Giornalismo contro propaganda: perché Maurizio Molinari è sotto attacco
Francesca Albanese torna a far discutere. La relatrice ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi ha accusato Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, di condurre un’informazione “orientata e irresponsabile”, insinuando che il quotidiano favorisca una narrazione filoisraeliana.
Un attacco frontale che travalica la critica giornalistica per assumere i tratti di una delegittimazione personale e professionale. Ma al di là del caso specifico, l’episodio solleva interrogativi profondi sullo stato del dibattito pubblico, sul ruolo dell’informazione e sulla qualità del confronto pubblico attorno al conflitto israelo-palestinese, in Italia e non solo.
Un attacco che non è solo personale
L’affondo contro Molinari non cade nel vuoto. Da mesi, l’Italia è attraversata da un clima crescente di polarizzazione attorno alla guerra tra Israele e Hamas, con toni che spesso degenerano nella demonizzazione dell’avversario.
Ma colpire un giornalista – peraltro alla guida di una delle principali testate italiane – significa colpire il principio stesso di libertà di stampa. È legittimo criticare l’impostazione editoriale di un quotidiano; è legittimo dissentire da una linea politica o culturale. Ma insinuare secondi fini, disinformazione o complicità in “propaganda bellica”, senza un fondamento fattuale solido, mina le basi del confronto democratico.
Maurizio Molinari non è nuovo ai detrattori, ed è facile capire perché: la sua posizione è esplicitamente atlantista, liberale e filoeuropea, come dimostrano gli editoriali pubblicati negli ultimi mesi.
Non è detto, ovviamente, che sostenere l’offensiva di Israele in questa fase sia da atlantisti liberali e filoeuropei, ma è fuori di dubbio che la coerenza con questi princìpi rende Molinari un bersaglio succulento.
In un tempo in cui molti preferiscono abbracciare narrazioni semplificate o partigiane, chi riesce a esprimere idee forti pur mantenendo un approccio critico e fondato sui fatti rischia sempre di essere trattato alla stregua di un propagandista qualunque di uno dei due fronti in lotta.
Le ambiguità di Francesca Albanese
Le asserzioni della relatrice speciale ONU sono da tempo oggetto di controversia: quando definisce quelle di Molinari “orientate e irresponsabili” non lo fa proprio dal pulpito migliore.
Albanese infatti ha dimostrato un’attitudine a esprimere posizioni unilaterali, spesso incapaci di riconoscere la complessità del conflitto. Il suo linguaggio, intriso di retorica accusatoria, riduce lo spazio per il dialogo e compromette la credibilità stessa dell’istituzione che rappresenta.
L’ONU, per quanto spesso sia inefficace sul piano operativo, dovrebbe mantenere un ruolo di equilibrio e garanzia. Quando uno dei suoi funzionari si abbandona a toni militanti, non solo indebolisce la propria missione, ma offre argomenti a chi vorrebbe delegittimare del tutto il multilateralismo internazionale.
Non si tratta di negare le sofferenze del popolo palestinese o di ignorare le responsabilità del governo israeliano. Si tratta, piuttosto, di evitare una narrazione ideologicamente sbilanciata, che non fa che radicalizzare lo scontro e allontanare le possibilità di soluzione politica.
Difendere il pluralismo in sé, non una sola fazione
Il caso Molinari-Albanese è emblematico di una deriva in cui l’informazione libera viene attaccata non per ciò che scrive, ma per ciò che rappresenta.
In un contesto avvelenato dalla disinformazione e dalla radicalizzazione, è essenziale difendere il diritto di un giornalista a esprimere analisi fondate, anche se non allineate con la moda del momento.
Chi conosce il lavoro di Maurizio Molinari sa che la sua lettura degli eventi internazionali è spesso rigorosa, documentata e saldamente ancorata ai valori del liberalismo democratico. Può essere contestata, certo, ma solo nel merito e con argomentazioni.
È proprio in tempo di guerra che il pluralismo diventa più fragile. E chi pretende di difendere i diritti umani dovrebbe saperlo. La libertà di parola, la possibilità di dissentire, la responsabilità dell’informazione sono pilastri irrinunciabili di ogni società aperta.
Un confronto che merita più serietà
Serve una discussione pubblica che abbandoni le logiche del sospetto e della delegittimazione. Francesca Albanese ha il diritto – e il dovere – di denunciare le violazioni del diritto internazionale, ma non può farlo svilendo il ruolo della stampa libera. Allo stesso modo, giornalisti come Molinari devono poter svolgere il proprio mestiere senza essere messi alla gogna per le proprie opinioni.
Chi crede nell’Europa come spazio di diritto, democrazia e responsabilità condivisa dovrebbe difendere con forza questi principi. Perché senza stampa libera non c’è opinione pubblica informata. E senza opinione pubblica, la politica internazionale diventa un’arena per slogan, non per soluzioni.








