Germania (e Italia) al bivio: se l’auto del popolo rinuncia al futuro
C’è un tavolo direzionale a Wolfsburg su cui scotta un documento preparato dall’amministratore delegato del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume.
Quel testo contiene una cifra che tutti i presenti conoscono a memoria ma che evitano di pronunciare ad alta voce: centomila. Centomila posti di lavoro a rischio, pari a un dipendente su sei dell’intero colosso automobilistico, accompagnati dalla storica prospettiva di spegnere per sempre le linee di produzione in quattro stabilimenti sul suolo tedesco.
L’azienda che ha letteralmente messo la Germania – e per riflesso l’Europa – sulle ruote sta decidendo quanti cittadini lasciare a piedi.
I dati finanziari relativi al 2025 non lasciano spazio a interpretazioni: l’utile operativo di Volkswagen è crollato del 53% assestandosi a 8,9 miliardi di euro, il livello più basso dai tempi bui del dieselgate, con un margine operativo compresso al 2,8%.
Nel frattempo, in quella Cina che per vent’anni è stata la cassaforte del gruppo, i marchi locali hanno scalzato i campioni occidentali, retrocedendo Volkswagen al terzo posto sul podio delle vendite. Nel presentare questi conti drammatici, Blume ha pronunciato una frase che rappresenta la chiave di volta per comprendere lo stallo industriale del Vecchio Continentale: «I costi alti sono il sintomo, non la causa».
La valanga tedesca e il contagio della filiera
Se la crisi si limitasse a Wolfsburg, saremmo di fronte alla parabola discendente di un singolo attore globale. La realtà, tuttavia, è che ci troviamo dinanzi a una valanga sistemica.
Bosch, il gigante che da 140 anni fornisce i componenti vitali a qualsiasi vettura teutonica, ha annunciato il taglio di 22.000 posti di lavoro in Germania. A ruota seguono i ridimensionamenti pesanti di ZF (fino a 14.000 esuberi), Continental e Schaeffler, mentre Porsche frena bruscamente sulle proprie ambizioni elettriche.
Dal 2023 a oggi, oltre 55.000 posti di lavoro sono evaporati nel solo comparto auto tedesco, e le stime dei distretti industriali chiave, come il Baden-Württemberg, prevedono che la cifra salirà ad almeno 66.000 entro il 2030.
Questo terremoto industriale si traduce immediatamente in un cortocircuito sociale ed economico per gli enti locali. Città storicamente ricchissime come Wolfsburg, Stoccarda o Ingolstadt, che hanno prosperato per decenni grazie alle tasse versate dalle case automobilistiche, vedono oggi i propri bilanci comunali virare al rosso profondo.
La conseguenza è tangibile: riduzione dei servizi pubblici essenziali, dalla manutenzione delle strade alla gestione delle infrastrutture sociali ed energetiche.
Ma l’onda d’urto non si ferma ai confini della Germania. All’interno di ogni vettura che esce dalle linee tedesche batte un cuore di componentistica italiana. La manifattura d’eccellenza del Nord Italia – in Piemonte, Lombardia e Veneto – vive e prospera sulle commesse di Wolfsburg e Stoccarda: quando in Germania si spegne una linea di montaggio, in Italia la filiera dell’indotto subisce un contraccolpo immediato.
Le due pendenze del declino: l’illusione energetica e il rifiuto del prodotto
Perché siamo arrivati a questo punto?
La crisi si muove lungo due pendenze ben precise.
La prima è di natura esogena ed energetica. Per due decenni la competitività della manifattura tedesca si è retta su un patto geopolitico elementare: gas russo a basso costo per alimentare le fabbriche ed elettricità a buon mercato per battere la concorrenza internazionale.
Con lo scoppio della guerra in Ucraina, quel modello è svanito da un giorno all’altro, costringendo l’industria europea a pagare l’energia il doppio rispetto ai concorrenti statunitensi.
Tuttavia, attribuire la colpa esclusivamente allo shock energetico significa confondere il sintomo con la causa.
La seconda pendenza, molto più grave, riguarda il prodotto.
Volkswagen e i grandi decisori europei sapevano fin dal 2015 che la transizione verso l’elettrico era inevitabile. Eppure, hanno scelto deliberatamente di rallentare. I margini garantiti dai motori diesel e termici erano troppo comodi e redditizi per essere sacrificati sull’altare dell’innovazione.
L’auto elettrica è stata a lungo liquidata nei corridoi del potere industriale come un “giocattolo”, in un remake perfetto di quanto accaduto vent’anni fa all’interno di Siemens, quando i vertici liquidarono i primi telefoni cellulari come aggeggi passeggeri proprio mentre stringevano tra le mani l’ultima (e presto inutile) centrale telefonica analogica del mondo.
Il problema dell’Europa non è come fa le cose, ma cosa fa. Se si è campioni del mondo nei motori a combustione e nelle caldaie a gas, ma il mercato globale si sposta irreversibilmente verso i motori elettrici e le pompe di calore, l’ossessione per il taglio dei costi è del tutto vana. Si diventa semplicemente i produttori più efficienti al mondo di qualcosa che nessuno vuole più acquistare.
Dalla “Serrata Veneziana” all’avanzata cinese
Il motore del capitalismo si fonda sulla distruzione creatrice di cui parlava Joseph Schumpeter: il nuovo che spazza via il vecchio. Il declino inizia quando chi è al vertice blinda lo status quo per proteggere le rendite del passato. È la tesi storica della “Serrata” di Venezia che, tra il 1297 e il 1315, vietò la commenda — il contratto finanziario che ne aveva creato la ricchezza — pur di difendere l’oligarchia esistente, trasformandosi da superpotenza a museo.
Sette secoli dopo, la Germania e l’Europa hanno replicato lo stesso schema difendendo a oltranza il motore termico.
Nel frattempo, i concorrenti globali hanno conquistato l’11% del mercato elettrico europeo. Quando un sistema si indebolisce, i capitali stranieri ne rilevano i pezzi: oggi quasi un quinto di Mercedes-Benz è in mani cinesi, sorte già toccata a Volvo e Kuka. Anche l’Italia vive questo capitolo con Pirelli, controllata per oltre un terzo dalla cinese Sinochem, tanto da costringere il governo nel 2026 a ricorrere al Golden Power per tutelarne l’indipendenza.
Il costo nascosto dell’immobilismo: energia, calore e produttività
Questo rinvio culturale del cambiamento si riflette in modo speculare anche sul fronte della transizione energetica domestica ed ecologica.
Esiste un legame profondo tra la riluttanza di una grande casa automobilistica a riconvertire i propri impianti e la resistenza psicologica del consumatore medio europeo di fronte a tecnologie come le pompe di calore.
Mentre l’Europa sperimenta ondate di calore sempre più intense, il condizionamento termico ed energetico non è più un lusso, ma un fattore macroeconomico che incide direttamente sulla produttività del lavoro e sui bilanci delle famiglie.
Eppure, assistiamo a un paradosso: ci si barrica dietro la difesa dell’usato sicuro, preferendo pagare bollette elettriche e del gas esorbitanti pur di non affrontare l’investimento tecnologico iniziale per l’efficientamento. Si preferisce subire il costo occulto e continuo dell’inefficienza energetica piuttosto che abbracciare un cambio di paradigma.
I riflessi sul conto corrente: spread, demografia e il bivio del 2026
La crisi dell’asse industriale italo-tedesco non è un dibattito teorico, ma una minaccia reale che passa direttamente dai nostri conti correnti.
I titoli di Stato tedeschi, i Bund a dieci anni, sono il benchmark assoluto con cui si misura lo spread dei BTP italiani. Se la locomotiva tedesca perde colpi, si indebita strutturalmente e vede svanire la sua solidità, l’intero ecosistema dell’Eurozona finisce sotto pressione. Una Germania debole si traduce in una valuta più fragile e in una Banca Centrale Europea costretta a navigare a vista sui tassi di interesse, condizionando direttamente il costo dei mutui e dei finanziamenti per famiglie e imprese in Italia.
Non a caso, le massime autorità monetarie europee hanno avvertito che, se lo stallo manifatturiero dovesse persistere, il rischio di una recessione tecnica entro la fine del 2026 non riguarderà soltanto Berlino, ma colpirà inevitabilmente anche Roma.
A complicare ulteriormente questo scenario interviene la seconda bomba a orologeria strutturale: la demografia.
La forza-lavoro europea si sta contraendo a ritmi senza precedenti, con un numero sempre minore di contribuenti chiamati a sostenere una platea di pensionati in costante aumento. Se la Germania soffre, l’Italia si trova in una posizione persino peggiore, configurandosi come uno dei Paesi più vecchi del continente.
Secondo le proiezioni della Commissione Europea, entro il 2050 nel nostro Paese ci saranno meno di 1,5 persone in età lavorativa per ogni cittadino over 65. Il patto intergenerazionale su cui si regge lo Stato sociale rischia il collasso se il motore economico della produzione di ricchezza smette di innovare.
Oltre l’illusione del blasone
La lezione che l’attuale crisi dell’automotive ci impone non permette di indugiare in sterili sentimenti di rivalsa nazionalistica contro i fallimenti di Wolfsburg.
Per un decenni il marchio Made in Germany è stato sinonimo di incrollabile solidità, un dato che l’Europa ha dato per scontato.
Il vero rischio macroeconomico per l’Europa è la tentazione di cedere al bias di conferma, continuando a scommettere sul vincitore di ieri solo perché è ciò che ci è più familiare. Blindarsi all’interno di un’unica vecchia formula produttiva è la versione moderna della Serrata veneziana.
Per evitare che i vecchi distretti industriali europei si trasformino in parchi archeologici ad uso e consumo dei turisti globali, l’Unione Europea deve smettere di proteggere il passato e iniziare a finanziare la transizione con flessibilità, diversificazione e coraggio sistemico. Perché quando muore un modello industriale, non falliscono solo le aziende: si spegne un intero modo di concepire e generare il futuro.








