La generazione Erasmus: gli europei per esperienza

Marina Puviani
29/06/2026
Interessi


Dalle sabbiose spiagge di Barcellona ai musei di natura e storia naturale a Rotterdam, l’esperienza Erasmus è riuscita a coniugare quasi tutti i gusti e le esigenze della multiculturale Gen Z; probabilmente la prima generazione europea a costruire una coscienza europea primaria tra i banchi di un ateneo straniero invece che dai trattati o dalle istituzioni. Un incontro diretto con i momenti di maggiore splendore dell’integrazione europea, che è riuscita nella non sempre semplice impresa di rendere un’esperienza contemporaneamente formativa e didattica in un crocevia tra tradizioni e culture ancora per poco inesplorate.
Bagagli rotti, risparmi esauriti e nostalgia di casa: nulla ferma l’entusiasmo del fenomeno Erasmus, ad oggi definito uno dei più grandi successi dell’Unione Europea.


Nato nel 1987, se nei primi anni Novanta era percepito come un progetto innovativo ma ancora rivolto a un ristretto gruppo di eletti; è a partire dal biennio 2002-2004 che vede il suo apogeo internazionale (non a caso con l’avvento dell’Euro e un crescente fermento europeo) superando il milione di studenti partecipanti complessivi.
Sebbene la generazione che ha beneficiato, e tuttora trae maggiore vantaggio dall’eredità culturale dell’Erasmus, sia la cosiddetta Gen Z, sono gli studenti Millenial coloro che hanno vissuto il periodo di completa trasformazione del concetto di “normale gita all’estero” a un’esperienza sperimentale che ha stravolto la loro rete sociale tanto quanto le proprie visioni politiche e prospettive lavorative.


Quello che distingue la Gen Z è forse un altro aspetto: è la generazione che ha avuto accesso a un Erasmus molto più ampio. Oggi il programma Erasmus+ comprende non solo scambi universitari, ma anche tirocini, formazione professionale, volontariato e mobilità verso un numero di Paesi superiore rispetto alle origini.
Se per i Millenial l’Erasmus è stato più rivoluzionario, per la Gen Z è la naturale estensione del proprio senso di quotidianità multiculturale ed internazionale. Non è una differenza enorme, ma è una sfumatura interessante che spesso si traduce in ideali e scelte di vita diametralmente opposte.


Nel mondo europeo odierno la rottura dei confini nazionali avviene in una cucina di un salotto condiviso nel centro di Amsterdam, o in una partita a carte giocata su un verde prato di Berlino dopo una lezione di letteratura tedesca. Una rivoluzione silenziosa, che coinvolge spesso gli studenti più privilegiati, coloro che alle spalle hanno una famiglia benestante pronta a pagare le costose tasse universitarie e il prezzo della spensieratezza giovanile, ma ciò non significa che non sia già un’ottima risposta alle ondate di crisi europee. L’Erasmus nasce come rimedio alla crescente paura di rimanere esclusi dalle significative relazioni sociali coltivate durante l’adolescenza, di cui molti giovani studenti sono stati privati a causa di realtà collettive estremamente deludenti e oppressive come il bullismo scolastico o precoci responsabilità familiari. Un viaggio all’estero di sei mesi, addirittura un anno, offre l’opportunità di poter credere nuovamente nella bellezza dei legami oltre le stradine del proprio quartiere di periferia, dove le voci di corridoio diventano un’eco nel sottofondo di un’appagante conversazione con nuovi amici e insegnanti.


Ma com’era l’Europa prima dell’Erasmus? Come costruivano i giovani la loro futura coscienza europea? Soprattutto tramite la memoria storica.


Nonostante la nascita della Comunità Economica Europea nel 1957, gran parte della popolazione viveva dentro orizzonti prevalentemente nazionali.
Il secondo dopoguerra europeo aveva promosso un forte senso di dialogo tra i suoi vicini storici, prevalentemente in ambito di pace: memore della grande sconfitta dell’umanità per mano dell’olocausto, la condivisione di terre vicine non era più motivo di scontri ideologici.
Prima degli anni Ottanta l’idea di essere europei esisteva già, ma era molto più debole e fortemente limitata alle élite culturali, politiche e accademiche. Questo contribuiva a incoraggiare intensi sentimenti di nazionalismo: lo studio di una lingua straniera avveniva quasi sempre nel proprio Paese, la conoscenza di pochi amici stranieri, il consumo di media quasi interamente nazionali e lo scarso utilizzo pratico delle lingue apprese.


L’appartenenza europea era principalmente racchiusa nell’orgoglio di aver letto la storia greco-romana, nel gemellaggio tra città (fenomeno particolarmente presente negli anni Sessanta e Settanta), o nelle normali associazioni giovanili con obiettivi comuni.
Tuttavia, secondo diversi studiosi l’Europa moderna è stata creata in due fasi fondamentali: dalla visione dei politici del dopoguerra come Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman su cui si sono fondate le grandi istituzioni; e dall’iniziativa dei giovani, che grazie a programmi transnazionali come l’Erasmus hanno saputo aggirare gli ostacoli del pensiero novecentesco.


Ed è forse questo il motivo per cui il programma ha avuto un impatto simbolico senza precedenti: non ha favorito la mobilità studentesca in maniera tradizionale, bensì ha trasformato l’Europa da progetto politico a realtà condivisa e vissuta da milioni di giovani.