Il gioco di Trump: aggredire, espandersi, depredare. Europa, che fai?

Riccardo Lo Monaco
05/01/2026
Interessi

Dopo il ritorno putiniano al mito della “grande madre Russia” e l’espansionismo “soft” della Cina, Trump ha definitivamente sdoganato l’aggressione militare come strumento di politica economico-espansionistica.

Far cadere qualche regime dittatoriale è solo un effetto collaterale che giova più alla narrazione  dell’autoproclamato “liberatore” che alle sorti dei popoli liberati. Perché se liberi un popolo dal giogo di un autocrate e poi non riconosci i legittimi i leader dell’opposizione scelti dal popolo che hai “liberato”, dicendo “governeremo noi”, non sei un liberatore. Se nella conferenza stampa di autoesaltazione la parola più pronunciata non è libertà ma petrolio, non sei un liberatore e la caduta del regime diventa la foglia di fico su cui costruire improbabili giustificazioni e effimere esaltazioni elettorali.

Trump è la pietra tombale alla diplomazia umanitaria


Nessuno “libera” più nessuno per mero spirito filantropico, per salvare vite umane o per garantire la libertà dei popoli. E sì, Maduro è(ra) un dittatore spietato ed è caduto fin toppo tardi, ma no, Trump (non gli USA) non ha liberato il popolo venezuelano come gli alleati hanno liberato l’Europa dal nazifascismo.


Oggi è il Venezuela, più facilmente narrabile, domani, ormai assuefatti, sarà magari il Messico e poi potrebbe essere il turno della preannunciata Groenlandia, territorio europeo, e non ci saranno nazioni o governi amici.

È arrivato il momento di prendere atto di quella che è una realtà dura da vedere: abbiamo vissuto un’illusione, una parentesi durata ottant’anni, ma adesso tutto sta inesorabilmente  tornando ad essere com’è sempre stato prima di quella pausa fatta di ragione, diritto e libertà, scaturita a seguito della peggiore rappresentazione che l’essere umano abbia potuto dare di sé. Oggi, dimenticate le atrocità di cui è stato artefice, complice anche la morte naturale di tutti i testimoni viventi, l’essere umano riprende il suo cammino verso l’involuzione ormai non più solo culturale ma antropologica.

Il ritorno alla politica estera di forza e potenza

Ecco che la politica estera, per un periodo dominata dalla diplomazia disarmata, dalle organizzazioni internazionali e da un diritto universalmente riconosciuto, torna a essere gestita sulla base del potere militare e delle sfere di influenza da esso generate.

Oggi solo un indomabile idealista può pensare che organizzazioni come l’ONU possano gestire le controversie internazionali come accaduto – peraltro neanche molto bene – durate la prima guerra del Golfo o la guerra dei Balcani.

La stessa NATO non è più garanzia di sicurezza nel momento in cui gli Stati Uniti di Trump vacillano, nel momento in cui l’interesse nazionale USA (o personale di Trump) prevale anche sulla stessa sopravvivenza delle singole nazioni alleate.

No, il problema non sta nel “non vedere” cosa accade fuori dall’Occidente che abbiamo definito e conosciuto libero (“e allora la Cina?” “E allora l’Iran?”), perché da quelle parti hanno sempre continuato a fare così: il problema sta proprio in casa nostra dove un paradigma durato quasi un secolo e sul quale abbiamo costruito la nostra idea di mondo, viene stravolto repentinamente e da chi, fino a ieri, ne era considerato il baluardo.

Difenderci insieme o soccombere uniti?

I governi europei tutti, di destra e di sinistra, vivono uno psicodramma: non sanno come gestire il fenomeno, come rapportarsi con un “alleato” come Trump, come organizzarsi e come costruire una difesa prima che anche l’illusione NATO collassi definitivamente.

Dunque, oggi, la scelta cade tra essere sovrani o sudditi in casa nostra; tra  proseguire nel disegno di integrazione europea, l’unico che, pur con tutti gli aggiustamenti necessari, può garantirci di continuare a vivere in pace e libertà nel nostro continente o, seguendo i desiderata più o meno espliciti di Trump e Putin,far collassare il disegno europeo e consegnarci, ognuno con il proprio staterello e con il proprio governo satellite, all’uno o all’altro.

Una cosa è però certa: per proseguire nel disegno di integrazione europea oggi, non si può in alcun modo prescindere dalla deterrenza militare come la più forte garanzia di libertà, con buona pace di chi vuol mettere i fiori nei nostri cannoni mentre gli altri riempiono i loro di bombe e ci sparano addosso.


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