Il Golfo come pivot: perché l’intensificarsi del commercio UE-GCC è il banco di prova della diversificazione europea
Per anni la relazione tra l’Unione europea e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman) è stata raccontata in una sola direzione: idrocarburi che risalivano verso nord, capitali che si muovevano in senso inverso. I dati raccolti dall’Euro-Gulf Information Centre raccontano oggi una storia diversa e molto più strategica. Nel 2025 l’interscambio di beni tra i due blocchi ha toccato i 163,3 miliardi di euro, con il GCC salito al sesto posto fra i partner commerciali complessivi dell’Unione e l’UE divenuta il secondo partner del Golfo. Non è un’anomalia statistica, ma il sintomo di un riposizionamento.
Una bilancia che racconta una nuova divisione del lavoro
Il primo dato da leggere con attenzione è lo squilibrio rovesciato. L’Europa esporta verso il Golfo per 107,6 miliardi di euro (il 65,9% dell’interscambio) e importa per 55,7 miliardi (34,1%). Il vecchio cliché del rapporto fondato sul petrolio resta vero solo in parte: i combustibili minerali pesano ancora per il 71% delle importazioni europee dal Golfo, ma è la composizione dell’export europeo a segnalare il salto di qualità. Macchinari e apparecchiature meccaniche (20,1%), aeromobili e veicoli spaziali (9,6%), macchine elettriche, autoveicoli e prodotti farmaceutici disegnano un’economia europea che vende al Golfo precisamente ciò che la rende competitiva: alta tecnologia e manifattura avanzata.
Ancora più significativa è la traiettoria del commercio di servizi, raddoppiato in un decennio fino a 84,4 miliardi di euro nel 2024 (+119% dal 2014), e quella dell’export agroalimentare, salito a 10,4 miliardi con i cereali europei cresciuti di quasi il 50% in un solo anno. Sono i segnali di una relazione che esce dal recinto energetico per diventare integrazione economica a tutto campo.
Il Golfo come polizza assicurativa sulle catene del valore
È qui che il dato commerciale incontra la geopolitica. La crescita dell’interscambio UE-GCC non avviene nel vuoto: è parte organica della strategia europea di de-risking avviata dopo lo shock energetico del 2022 e la presa di coscienza della dipendenza dalle catene del valore cinesi. L’infografica lo mostra con chiarezza quando elenca il ruolo del Golfo come fornitore di sicurezza energetica e di filiera: il GCC è il primo fornitore dell’UE di olio raffinato (75% da Arabia Saudita e Kuwait), il primo di alluminio non lavorato (80% da Bahrain ed Emirati) e di polipropilene (92% dall’Arabia Saudita), oltre a coprire il 96% del gas di petrolio liquefatto importato e il 97% dell’idrogeno e dei gas rari.
Diversificare, per l’Europa, non significa azzerare la dipendenza dagli idrocarburi dall’oggi al domani, bensì ridistribuire il rischio. Dopo aver tagliato il legame con Mosca; Bruxelles ha bisogno di fornitori prevedibili e politicamente gestibili per energia, metalli leggeri, plastiche e gas industriale: materie prime su cui il Golfo è diventato indispensabile. Allo stesso tempo, le monarchie del Golfo perseguono le proprie strategie di diversificazione post-petrolifera (Vision 2030 saudita in testa) e cercano in Europa tecnologia, beni strumentali e know-how. L’incastro è quasi perfetto.

IMEC: l’infrastruttura che dovrebbe reggere l’architettura
Tutto questo, però, poggia su rotte fisiche che il 2026 ha reso drammaticamente fragili. Le tensioni nel Golfo e il rischio ricorrente di chiusura dello Stretto di Hormuz hanno ricordato all’Europa quanto sia esposta a interruzioni dei traffici critici. È in questa cornice che il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) assume un valore strategico che va ben oltre la logistica.
Lanciato a margine del G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, IMEC unisce in un unico sistema multimodale — porti, ferrovie, cavi digitali e infrastrutture energetiche — India, Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Israele ed Europa, con Italia, Francia, Germania e la Commissione europea tra i firmatari. La sua logica è triplice e parla esattamente la lingua della diversificazione europea. Primo, offre un’alternativa più rapida ed economica al congestionato Canale di Suez e alla rotta del Mar Rosso, oggi insicura. Secondo, colloca il Golfo non come terminale ma come pivot geografico del corridoio: Emirati e Arabia Saudita ne occupano il centro logistico, trasformando la rendita di posizione in capacità industriale. Terzo, è il principale tentativo occidentale di costruire un’alternativa credibile alla Belt and Road Initiative cinese.
Per l’Europa, IMEC è la spina dorsale fisica della relazione commerciale che le cifre già descrivono: una via per far arrivare cereali, macchinari, farmaci e idrogeno verde verso est e ricevere energia, metalli e plastiche verso ovest anche quando i colli di bottiglia tradizionali si chiudono. È, in altre parole, la versione infrastrutturale del de-risking.
La cautela d’obbligo
Sarebbe però un errore da think tank ingenuo presentare IMEC come un dato di fatto. A metà 2026 il corridoio resta più un quadro politico che un cantiere: mancano impegni finanziari vincolanti e tempistiche di costruzione definite, le frizioni tra India e Stati Uniti ne hanno rallentato lo slancio, e il mercato dell’idrogeno verde del Golfo — uno dei suoi presupposti — è ancora in larga parte da costruire. L’avanzamento più concreto procede oggi per via bilaterale, in particolare nell’asse con gli Emirati. Il Forum IMEC di Trieste del marzo 2026 ha confermato l’interesse italiano ed europeo, ma l’entusiasmo dei comunicati non ha ancora trovato pieno riscontro in un percorso realizzativo.
Resta il punto politico di fondo. I numeri dell’Euro-Gulf Information Centre certificano che il commercio UE-GCC è già una realtà matura e in espansione; IMEC è la scommessa su come renderlo resiliente. La diversificazione commerciale europea non si gioca soltanto sul chi — trovare nuovi partner oltre Russia e Cina — ma sul come: garantire che le rotte verso quei partner resistano alla prossima crisi di Hormuz. Il Golfo è diventato il banco di prova di entrambe le domande. E la risposta dirà molto sulla capacità dell’Europa di pensarsi, finalmente, come attore geoeconomico e non solo come mercato.








