiva, non siamo di fronte a un semplice espediente retorico, ma a un passaggio storico. La politica estera americana, nella versione trumpiana, tratta i pilastri dell’ordine occidentale come variabili negoziabili in base alla legge del più forte. L’Europa è chiamata a decidere se accettare questa logica o se riconoscere, finalmente, che la vera posta in gioco non è soltanto l’Ucraina o la Groenlandia, ma la sopravvivenza stessa di un’idea condivisa e democratica di Occidente.

Quanto poi il Presidente americano ha dichiarato nel suo discorso ufficiale a Davos – dove in una specie di delirio affabulatorio di onnipotenza ha confuso l’Islanda con la Groenlandia e ha negato di volerla annettere con la forza per far capire che potrebbe farlo – non solo ha confermato questo scenario, ma lo ha reso ancora più esplicito e drammatico, richiamando alla memoria altri discorsi di altri autocrati o aspiranti tali, del presente e del passato, e ricordandoci che in fondo anche il Fascismo e il Nazismo si svilupparono e poi prosperarono in paesi che prima erano ben più democratici.

La differenza, non trascurabile, con quanto accadde allora è che, nel caso che la svolta impressa da Donald Trump al corso della storia e al destino dell’Europa dovesse rivelarsi irreversibile, il dominio di tre dittature che sono anche superpotenze nucleari si rivelerebbe implacabile, riducendo l’umanità a dover vivere a lungo sotto il controllo di tre regimi diversamente totalitari.


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