Giorgetti scrive in buon italiano quel che Salvini ha promesso a Putin
La Lega ha una sola vocazione politica: quella di eseguire, più o meno direttamente, il mandato che Vladimir Putin ha affidato alle forze filorusse in Europa, contrastare il riarmo europeo e dunque ostacolare politicamente e tecnicamente l’aumento degli investimenti militari dell’Unione. Una sola vocazione, con due maschere: da un lato quella di Matteo Salvini e Roberto Vannacci, diretti e provocatori nel denunciare il “riarmo europeo” come una follia; dall’altro il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che veste lo stesso messaggio con toni istituzionali, urbani, rivestiti di numeri e di prudenza contabile.
“L’aumento della spesa in difesa dovrà essere graduale, onde garantire una coerenza con lo sviluppo dell’offerta nazionale e non spiazzare altre componenti di spesa con un impatto significativo sulla crescita potenziale del Paese e sul benessere dei cittadini“. Questo scrive il ministro dell’Economia nella relazione introduttiva al Documento programmatico di finanza pubblica. Sulla necessità di aumentare la capacità di difesa a livello europeo, Giorgetti aggiunge: “l’Italia, pur avendo già espresso l’interesse a ricorrere allo strumento finanziario europeo Safe, ritiene necessario effettuare ulteriori approfondimenti sul più ampio tema delle capacità di difesa e sulle compatibilità finanziarie prima di decidere se avvalersi della clausola di salvaguardia nazionale. Ciò anche per non compromettere il consolidamento fiscale“.
Che salti mortali deve fare il povero Giancarlo per non smentire il suo capo di partito, senza però mettersi frontalmente contro gli impegni sacrosanti assunti dalla presidente del Consiglio in sede NATO e UE! Al fondo, però, il significato non cambia: depotenziare l’Europa della difesa e soddisfare l’agenda del Cremlino.
Il risultato è una “economia di partito” — la Leganomics — che sulle pensioni o sul fisco non teme di scassare i conti dello Stato, ma che sulla difesa — che è un investimento esistenziale per la libertà italiana ed europea — esibisce un rigore maniacale e austero.
Salvini e Vannacci – dal canto loro – non fanno giri di parole. Il leader della Lega lo ha detto chiaro e tondo: «Sono assolutamente contrario a qualsiasi tipo di riarmo europeo… Se si tratta di investire soldi per la sicurezza interna e per assumere carabinieri, sì. Se si tratta di fare debito a Sulmona per andare a comprare i carri armati a Berlino, quello no». Come se l’industria italiana della difesa non fosse in grado di sostenere e assorbire gli investimenti. E ancora: «No al riarmo, assurdo indebitarsi. L’Europa non segua i toni bellicisti». Da parte sua, il meta-leader Vannacci ha rincarato la dose: «Non c’è una minaccia imminente, l’emergenza sono gli atti criminali degli immigrati irregolari», aggiungendo in un comizio che «è inutile spendere 800 miliardi se poi al fronte non ci va nessuno. Chi mandiamo, quelli del Gay Pride?».
La “reductio ad negrum atque frocium” torna utile per ogni occasione.
Non troppo casualmente, proprio ieri, 2 ottobre 2025, Vladimir Putin ha dichiarato nel suo discorso al Valdai che la Russia risponderà in modo «convincente» alla crescente militarizzazione dell’Europa. In un altro passaggio, ha detto: «Calmatevi e pensate finalmente ai vostri problemi», insomma esattamente lo schema retorico che Salvini e Vannacci seguono da buoni scolari.
Giorgetti afferma che «non serve nessuna manovra correttiva, perché i conti stanno andando come previsto» (complice il fiscal drag, ma di questo vi parleremo in altri articoli), pur riconoscendo che l’“escalation della guerra” introduce nuove variabili nei conti pubblici. Ma quel “nessuna manovra correttiva” è un vincolo implicito: non si potranno a parer suo fare spese che rompano il consolidamento. Ovviamente, pensioni escluse, dove il consolidamento può lasciar spazio al saccheggio intergenerazionale, evidentemente.
In definitiva, la Lega sta applicando l’agenda che Putin ha sussurrato alle forze filorusse in Europa: ostacolare il rafforzamento militare europeo, puntare sull’analisi costi-benefici, delegittimare l’idea stessa di un’Europa armata. Salvini lo fa alla luce del sole, Vannacci lo trasforma in slogan provocatori, Giorgetti con la penna asciutta del tecnico. L’operazione è raffinata.









