Giugno 2026: la Russia che brucia e la memoria che non si arrende
La prima metà di giugno 2026 racconta una Russia sempre più chiusa, militarizzata e fragile.
Non attraverso una sola grande notizia, ma attraverso una sequenza di segnali che, messi insieme, compongono un quadro difficile da ignorare: raffinerie che bruciano, benzina che manca, spese militari fuori controllo, università sempre più costose, farmaci oncologici insufficienti, processi politici, censura digitale, repressione della memoria e nuove forme di solidarietà civile.
Aule e trincee
Il mese si apre con un dato apparentemente sociale, ma in realtà profondamente politico: studiare nelle università russe è diventato più caro di oltre il 10% dopo la riduzione dei posti a pagamento.
Le autorità giustificano la stretta con l’eccesso di laureati in economia, management e giurisprudenza, ma il risultato concreto è che migliaia di famiglie devono sostenere costi più alti per dare ai figli un’istruzione.
Anche l’università, in una società segnata dalla guerra, smette di essere un luogo di mobilità e diventa un altro punto di pressione economica.
Accanto a questo, il FBK [Fondazione per la lotta alla corruzione] pubblica un’inchiesta su Valerij Fëdorov, capo del VCIOM [Centro panrusso per lo studio dell’opinione pubblica], l’istituto che contribuisce a costruire l’immagine ufficiale del consenso intorno a Putin.
Secondo gli investigatori, attorno al VCIOM sarebbe esistita una rete opaca di appaltatori, mentre la famiglia di Fëdorov disporrebbe di appartamenti d’élite, automobili di lusso, borse Hermès e gioielli per somme incompatibili con i redditi ufficiali.
La notizia è quasi simbolica: chi misura il consenso vive dentro il sistema che quel consenso deve rendere credibile.
Ma il dato più strutturale riguarda la guerra.
Nei primi giorni di giugno emergono segnali di rallentamento nel reclutamento dei contrattisti dell’esercito russo, mentre il volume della raffinazione del petrolio scende ai livelli più bassi dal 2009 dopo una serie di attacchi contro le raffinerie.
La crisi del carburante comincia a toccare non solo la Crimea annessa e i territori occupati, ma anche regioni russe sempre più numerose. In alcune stazioni di servizio si introducono limiti alla vendita; altrove la benzina sparisce, compaiono code, buoni, QR-code, restrizioni.
La guerra, dunque, non è più soltanto una voce del bilancio o un racconto televisivo.
Entra nel pieno della vita quotidiana: nella benzina, nei prezzi, nei trasporti, nei voli, nelle vacanze cancellate, nei prodotti che mancano sugli scaffali della Crimea.
Dopo la benzina, nella penisola annessa cominciano infatti a sparire anche grano saraceno, zucchero, riso, farina, sale, pasta, olio vegetale. Il problema nasce dagli attacchi contro la strada “Novorossija”, una delle principali vie terrestri di rifornimento.
La logistica della guerra diventa logistica della scarsità.
Nessun obiettivo è al sicuro
Anche il territorio russo appare sempre più vulnerabile.
Il 3 giugno, giorno dell’apertura del PMEF [Forum economico internazionale di San Pietroburgo], San Pietroburgo e la regione di Leningrado subiscono uno dei più grandi attacchi di droni dall’inizio della guerra.
Pochi giorni dopo, il 6 giugno, l’attacco è ancora più massiccio: secondo le autorità, sulla regione vengono abbattuti 144 droni.
Si registrano incendi, evacuazioni, danni a obiettivi militari e petroliferi, ritardi all’aeroporto di Pulkovo. L’immagine è potente: mentre il forum economico promette stabilità, robot, tecnologia e “dialogo pragmatico”, la guerra entra nell’aria della città.
Gli attacchi proseguono nei giorni successivi. A Čeboksary prende fuoco lo stabilimento “VNIIR-Progress”, che produce componenti per droni e munizioni aeronautiche; a Samara brucia la raffineria Kujbyševskij di Rosneft’; nella regione di Vladimir vengono colpite infrastrutture petrolifere.
Il 14 giugno brucia a Rybinsk un deposito di Rosrezerv [Agenzia federale per le riserve statali], già colpito alla fine del 2025. Dopo l’attacco, gli abitanti parlano di una “pioggia di petrolio”: una patina nera, oleosa, appiccicosa su edifici, orti e sul fiume Volgotnja.
La guerra cade dal cielo anche come sostanza che sporca la terra.
Il governo russo, il 15 giugno, autorizza alcune raffinerie a produrre carburante con un contenuto di zolfo molto più alto rispetto allo standard Euro-5.
La misura, presa già nell’autunno 2025 e prorogata a tempo indeterminato, serve a ridurre il rischio di deficit. Ma il prezzo è alto: motori più esposti all’usura, sistemi di scarico danneggiati, ambiente più fragile.
Anche questo è un effetto interno della guerra: per sostenere il sistema, si abbassano gli standard.
La fragilità riguarda anche le infrastrutture civili.
Nel Kuban’, dopo una nuova rottura della diga sul fiume Kuban’, viene introdotto il režim ČS [regime di situazione d’emergenza] in quattro insediamenti.
Più di 4.300 ettari di campi vengono allagati, mentre la stanica Troickaja, con oltre 6.000 abitanti, resta sotto minaccia. I residenti raccontano di avere “chiuso le falle con i propri corpi”.
È un’immagine dolorosa e quasi letterale del rapporto tra cittadino e Stato: dove la protezione pubblica arretra, resta il corpo nudo delle persone.
Il lungo addio dell’Armenia
Sul piano internazionale, la Russia perde terreno anche nel cosiddetto spazio post-sovietico.
Nei primi giorni di giugno i canali federali russi intensificano le minacce contro l’Armenia e contro Nikol Pašinyan. In una trasmissione di Vladimir Solov’ëv, il politologo Sergej Micheev arriva a dichiarare che gli Stati post-sovietici esistono finché la Russia acconsente alla loro esistenza. È una frase rivelatrice: dice, senza diplomazia, che per una parte dell’élite imperiale russa l’indipendenza degli altri popoli resta una concessione revocabile.
Ma l’Armenia risponde con i fatti. Il partito di Pašinyan vince le elezioni parlamentari e può formare il governo da solo; l’Unione Europea prepara aiuti economici e aperture commerciali; il 15 giugno Erevan annuncia esercitazioni militari con Stati Uniti, Francia e Grecia.
È un altro segnale del raffreddamento tra Mosca ed Erevan, dopo il trauma del Nagorno-Karabach e la crisi dell’ODKB [Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva]. L’influenza russa non scompare, ma appare meno inevitabile.
Navalnyj vive ancora
Dentro la Russia, intanto, la repressione continua a estendersi.
Il 4 giugno Aleksej Naval’nyj avrebbe compiuto 50 anni. Al cimitero Borisovskoe di Mosca le persone portano fiori, lasciano biglietti, leggono poesie.
La madre, Ljudmila Naval’naja, ringrazia chi custodisce la memoria del figlio e ricorda le sue parole: “Non arrendetevi”.
Nello stesso giorno esce la versione audio di “Patriot”, letta dai familiari e da molte figure della cultura e dell’opposizione, mentre sul sito navalny.com viene pubblicato un archivio della memoria con testi, inchieste, video, fotografie, interviste e documenti.
In un sistema che prova a cancellare, archiviare diventa un atto politico.
La memoria di Naval’nyj non è più soltanto ricordo privato o lutto familiare: diventa infrastruttura morale dell’opposizione russa.
Per questo il potere continua a colpire tutto ciò che gli sta intorno. L’Unione Europea, il 15 giugno, introduce nuove sanzioni contro persone coinvolte nella persecuzione del FBK, nell’avvelenamento e nell’uccisione di Naval’nyj. Tra i sanzionati figurano procuratori, giudici, funzionari del MVD [Ministero degli Affari interni], dipendenti del FSB e soggetti collegati alle tecnologie di riconoscimento facciale usate contro manifestanti pro-Naval’nyj e contro la guerra.
La repressione non riguarda solo i grandi nomi.
Le università russe cominciano a espellere studenti dei VUC [centri di formazione militare] che rifiutano di firmare un contratto con il Ministero della Difesa.
Solo il 4% dei nuovi inoagenty [agenti stranieri] del 2025 ha ricevuto questo status per finanziamenti esteri: nella stragrande maggioranza dei casi basta ormai la formula vaga dell’“influenza straniera”.
“Memorial” e più di 30 organizzazioni collegate vengono inserite nella lista degli “estremisti e terroristi”.
Maria Ponomarenko, giornalista detenuta dall’aprile 2022, riceve una nuova pena.
Un abitante di San Pietroburgo viene multato per frasi dette in una videochiamata privata su WhatsApp, dopo la denuncia dell’interlocutore. Il confine tra pubblico e privato si dissolve.
Chiude anche la app di regime
Anche il mondo digitale viene progressivamente chiuso.
Il messenger statale Max viene rimosso dall’App Store e perde più della metà della propria attività.
App Store stesso funziona con interruzioni in Russia. Roskomnadzor discute con le aziende IT la creazione di una GosVPN [VPN statale], idea che alcuni esperti russi definiscono tecnicamente irrealizzabile.
I servizi russi cominciano a limitare l’accesso tramite Gmail: Avito (sito e app nazionale di annunci commerciali) avverte gli utenti che non è più consentito usare servizi stranieri per l’autorizzazione.
La sovranità digitale, presentata come indipendenza, assume sempre più spesso la forma di un recinto.
Sul piano sociale, i segnali sono altrettanto inquietanti.
In almeno 16 regioni mancano farmaci oncologici a base di platino.
Il costo dei campi estivi per bambini cresce fino al 21% in alcune regioni.
Un’inchiesta di “Vërstka” [testata indipendente russa] e della University of Helsinki mostra che almeno metà dei casi di violenza sui bambini in Russia avviene in casa, mentre la pena più diffusa resta una multa di 5 mila rubli.
Un partecipante alla guerra contro l’Ucraina, già graziato dopo un omicidio, viene condannato all’ergastolo per l’uccisione dell’ex moglie e della figlia di sette anni di lei. È una delle conseguenze più oscure della pratica di mandare al fronte detenuti per poi restituirli alla società come uomini “redenti” dalla guerra.
La guerra divora anche il bilancio.
Secondo i calcoli di Janis Kluge, nei primi tre mesi del 2026 quasi il 46% delle spese federali russe sarebbe stato destinato alla guerra.
Se la tendenza continuasse, i costi per l’esercito potrebbero arrivare entro l’anno a circa il 10% del PIL. Nello stesso tempo il grande business si prepara a possibili licenziamenti, mentre alcuni deputati del KPRF [Partito comunista della Federazione Russa] parlano apertamente di rischio di “esplosione sociale” e chiedono un piano pubblico per la fine della “SVO” [operazione militare speciale, formula ufficiale russa per la guerra contro l’Ucraina].
Attacco all’anima dell’Ucraina
Il 15 giugno, infine, arriva anche la notizia dei danni culturali causati dall’attacco russo contro Kiev nella notte del 12 giugno: la Kyjevo-Pečers’ka lavra [Lavra delle Grotte di Kiev], il complesso “Mystec’kyj arsenal” [Arsenale artistico], lo studio cinematografico Dovženko, la Casa della musica d’organo e da camera a Dnipro.
Alla Lavra prende fuoco il tetto della Cattedrale della Dormizione; nello studio Dovženko viene distrutto il laboratorio dei costumi, con la più grande collezione di costumi di scena del Paese.
La guerra colpisce anche archivi, musei, chiese, memoria artistica: cioè ciò che permette a un popolo di riconoscersi nel tempo.
Eppure, dentro questo quadro, non c’è solo distruzione.
La settimana di solidarietà con i prigionieri politici raccoglie milioni di rubli. Leonid Volkov organizza una diretta di scacchi; Marija Pevčich e Aleksandr Štefanov raccolgono oltre due milioni in streaming; corse di beneficenza si svolgono in 45 città del mondo; il fondo “Ty ne odin” [Non sei solo] continua a sostenere detenuti e famiglie.
Il 14 giugno la maratona in sostegno dei prigionieri politici raccoglie 14.224.042 rubli, più dell’anno precedente.
Questi numeri non possono competere con i miliardi della guerra.
Ma il loro significato non sta nella quantità assoluta. Sta nel fatto che, mentre lo Stato investe enormi risorse per isolare, punire e spaventare, una parte della società russa continua a costruire legami: pacchi, medicinali, avvocati, lettere, corse, donazioni, archivi, parole salvate dal carcere.
La speranza russa, oggi, non assomiglia all’ottimismo. È più sobria e più difficile: è la decisione di non lasciare soli i prigionieri, di non consegnare la memoria al potere, di non accettare che la Russia coincida soltanto con droni, denunce, propaganda e paura.
Due Russie
Nei primi quindici giorni di giugno 2026 vediamo dunque due Russie.
La prima brucia carburante, abbassa standard ecologici, militarizza scuole e università, minaccia i vicini, cancella organizzazioni storiche, processa artisti, usa la guerra come criterio di fedeltà.
La seconda porta fiori alla tomba di Naval’nyj, legge “Patriot”, raccoglie denaro per i prigionieri politici, difende gli avvocati perseguitati, conserva documenti, corre per chi è rinchiuso, continua a dire “non arrendetevi”.
La seconda Russia oggi è più fragile, più dispersa, spesso in esilio o in carcere. Ma proprio per questo resta decisiva.
Perché un Paese non è soltanto il suo potere. È anche la memoria di chi è stato ucciso, la voce di chi è imprigionato, la fedeltà di chi non dimentica. E finché questa memoria resisterà, la Russia non apparterrà interamente a chi la governa.









