Geopolitica dei predatori: Dugin, la Groenlandia e l’ora della verità per l’Europa

Piercamillo Falasca
12/01/2026
Orizzonti

Scrivendo su X di non avere “nulla contro l’annessione americana della Groenlandia” e perfino “contro una guerra tra Stati Uniti e Unione Europea“, il filosofo putiniano Alexander Dugin offre in realtà un riassunto brutale di come gli imperialisti leggono il mondo. “L’Eurasia (Ucraina inclusa) appartiene a noi”, scrive Dugin, invocando una versione russa della Dottrina Monroe: “L’Eurasia agli eurasianisti.”

C’è una tentazione, in Europa, di liquidare Dugin come un folclore da talk show, un Rasputin da social network. È un errore. Non perché Dugin sia un “consigliere segreto” del Cremlino – questa formula è spesso giornalistica e imprecisa – ma perché è uno degli interpreti più coerenti del nazionalismo russo contemporaneo, e perché il suo vocabolario (scontro civilizzazionale, anti-liberalismo, impero come destino, Ucraina come parte “organica” della Russia) è entrato da anni nell’aria che si respira negli ambienti del potere russo e in quello dei pupazzi occidentali prezzolati dal Cremlino. Lo racconta bene un profilo lungo del New Yorker di qualche mese fa, che ricostruisce la sua traiettoria e la centralità dell’Ucraina nella sua visione imperiale.

Dugin è l’uomo del neo-eurasianismo: una dottrina che oppone un “mondo atlantico” (America, anglosfera, liberalismo) a un “mondo eurasiatico” guidato da Mosca; non una semplice geopolitica, ma una teologia politica: identità contro diritti, impero contro pluralismo, destino contro scelta. La sua opera più citata, Foundations of Geopolitics (1997), è diventata celebre per la maniera in cui tratta lo spazio post-sovietico come area naturale di espansione russa e per la sua ossessione per la frattura dell’Occidente. Qui ne trovate un’analisi, proposta dal ricercatore della Hoover Institution John B. Dunlop per The Europe Center dell’Università di Stanford.

La frase sulla “Monroe russa” è un filo rosso del discorso di Dugin, che l’ha esplicitata più volte negli anni. In altre parole: gli Stati Uniti rivendichino pure il loro emisfero; la Russia rivendica il suo continente; la Cina faccia altrettanto. È una proposta di spartizione, mascherata da “realismo”.

Ed è qui che entra la Groenlandia. Nell’interpretazione di Dugin, l’eventuale annessione americana non sarebbe un incidente, ma un precedente: la consacrazione del principio “la forza fa il titolo”. Se Washington – che per ottant’anni ha chiesto al resto del mondo di rispettare confini, sovranità e alleanze – facesse saltare quel banco in nome della “sicurezza artica”, Mosca e Pechino avrebbero un argomento d’oro: non più soltanto la propaganda (“l’Occidente è ipocrita”), ma un caso scuola. La politica delle sfere d’influenza, una volta riabilitata, diventa contagiosa.

Il contagio è già visibile nel lessico. Trump giustifica le sue mire su Nuuk evocando presunte “minacce” russe e cinesi attorno alla Groenlandia. È un argomento intellettualmente disonesto, perché i tentativi cinesi di mettere piede nell’economia groenlandese (emersi negli anni scorsi anche grazie all’accondiscendenza del precedente governo indipendentista dell’isola) e l’attivismo sino-russo lungo le rotte artiche, già monitorato anche dall’Amministrazione Biden (Strategia Artica USA 2024), non richiedono annessioni, ma più cooperazione tra Nuuk e Danimarca, con Stati Uniti, Unione europea e NATO.

La logica dell’annessione per garantire la sicurezza, invece, è un regalo insperato a Pechino, perché fornisce a Xi Jinping l’argomento migliore possibile per invadere Taiwan e qualsiasi isola del Mar Cinese meridionale, incluse quelle giapponesi e filippine (cioè di due Paesi alleati dell’Occidente).

Dugin, con la sua brutalità, spiega l’equazione che le autocrazie amano: se la grande potenza democratica torna imperiale, l’impero torna rispettabile.

L’erbivoro Europa tra i carnivori

Che fare, allora, perché l’Europa non sia “erbivora tra carnivori”? Prima di tutto, smettere di pensare che la scelta sia tra moralismo e cinismo. La scelta, più prosaicamente, è tra sovranità protetta e sovranità recitata. Difendere la Groenlandia (e con essa l’integrità della NATO) non significa sfidare gli Stati Uniti; significa togliere dal tavolo la tentazione di risolvere una questione strategica con un atto coloniale.

In questi giorni, proprio con questo obiettivo, Londra, Parigi e Berlino discutono di un aumento della presenza militare e di una possibile missione NATO (o dal sapore NATO) in Groenlandia e nell’Artico – un modo per dimostrare che la sicurezza del Grande Nord si può garantire con l’Alleanza, non contro di essa. Nel frattempo, in modo esplicito, il ministro degli esteri francese Jean-Noel Barrot ha dichiarato che il suo governo sta lavorando con i partner europei a un piano nel caso Washington tentasse mosse unilaterali.

Il senso politico di questi passi è semplice: togliere a Trump l’argomento della “sicurezza artica” come pretesto annessionistico e, allo stesso tempo, segnalare a Russia e Cina che l’Artico non è un vuoto di potere. È deterrenza, ma anche igiene istituzionale: impedire che l’alleanza militare più importante del pianeta venga trasformata in un litigio di condominio con minacce di esproprio.

Naturalmente, per essere credibile, l’Europa deve fare ciò che spesso rimanda: investire in capacità reali (sorveglianza, anti-sommergibile, logistica artica, satelliti, infrastrutture dual use), coordinarsi con Copenaghen e Nuuk senza paternalismi, e presentare a Washington una proposta che sia insieme ferma e utile: “più NATO nell’Artico, non meno Groenlandia”. Se l’America vuole “titolo” su qualcosa, che lo cerchi dove lo merita: nella leadership di un’alleanza, non nel catasto di un’isola.

Dugin, intanto, continuerà a offrire contratti morali avvelenati: tu prendi la Groenlandia, io prendo l’Ucraina; tu riscrivi la geografia, io riscrivo la storia. È precisamente il tipo di patto che l’Europa deve rendere impossibile. Non per idealismo, ma per sopravvivenza. In un mondo di carnivori, l’erbivoro non diventa saggio: diventa cena.