Futuro di nome, passato di fatto. Il paradosso dei nuovi “futuristi” vannacciani

Riccardo Lo Monaco
14/02/2026
Frontiere

L’idea di chiamare “futuristi” gli aderenti a Futuro Nazionale di Vannacci, potrebbe suonare a prima vista suggestiva, ma basta grattare la superficie perché l’operazione appaia, oltre che poco originale, culturalmente impropria. In primo luogo perché non è la prima volta che il termine “futuristi” viene utilizzato in ambito politico recente. Si chiamavano così i simpatizzanti di Gianfranco Fini e del suo partito Futuro e Libertà per l’Italia. “Futuristi” tanto da animare anche un giornale dal titolo esplicito “Il Futurista”, portando avanti posizioni di avanguardia come l’apertura ai diritti civili e l’integrazione.

Oggi la riproposizione appare non solo fragile, ma del tutto posticcia. Perché tra il movimento fondato da Filippo Tommaso Marinetti e l’universo ideologico vannacciano la distanza è siderale.

Che cos’era davvero il Futurismo

Il Futurismo nasce nel 1909 con la pubblicazione del Manifesto su “Le Figaro”. È un movimento di pura avanguardia: esalta la velocità, la macchina, la città industriale, la rottura con il passato, l’abbattimento dei musei considerati come “templi polverosi della tradizione”.

I futuristi volevano incendiare simbolicamente le biblioteche, spezzare l’accademia, distruggere il culto della memoria. Il loro era un culto del nuovo, spesso persino ossessivo, radicale, provocatorio. In arte come nella società.

Tra le linee guida essenziali del futurismo c’era il rifiuto del passatismo, la celebrazione del dinamismo e della modernità, la sperimentazione linguistica e artistica, la tensione verso il domani, la rottura delle convenzioni.

Al netto delle ambiguità storiche e delle successive compromissioni con il regime fascista, il cuore del futurismo resta una spinta centrifuga verso l’inedito.

La “retroguardia” spacciata per futuro

Le battaglie portate avanti da Vannacci sin dal suo affacciarsi sulla scena pubblica – dal linguaggio divisivo sui temi identitari alle posizioni rigide su diritti civili, immigrazione e modelli sociali – non hanno nulla della tensione avanguardistica futurista. Sono piuttosto operazioni di recupero identitario, di riaffermazione di un passato mitizzato e semplificato. Più che un movimento proiettato in avanti, si tratta di una narrazione nostalgica: ordine, tradizione, ruoli fissi, confini netti.

Se il futurismo voleva superare e cancellare le categorie statiche, la proposta vannacciana le ripropone come baluardi. Se Marinetti cercava lo choc culturale per aprire orizzonti, la “cosa nera” vannacciana – una destra spesso macchiettistica, intrisa di stereotipi – utilizza la provocazione come strumento di polarizzazione, non di liberazione creativa.



Futuristi per Putin: un paradosso storico

Il futurismo – con tutte le sue contraddizioni – era davvero votato al futuro. Era un laboratorio permanente, un’officina linguistica, un’esplosione di forme.

Il “futuro” evocato da Vannacci appare invece come un ritorno: un futuro che somiglia a ieri, talvolta a un ieri deformato e semplificato. Una retroguardia che si presenta come avanguardia.

Se si prende sul serio il Futurismo, nella sua dimensione di avanguardia radicale, di esaltazione della modernità, della velocità, della rottura degli equilibri statici, è difficile immaginare i futuristi schierati dalla parte di un nazionalismo imperiale che guarda alla restaurazione di un passato zarista o sovietico.

Il movimento fondato da Filippo Tommaso Marinetti nasce come esplosione contro l’immobilismo, contro la venerazione del passato, contro l’idea di una civiltà bloccata nella nostalgia. È un’estetica della proiezione in avanti, della trasformazione violenta della realtà.

E se dovessimo immaginare i futuristi nel presente, con la loro ossessione per il movimento, la velocità e la trasformazione, è difficile pensare che si sarebbero riconosciuti nella nostalgia imperiale di Vladimir Putin. Più plausibile che, a differenza dei futuristi abusivi, avrebbero guardato dove si gioca – nel bene e nel male – la possibilità di un nuovo inizio.

E allora il parallelo è quasi inevitabile: nell’attuale conflitto tra Russia e Ucraina, è la retorica putiniana tanto cara a Vannacci e ai vannacciani a essere intrisa di passato, di recupero della “grande Russia”, di missione storica, di restaurazione identitaria. È un discorso profondamente retrospettivo, fondato su memorie imperiali e su una visione organica e gerarchica della nazione.

L’Ucraina, al contrario, al di là delle semplificazioni propagandistiche, si presenta come progetto di autodeterminazione e di integrazione in un orizzonte europeo contemporaneo. È, simbolicamente, una battaglia per il diritto a scegliere il proprio futuro.

Se il futurismo era – nel bene e nel male – culto del dinamismo, del movimento, dell’autonomia creativa contro l’ordine costituito, è difficile non vedere dove si collocherebbe oggi quella tensione. Non certo nella difesa di un assetto imperiale novecentesco, ma nella spinta a rompere un equilibrio imposto con la forza.

Un cortocircuito antropologico-culturale

Se l’operazione di chiamare “futuristi” i propri aderenti vorrebbe evocare slancio e modernità, le posizioni espresse dal generale – improntate a una visione identitaria, gerarchica, nostalgica – sembrano collocarsi in una traiettoria opposta rispetto all’idea di futuro come rottura.

Il futurismo voleva superare le categorie statiche; il discorso vannacciano tende a irrigidirle.
Il futurismo aggrediva il passato; la retorica sovranista lo sacralizza.
Il futurismo celebrava l’energia che travolge; il nazionalismo identitario difende confini simbolici e culturali come linee invalicabili.

È vero che il futurismo ebbe un rapporto controverso con il fascismo, e che parte del movimento si lasciò sedurre dall’idea di una modernizzazione autoritaria. Ma anche in quel caso, il regime cercò di addomesticare un’avanguardia che per natura era instabile, irrequieta, allergica alla cristallizzazione.

Oggi il richiamo al futurismo da parte della “cosa nera” vannacciana appare più come un tentativo di darsi un’aura culturale che non ha più che come una reale consonanza ideale. Perché se c’è una cosa che i futuristi avrebbero detestato è l’idea di trasformare il futuro in una maschera per il passato. È un paradosso quasi ironico: un movimento che voleva distruggere il culto del passato usato come etichetta da chi del passato fa il proprio orizzonte simbolico.

E se c’è un’ultima ironia storica, è questa: un movimento che esaltava la rottura degli equilibri e la trasformazione continua difficilmente oggi si riconoscerebbe in un’idea di identità chiusa e monolitica. Con buona pace delle etichette, tra l’avanguardia marinettiana e la proposta vannacciana c’è ben poco in comune.

Chiamarsi “futuristi” implica una responsabilità semantica

Non basta evocare il futuro: bisogna abitarlo. E questo, oggi, è un terreno ben più complesso di una semplice operazione nominale.

Chiamarsi “futuristi” non basta per esserlo. Servirebbe almeno condividere l’idea che il futuro non è un rifugio nostalgico, ma un territorio da inventare. E su questo, la distanza appare incolmabile.