Chiamare Gaza genocidio è un insulto ad Auschwitz
Questo weekend ho visitato Auschwitz-Birkenau. Ci si arriva pensando di conoscere già abbastanza quella storia, perché l’abbiamo studiata, vista, ascoltata mille volte, e invece davanti ai binari, alle baracche, ai resti dei crematori, si capisce che certe parole non possono essere usate con leggerezza.
Auschwitz-Birkenau andrebbe fatto visitare a tutti. Non per rito, non per posa, non per la fotografia composta davanti ai binari, ma perché forse, dopo aver visto quei luoghi, qualcuno avrebbe almeno il pudore di pesare le parole prima di usarle come armi nel dibattito politico.
Oggi invece accade l’opposto. Si prende una parola enorme, genocidio, la si svuota, la si piega, la si ripete ovunque, sui social, nelle università, nelle piazze, nei talk show, finché smette di descrivere una realtà precisa e diventa semplicemente il modo più violento per accusare Israele.
È questo il punto. Non la critica al governo israeliano, che è legittima come ogni critica politica. Non il riconoscimento della sofferenza dei civili palestinesi, che in parte esiste e non va negata. Il punto è l’abuso consapevole di una parola che nasce per definire l’annientamento deliberato di un popolo, e che oggi viene usata come manganello ideologico contro lo Stato ebraico.
Quello di Auschwitz era un genocidio. Gaza no.
Dirlo dovrebbe essere ovvio. Invece oggi è quasi una provocazione.
Lo Stato contro l’individuo
Auschwitz non fu una generica tragedia della guerra. Fu lo Stato moderno trasformato in macchina di sterminio. Non bande fuori controllo, non bombardamenti, non caos militare, ma treni, liste, registri, selezioni, camere a gas, forni crematori, turni, ordini, uffici.
La morte amministrata.
Il nazismo non voleva sconfiggere gli ebrei. Voleva eliminarli. Non voleva ridurne il potere politico, non voleva rispondere a un attacco, non voleva colpire un’organizzazione armata. Voleva cancellare gli ebrei in quanto ebrei. Uomini, donne, anziani, bambini. Colpevoli di esistere.
Questa è la differenza che molti fingono di non capire.
Perché se tutto è genocidio, allora nulla lo è davvero. Se ogni guerra diventa genocidio, se ogni tragedia umanitaria viene equiparata alla Shoah, se ogni vittima civile diventa automaticamente prova di sterminio deliberato, allora la parola perde senso. E quando una parola perde senso, perde anche rispetto per chi quel significato lo ha inciso nella carne.
La sinistra occidentale e l’ossessione per Israele
C’è poi un fatto politico che bisogna avere il coraggio di dire. Una enorme parte della sinistra occidentale ha un problema enorme con Israele. Non con questo o quel governo israeliano. Con Israele in quanto tale.
Lo si vede dall’ossessione selettiva, dalla sproporzione dell’indignazione, dalla velocità con cui ogni conflitto che coinvolge Israele viene trasformato in un processo morale all’esistenza stessa dello Stato ebraico. In Medio Oriente ci sono dittature, guerre civili, stragi, minoranze perseguitate, donne oppresse, omosessuali incarcerati o impiccati, ma l’unico Paese che mobilita cortei permanenti, boicottaggi universitari, isterie culturali e accuse di genocidio è sempre Israele.
Curioso, no?
Dopo il 7 ottobre questa ipocrisia è diventata oscena. Hamas ha massacrato civili israeliani, ha rapito bambini, donne, anziani, ha colpito ragazzi a un festival musicale, ha compiuto un pogrom contemporaneo trasmesso quasi in tempo reale. Eppure, in Occidente, una parte del mondo politico, accademico e mediatico ha sentito subito il bisogno di contestualizzare. Di spiegare. Di mettere il “però”.
Nemmeno davanti agli ebrei massacrati riescono a tacere per ventiquattr’ore.
Poi Israele ha reagito, e la parola era già pronta: genocidio.
A Gaza è guerra. Auschwitz era sterminio
Gaza è una guerra dura, tragica, sporca, come purtroppo sono le guerre asimmetriche combattute contro un’organizzazione terroristica che si nasconde dentro un territorio densamente popolato, usa scuole, ospedali, tunnel, quartieri civili, e considera i morti palestinesi non una tragedia da evitare, ma materiale politico da esibire.
Questo non assolve automaticamente ogni scelta del governo israeliano. Non significa che ogni bombardamento sia giusto, che ogni decisione sia proporzionata, che ogni errore debba essere giustificato. Ma significa una cosa precisa: il contesto conta.
Israele combatte Hamas. La Germania nazista sterminava gli ebrei.
Mettere le due cose sullo stesso piano non è analisi politica. È propaganda.
Auschwitz era il progetto industriale di eliminare un popolo. Gaza è un conflitto nato dopo il massacro del 7 ottobre, contro un’organizzazione che ha nel proprio orizzonte politico la distruzione di Israele e la morte degli ebrei. Si può discutere tutto, ma non si può falsificare il vocabolario.
Perché chiamare Gaza genocidio serve a una cosa sola: trasformare Israele nel nuovo nazismo. E questa non è una critica politica. È un’operazione ideologica precisa, disgustosa, che ribalta la storia e mette gli eredi delle vittime sul banco degli imputati con la stessa accusa dei carnefici.
L’antisemitismo cambia maschera
L’antisemitismo oggi raramente si presenta con la svastica al braccio. Sarebbe troppo facile riconoscerlo. Oggi preferisce parole più accettabili, più spendibili nei salotti, nelle università, nelle redazioni, nelle assemblee studentesche.
Si chiama “antisionismo”, “resistenza”, “decolonizzazione”, “lotta all’imperialismo”. Parole che in troppi ambienti occidentali servono ormai da lessico rispettabile per una vecchia ossessione: l’ebreo come colpevole, Israele come male assoluto, lo Stato ebraico come unico Stato al mondo a cui viene contestato non solo ciò che fa, ma il diritto stesso di esistere.
Ed è qui che l’abuso della parola genocidio diventa ancora più grave. Perché non serve solo a descrivere male Gaza. Serve a criminalizzare Israele alla radice. Serve a dire che lo Stato nato anche per garantire agli ebrei una casa dopo la Shoah sarebbe oggi l’erede morale dei nazisti.
È una bestemmia storica.
Ed è anche una forma di violenza contro la memoria.
Bisognerebbe portarli ad Auschwitz
Per questo Auschwitz-Birkenau andrebbe visto almeno una volta nella vita. Soprattutto da chi parla troppo. Da chi urla genocidio nei cortei senza sapere cosa significhi davvero. Da chi usa la Shoah come archivio di metafore politiche. Da chi pretende di fare educazione morale al mondo e poi non distingue uno sterminio industriale da una guerra contro un gruppo terroristico.
Bisognerebbe portarci studenti, giornalisti, parlamentari, attivisti, professori, influencer politici, tutti quelli che pensano che le parole siano soltanto strumenti per vincere una discussione.
Perché lì forse capirebbero che genocidio non è una parola decorativa. Non è un superlativo. Non è “guerra molto brutta”. Non è “tanti morti civili”. Non è “politica che non mi piace”.
Genocidio è Auschwitz. È Birkenau. È Treblinka. È la Shoah. È il tentativo deliberato, pianificato, amministrato, industriale, di cancellare gli ebrei dalla faccia della terra.
E allora sì, dopo aver visto quei luoghi, uno può ancora criticare Israele, può contestarne il governo, può discutere la guerra, può difendere i palestinesi, può chiedere soluzioni politiche diverse. Tutto legittimo.
Ma se continua a chiamare Gaza genocidio, allora non sta più sbagliando per ignoranza.
Sta scegliendo la menzogna.









