Georgia 2008: l’avvertimento che il mondo ha ignorato

georgia-2008-lavvertimento-che-il-mondo-ha-ignorato – immagine del conflitto e sue conseguenze
Luca Cadonici
09/08/2025
Radici

Nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008, le truppe russe attraversarono il tunnel di Roki ed entrarono in territorio georgiano, avviando l’operazione che, in cinque giorni di guerra, consolidò la presenza militare russa nelle regioni secessioniste di Abkhazia (Apkhazeti) e Ossezia del Sud (Samachablo), poi riconosciute da Mosca e da un numero limitato di paesi alleati.
Secondo uno schema che avremmo imparato a riconoscere qualche anno più avanti, l’invasione avvenne al culmine di un’esercitazione militare su larga scala nelle zone di confine, avvalendosi di centinaia di “volontari” non ufficiali in supporto alle truppe regolari. L’attacco fu attuato e giustificato dall’asserita volontà di proteggere le minoranze russofone o filorusse nel paese, al tempo protagoniste di una vera e propria attività di guerriglia secessionista e insurrezionale.

Georgia, una storia di resistenza

La storia della Georgia è segnata dalla tenace e continua resistenza ai tentativi di sottomissione degli ingombranti vicini: Mongoli, Turchi, Persiani e infine Russi. Il 22 aprile 1918 a seguito del crollo dell’impero russo, il paese del Caucaso si federò dapprima con Armenia e Azerbaigian nella Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, e poi, il 26 maggio proclamò infine l’indipendenza con il nome di Repubblica Democratica di Georgia. L’esperimento democratico durò meno di tre anni: il 25 febbraio 1921 le truppe del Fronte Caucasico dell’Armata Rossa occuparono la repubblica e la incorporarono nell’Unione Sovietica, nonostante una tenace guerra di resistenza durata fino all’agosto 1924 sotto la guida dall’eroe nazionale Kakutsa Cholokashvili.

La strage del 9 aprile 1989: la svolta verso l’indipendenza georgiana


Nella primavera del 1989 anche in Georgia cominciarono le prime manifestazioni per chiedere l’indipendenza dall’URSS. Il 4 aprile migliaia di persone cominciarono a radunarsi davanti al Parlamento nella capitale per chiedere la secessione dall’URSS e sostenere il movimento d’indipendenza georgiano, ma anche per opporsi ai movimenti separatisti in Abkhazia. La notte del 9 aprile, alle 3:45 le truppe sovietiche guidate dal colonnello generale Igor Rodionov irruppero armate di manganelli e pale massacrando 21 persone, tra cui 16 donne. Oltre 2.000 persone furono inoltre intossicate dai gas usati per tentare di disperdere la protesta. Dopo questa tragedia, le autorità sovietiche non furono in grado di riabilitarsi e il paese si incamminò definitivamente verso l’indipendenza, sancita con il referendum del 31 marzo del 1991 e ratificata significativamente il 9 aprile 1991, nel secondo anniversario della strage.

I duri anni ’90

Riguadagnata faticosamente l’indipendenza, il paese si trovò ad affrontare da subito sia la crisi economica causata dal traumatico passaggio all’economia di mercato, sia le minacce secessioniste a Nord, sia un conflitto tra le varie anime politiche della nazione che sfociarono in una serie di guerre civili. Tra il dicembre 1991 e il marzo 1992, la Georgia fu teatro di una guerra interna tra le forze fedeli al presidente Zviad Gamsakhurdia e le milizie paramilitari guidate da Tengiz Kitovani e Jaba Ioseliani; il conflitto proseguì nel biennio 1992–1993 nella regione di Samegrelo, dove i cosiddetti “Zviadisti” continuarono la resistenza contro il governo Shevardnadze. L’esito fu un periodo di profonda instabilità politica che preparò il terreno prima guerra in Ossezia del Sud (1991–1992), combattuta tra la Georgia e i territori separatisti: il conflitto lasciò parte dell’ex oblast’ autonoma dell’Ossezia del Sud de facto sotto il controllo dei separatisti sostenuti dalla Russia, ma non riconosciuti a livello internazionale. Dopo gli scontri, una forza congiunta di peacekeeping composta da truppe georgiane, russe e ossete rimase di stanza nel territorio. In Abkhazia, la guerra del 1992–1993 si concluse con la sconfitta delle forze georgiane, l’esodo di oltre 250.000 georgiani etnici dalla regione e il consolidamento del controllo separatista, anch’esso sostenuto militarmente dalla Russia e non riconosciuto a livello internazionale. Entrambi i conflitti lasciarono le due regioni in una condizione di stallo post-bellico e sotto un’amministrazione de facto separatista, con tensioni congelate ma mai risolte che Mosca seppe abilmente sfruttare nel 2008.

2008 la guerra d’agosto

La notte tra il 7 e l’8 agosto 2008 le forze russe, già ammassate al confine, attraversarono il tunnel di Roki che collegava l’Ossezia del Nord alla Russia, lanciando un’invasione su vasta scala. Colonne di mezzi corazzati avanzarono verso Gori, a pochi chilometri da Tbilisi, mentre bombardamenti aerei colpivano postazioni militari e infrastrutture civili. La marina russa impose un blocco navale e attacchi incendiari distrussero ampie aree boschive.
Nei giorni precedenti, dopo settimane di bombardamenti dei separatisti su diversi villaggi georgiani, il governo di Tbilisi aveva ordinato operazioni militari a Tskhinvali con l’obiettivo di fermare gli attacchi e ristabilire il controllo dell’area. Mosca sfruttò questa iniziativa come pretesto per giustificare l’aggressione.
In parallelo, nel settore occidentale, le forze separatiste in Abkhazia, supportate da contingenti russi, aprirono un secondo fronte. La guerra si concluse dopo cinque giorni, il 12 agosto, con la mediazione dell’Unione Europea e la firma di un cessate il fuoco.

12 agosto 2008 – il piano disatteso

Il 12 agosto 2008, grazie alla mediazione del presidente francese Nicolas Sarkozy – all’epoca presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea – Georgia e Russia firmarono un cessate il fuoco basato su sei punti.
L’accordo prevedeva il non ricorso alla forza, la cessazione delle ostilità, il libero accesso agli aiuti umanitari, il ritiro delle truppe georgiane e russe alle posizioni precedenti al 7 agosto 2008 e l’avvio di negoziati internazionali sul futuro di Abkhazia e Ossezia del Sud.
Tuttavia, nei mesi successivi, più clausole vennero disattese dalla Russia: il ritiro completo non avvenne, con basi e contingenti permanenti mantenuti nelle due regioni; la presenza militare russa e le esercitazioni oltre le linee di confine violarono il primo punto; l’accesso umanitario fu ostacolato in diverse aree; e i negoziati di Ginevra si arenarono dopo il riconoscimento russo dell’indipendenza delle due regioni.

Le conseguenze della guerra

Nonostante la brevità del conflitto, l’esito per la piccola ma antichissima nazione del Caucaso fu disastroso. La Georgia subì la morte di circa 170 militari, 14 poliziotti e 228 civili, con oltre 1.700 persone ferite tra combattenti e non combattenti (Ministero della Salute georgiano; Human Rights Watch – After the August War; OSCE report). Più di 192.000 persone furono costrette ad abbandonare le proprie case, e tra queste circa 30.000 georgiani originari dell’Ossezia del Sud e della gola di Kodori non poterono mai più fare ritorno (Amnesty International – Civilians in the Aftermath of War). L’esito complessivo fu una violazione sostanziale delle clausole del cessate il fuoco e il consolidamento dello status quo militare a favore di Mosca, con le regioni georgiane Apkhazeti e Samachablo trasformate negli stati-fantoccio Abkhazia e Ossezia del Sud, alle dirette dipendenze da Mosca.

Il difficile cammino verso l’Europa

Gli anni successivi al conflitto hanno visto l’economia georgiana riprendersi a fatica ed avviare un processo di integrazione nelle democrazie occidentali culminato nel partenariato con la NATO e, soprattutto, con la richiesta di adesione all’Unione Europea per cui la Georgia ha presentato ufficialmente la domanda di adesione il 3 marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in un quadro di accelerazione delle richieste di integrazione europea anche da parte di Ucraina e Moldavia. Il 14 dicembre del 2023 il Consiglio Europeo ha infine approvato lo status di Paese candidato all’UE per la Georgia e ha avviato una serie di progetti volti a rinforzare la democrazia nel paese al fine di raggiungere gli standard necessari ad essere integrato come membro dell’Unione.

Dal sogno europeo alla crisi istituzionale: la svolta autoritaria del 2024

Il processo di riforme in senso europeista ha però subito una forte battuta d’arresto cominciata con l’adozione, nel maggio 2024, di una legge sugli “agenti stranieri” su modello russo.
Nell’ottobre 2024 nuove elezioni viziate da brogli e intimidazioni hanno portato le opposizioni a disconoscere il risultato elettorale boicottando il parlamento, ora composto sostanzialmente dai soli membri del partito di governo Georgian Dream, fondato dall’oligarca filo-russo Bidzina Ivanishvili detentore da solo di più del 20% del PIL del paese.
Il 28 novembre 2024, il Primo Ministro georgiano Irakli Kobakhidze ha infine annunciato la sospensione delle trattative di adesione all’UE e il rifiuto di qualsiasi supporto finanziario da parte dell’UE fino alla fine del 2028.
Questa decisione ha suscitato proteste di massa in tutto il Paese e acceso tensioni politiche interne, con accuse di un allontanamento dal percorso di integrazione euro-atlantica sfociato nelle continue manifestazioni che vanno avanti da questi 300 giorni nella strada su cui insiste il Parlamento, Rustaveli Avenue, ovvero nel luogo in cui morirono i manifestanti dell’aprile 1989.

2025 – tra repressione e negazione

Il difficile cammino verso l’integrazione europea e la democrazia è oggi caratterizzato dall’involuzione autocratica e giustizialista del partito di governo Georgian Dream che ha avviato una campagna di repressioni e arresti contro giornalisti, oppositori politici e semplici manifestanti. Organizzazioni internazionali come Amnesty International hanno denunciato l’uso sistematico della detenzione preventiva e delle multe sproporzionate per scoraggiare la partecipazione alle manifestazioni, qualificando queste pratiche come incompatibili con gli standard di uno stato democratico.
Al contempo, la narrazione promossa dal premier Irakli Kobakhidze ha assunto toni complottisti e revisionisti, attribuendo l’intera responsabilità della guerra russo-georgiana del 2008 all’allora presidente Mikheil Saakashvili, che – a suo dire – avrebbe agito su ordine di poteri esterni per attaccare la Russia, arrivando a citare il Deep State come mandante.
Una ricostruzione che ribalta la verità storica e contraddice le dichiarazioni passate dello stesso Kobakhidze.


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Un avvertimento ignorato

La guerra in Georgia del 2008 fu l’avvertimento che il mondo ha ignorato, la prima aggressione della Russia post-sovietica ad uno stato sovrano. Le reazioni praticamente inesistenti della comunità internazionale, che già aveva taciuto sui crimini russi in Cecenia, hanno lasciato intravedere a Putin la prospettiva di una sostanziale impunità nell’eventualità di nuove operazioni fuori confine. Troveremo le stesse dinamiche in Ucraina nel 2014: milizie di volontari filorussi, la protezione delle minoranze come pretesto, un’esercitazione su larga scala volta sul confine, la creazione di stati-fantoccio e, soprattutto, la volontà di punire un ex stato satellite colpevole di volersi spostare politicamente verso zone di mondo decisamente più democratiche.


Nel 2008 il mondo ha taciuto.
Nel 2014 le sanzioni alla Russia sono state minime.
Nel 2022 non è stato più possibile voltarsi dall’altra parte.
L’impunità rende aggressivi gli autocrati e ci sono volute tre guerre per ricordarcelo.


Il processo di sicurezza europeo che oggi lentamente sembra avviarsi passa necessariamente dal Caucaso, all’estremo est del continente, dove la società civile georgiana affronta una quotidiana battaglia per la democrazia e l’indipendenza. Non ripetiamo gli errori del passato, non lasciamola sola.