Governare la comunicazione: Meloni, Trump e l’evoluzione del linguaggio

Donatello D'Andrea
20/01/2026
Orizzonti

Per lungo tempo, la comunicazione politica è stata trattata come una funzione ancillare del governo: uno strumento di spiegazione, giustificazione e, nei casi più sofisticati, di persuasione. Questa impostazione presupponeva una sequenza lineare: decisione → comunicazione → consenso.

Oggi quella sequenza è saltata. In una fase di competizione sistemica permanente, la comunicazione non segue più l’atto politico, ma lo precede, lo condiziona e talvolta lo sostituisce.

Si assiste così a un passaggio strutturale dalla comunicazione di governo al governo della comunicazione

Il linguaggio non serve più soltanto a rendere legittime scelte già assunte, ma diventa una tecnologia di direzione politica capace di produrre effetti materiali: orienta le aspettative, vincola gli avversari, struttura l’agenda e definisce ciò che è percepito come possibile o inevitabile.

Questo mutamento non riguarda solo il contesto mediatico, ma investe il rapporto stesso tra parola e potere. Il linguaggio politico non è più un dispositivo rappresentativo; è un atto strategico. Donald Trump e Giorgia Meloni offrono due modelli distinti, ma entrambi coerenti, di questo nuovo paradigma. Nel primo caso, la comunicazione governa attraverso l’emanazione di potenza; nel secondo, attraverso la costruzione di legittimazione. In entrambi i casi, non si tratta di stile, ma di architettura del potere.

Trump e la comunicazione come potenza performativa

Nel caso di Donald Trump, il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale al governo della comunicazione si manifesta nella sua forma più esplicita e radicale. Trump non utilizza la comunicazione per spiegare il potere, né per legittimarlo a posteriori: la utilizza per emanarlo. La sua postura comunicativa coincide con una concezione muscolare e conflittuale della politica internazionale, in cui il linguaggio non accompagna l’azione ma la anticipa, la simula e spesso la sostituisce temporaneamente.

È in questo quadro che si colloca la diplomazia performativa. Trump trasforma la comunicazione diplomatica in una sequenza di atti linguistici ad alta intensità simbolica, pensati per produrre effetti reali sul campo percettivo prima ancora che su quello negoziale. Minacce, annunci, dichiarazioni unilaterali, affermazioni iperboliche non sono incidenti comunicativi, ma strumenti deliberati di pressione. La parola diventa un atto strategico, capace di ridefinire i margini del possibile senza ricorrere immediatamente alla forza materiale.

Questa diplomazia non è orientata alla costruzione del consenso multilaterale, ma alla bilateralizzazione del rapporto di forza. Trump parla sempre “a qualcuno”: a un alleato, a un nemico, a un competitor. Ma parla soprattutto davanti a un pubblico, interno ed esterno, che deve percepire la superiorità negoziale americana come dato di fatto. La comunicazione assume così una funzione deterrente: non chiarisce le intenzioni, le rende opache e quindi più temibili.

La dimensione performativa è centrale anche sul piano interno

Ogni gesto comunicativo di politica estera è pensato per rafforzare la narrazione del leader che “non arretra”, che “non chiede permesso”, che “fa rispettare l’America”. La prova di forza comunicativa serve contemporaneamente due platee: all’interno consolida il consenso delle correnti MAGA e dei settori neocon sensibili alla politica di potenza; all’esterno invia segnali chiari ai competitor sistemici. È un linguaggio che non cerca empatia, ma sottomissione percettiva.

Tuttavia, questa ostentazione di forza non esclude il compromesso. Al contrario, lo prepara. La diplomazia performativa trumpiana funziona come una fase preliminare del negoziato: alza il costo simbolico del rifiuto, ridefinisce l’asimmetria, costringe l’interlocutore a trattare da una posizione difensiva. Il vero lavoro diplomatico avviene spesso fuori scena, ma è reso possibile da una messa in scena pubblica che ha già riorganizzato il campo.

In questo senso, Trump incarna perfettamente l’idea di “comunicare il potere” nella sua accezione più grezza e al tempo stesso più efficace: la comunicazione non descrive la potenza, la produce. È un modello che rompe con la tradizione occidentale della diplomazia discreta e segna il passaggio a una fase in cui il linguaggio diventa esso stesso uno strumento di coercizione strategica.



Meloni e la comunicazione come legittimazione politica

Nel caso di Giorgia Meloni, il governo della comunicazione si configura come una gestione sistematica dei topoi e delle strategie discorsive finalizzata non alla persuasione contingente, ma alla produzione di legittimità stabile. La comunicazione non accompagna l’azione politica: ne costruisce le condizioni di accettabilità simbolica.

Dal punto di vista politolinguistico, il suo discorso pubblico si fonda su un uso ricorrente di topoi della normalità, della responsabilità e del riconoscimento. Non si tratta di argomentazioni esplicite, ma di schemi impliciti che orientano l’interpretazione. Il topos centrale è quello della normalità del potere: governare non è un’eccezione, ma una funzione ordinaria esercitata in continuità con l’interesse collettivo. A questo si affianca il topos della responsabilità internazionale, che giustifica le scelte politiche non come opzioni ideologiche, ma come necessità sistemiche.

Questi topoi vengono attivati attraverso precise strategie discorsive. Sul piano della denominazione, Meloni evita etichette conflittuali o polarizzanti quando parla di sé e del proprio ruolo, preferendo forme che rimandano alla funzione (“responsabilità”, “impegno”, “dovere”). Sul piano predicazionale, la leadership viene associata a tratti di affidabilità, concretezza e continuità, mentre il conflitto viene sistematicamente depotenziato sul piano semantico.

La messa in prospettiva è un elemento chiave

Gli eventi di politica estera non sono narrati come scelte strategiche astratte, ma come episodi di una relazione personale e istituzionale insieme. In termini di analisi del discorso, si tratta di una recontextualization: il contesto internazionale viene tradotto in un frame domestico, comprensibile e rassicurante. Non è l’Italia che viene raccontata al mondo, ma il mondo che viene restituito agli italiani come spazio ordinato, prevedibile, abitabile.

L’esempio dell’incontro con la premier giapponese e della rappresentazione visiva in stile anime è emblematico. Qui opera il topos del riconoscimento: se una leader straniera riconosciuta e culturalmente distante accetta una relazione informale e simbolicamente condivisa, allora la leadership nazionale risulta implicitamente legittimata. L’immagine non argomenta, presuppone. È un atto discorsivo performativo, non descrittivo.

Empatia come strategia di mitigazione

L’empatia, in questo schema, non è una qualità emotiva del leader, ma una strategia di mitigazione. Serve a ridurre la distanza tra governante e governati senza intaccare l’asimmetria di potere. La forza illocutiva del discorso viene modulata: il comando non è enfatizzato, ma reso naturale. È una forma di intensificazione indiretta: il potere non viene dichiarato, viene normalizzato.

Questa architettura discorsiva risulta particolarmente efficace nel confronto con l’opposizione. Schlein e Conte, privi di un proprio sistema di topoi alternativi, finiscono per muoversi entro un frame già definito. Schlein utilizza un linguaggio ad alta astrazione, dominato dall’ipotassi e da topoi valoriali generici, che faticano a tradursi in schemi di giustificazione immediatamente condivisibili. Conte, pur più vicino ai topoi della vita concreta, risente di una predicazione ambigua e di una postura comunicativa che non stabilizza l’identità del messaggio.

In questo senso, Meloni non vince perché comunica meglio, ma perché governa lo spazio discorsivo. Definisce quali argomenti sono legittimi, quali cornici sono disponibili e quali topoi risultano plausibili. Questo è il cuore teorico del passaggio: dal comunicare il governo al governare la comunicazione come infrastruttura simbolica del potere.

Nel quadro del governo della comunicazione, l’empatia assume una funzione strutturalmente diversa rispetto alla tradizione della comunicazione politica emotiva. Non opera come espressione di vicinanza sentimentale, ma come strategia discorsiva di legittimazione, finalizzata a ridurre il costo simbolico dell’esercizio del potere.



Rendere il comando “accettabile”

Dal punto di vista politolinguistico, l’empatia agisce come topos di armonizzazione: presuppone che tra governante e governati esista una continuità percettiva che rende il comando accettabile prima ancora che discutibile. È un’operazione di pre-allineamento cognitivo, che colloca l’azione politica in una cornice di normalità condivisa.

Sul piano delle strategie discorsive, l’empatia svolge una funzione di mitigazione della forza illocutiva. Le decisioni non vengono attenuate nei contenuti, ma nel modo in cui sono rese interpretabili. Il messaggio non è “io decido”, ma “ci muoviamo dentro una realtà che riconosciamo insieme”. La dimensione empatica non cancella l’asimmetria di potere, la rende simbolicamente sostenibile.

In questo senso, l’uso di registri informali, immagini relazionali e gesti di prossimità internazionale non produce consenso immediato, ma stabilizza l’autorità. L’empatia diventa così una tecnologia politica: non un linguaggio dell’opposizione, ma uno strumento di governo della percezione del potere.

Dalla comunicazione di governo al governo della comunicazione

L’analisi comparata delle posture comunicative di Donald Trump e Giorgia Meloni consente di individuare un passaggio che segna un punto di discontinuità rispetto alla tradizione della comunicazione politica così come è stata concettualizzata nel secondo Novecento. Non siamo più nel campo di una comunicazione funzionale al governo, ma in quello di una comunicazione che governa.

Nella cornice teorica di Gianpietro Mazzoleni, la comunicazione politica è stata storicamente interpretata come spazio di mediazione tra istituzioni, media e opinione pubblica; con una funzione prevalentemente esplicativa, persuasiva o legittimante. Anche nelle sue declinazioni più avanzate – personalizzazione, mediatizzazione, spettacolarizzazione – la comunicazione resta una variabile che accompagna l’azione politica, raramente la precede o la sostituisce.

Ciò che emerge oggi è uno slittamento strutturale

In contesti di competizione sistemica, frammentazione dell’ordine internazionale e crisi delle cornici multilaterali, il linguaggio politico non si limita più a raccontare decisioni già prese, ma interviene a monte del processo decisionale, orientando aspettative, delimitando opzioni, producendo effetti reali prima dell’atto formale. In questo senso, la comunicazione smette di essere solo rappresentazione e diventa direzione.

Qui il richiamo a Luciano Cavalli è decisivo. La sua riflessione sulla leadership come capacità di costruire consenso simbolico e di orientare le élite attraverso visioni condivise trova oggi una piena attualizzazione. Il leader contemporaneo non esercita potere soltanto attraverso l’autorità istituzionale o la decisione sovrana, ma attraverso la gestione strategica delle cornici di senso entro cui la realtà politica viene interpretata. Il potere non risiede più solo nell’atto, ma nella capacità di stabilire ciò che appare possibile, inevitabile o legittimo.

Il governo della comunicazione

È in questo spazio che si colloca il concetto di governo della comunicazione, che può essere definito nei termini seguenti:

Per governo della comunicazione si intende una modalità di esercizio del potere in cui il linguaggio politico, anziché limitarsi a spiegare o legittimare decisioni già assunte, diventa uno strumento diretto di direzione strategica. Attraverso parole, immagini, tempi e cornici narrative, il leader governa aspettative, percezioni e possibilità, orientando il comportamento degli attori interni ed esterni prima dell’atto decisionale e, in alcuni casi, in sua temporanea sostituzione.

Questa definizione consente di ricomporre fenomeni che, letti separatamente, apparirebbero eterogenei: la diplomazia performativa di Trump, fondata sulla messa in scena della potenza; la comunicazione empatica di Meloni, che utilizza il riconoscimento internazionale come dispositivo di legittimazione interna; la crescente irrilevanza di attori politici che restano confinati in una comunicazione reattiva, costretta a inseguire frame già definiti.

In questa prospettiva, l’empatia non è una qualità personale né un tratto stilistico, ma un topos discorsivo funzionale alla normalizzazione del potere. Allo stesso modo, la performatività non è retorica, ma produzione di effetti strategici attraverso il linguaggio. Il governo della comunicazione opera proprio qui: nel momento in cui il linguaggio non descrive la realtà politica, ma la organizza preventivamente.

La conseguenza teorica è chiara. La comunicazione politica non può più essere analizzata soltanto come ambito di trasmissione o come strumento di consenso. Deve essere studiata come forma autonoma di esercizio del potere, capace di anticipare decisioni, sostituirle temporaneamente e, in alcuni casi, renderle superflue.

In un sistema internazionale e interno sempre più instabile, governare la comunicazione significa governare il tempo, le aspettative e i margini del possibile. Chi non controlla questo spazio non perde solo la battaglia narrativa: perde la capacità di incidere sulla realtà politica stessa.