Le finte paci di Trump danno ragione a Kant per l’ennesima volta
Dallo scoppio della guerra a oggi, Trump ha annunciato una cinquantina di volta che un accordo con l’Iran era imminente. Almeno due volte i mediatori internazionali come il Pakistan hanno confermato che era stato raggiunto.
Eppure, entrambe le volte questo accordo aveva qualcosa di strano.
Tanto per cominciare, l’ala moderata dei pasdaran si affrettava a puntualizzare che l’accordo contenesse condizioni molto più umilianti per gli USA rispetto a quanto ammesso dalla stampa.
Dal canto suo, l’ala estrema dei pasdaran lo sconfessava in blocco, tuonando che la “repubblica” islamica in realtà non l’aveva firmato e che la sola idea di firmarlo sarebbe stata un tradimento.
Le questioni più scottanti, a partire dall’arricchimento dell’uranio e dalla sorte di quello già arricchito, erano rimandate a vaghi colloqui successivi, potenzialmente con qualunque esito.
Le schermaglie tra Israele ed Hezbollah non si fermavano, le navi nello stretto di Hormuz continuavano a passare a singhiozzo, di tanto in tanto qualche drone si schiantava su un bersaglio, e l’impressione generale era che la guerra fosse ben lontana dal concludersi.
Chi di fronte a tutto questo ha provato una sensazione di deja vu non deve andare troppo a ritroso coi ricordi: l’anno scorso anche il “piano di pace per Gaza” aveva funzionato, o piuttosto non aveva funzionato, nello stesso modo.
Certo, la fase più dura delle ostilità è cessata, ma né Hamas né Israele hanno deposto le armi, nessuna missione internazionale ha neanche tentato di fargliele deporre, i territori occupati sono rimasti occupati e il club miliardario del Board of Peace è servito solo a dare la testimonianza plastica che Trump sente più affinità con la Bielorussia che con la Francia.
Di fatto, quelli che Trump spaccia per accordi di portata storica non sono mai altro che tregue temporanee, con cui ciascuna delle parti spera di riprendere fiato e prepararsi a colpire il nemico in un momento più propizio.
Di fronte a questo palese inganno, le anime più serie e perbene si sono comprensibilmente indignate.
Come osa, quel ribaldo di Trump, prendere parole un tempo venerate come “pace” e “dialogo” e usarle con un significato diverso se non opposto a quello che dovrebbero avere?
Come osa, con i suoi comunicati compulsivi sui social, suscitare speranze in milioni di persone che stanno soffrendo sotto le bombe, e poi mezza giornata dopo deludere quelle stesse speranze, minacciando di “colpire duro” o addirittura di “annientare una civiltà”?
Da quando in qua è lecito sbandierare come un accordo di pace qualcosa che di fatto non lo è?
Kant ci aveva avvertiti
In realtà, lo è dalla notte dei tempi. Come spesso accade, i mezzi digitali e la politica della performance permanente hanno fatto da acceleratori per una tendenza che esisteva già da molto prima, rendendola semplicemente più evidente.
Quando Immanuel Kant, nel 1795, scrisse il trattatello Per la pace perpetua, aveva già ben chiaro che merita il nome di “pace” solo quella che elimina qualunque pretesto per guerre future tra i due contendenti.
Una “pace” che, al contrario, venga stipulata “con la riserva segreta di conservare motivi per una guerra futura” è ingannevole, e abbiamo il dovere di considerarla per quello che è: soltanto una tregua.
Il libriccino del filosofo baltico fu un’operazione brillante. Nella sua prima sezione, col pretesto (esagerato e comico) di insegnare ai suoi lettori come ottenere la pace nel mondo, metteva a fuoco con spietata esattezza analitica una serie di comportamenti illogici o bugiardi che gli uomini adottano quando si fanno la guerra, e che, una volta adottati, rendono più facile lo scoppio della guerra successiva.
Oltre alle finte paci che, non rimuovendo il problema per cui era scoppiata la guerra, comprano solo tempo per riorganizzarsi e tornare all’attacco, Kant riporta altri esempi.
Di triste attualità è quello degli “stratagemmi disonorevoli” (ai suoi tempi l’avvelenamento, il tradimento o l’infrazione della resa), che rendono impossibile tornare a fidarsi della controparte anche a guerra conclusa.
Un altro esempio più attuale che mai è l’uso di mercenari: quando gli uomini vengono trattati come strumenti da vendere e comprare, e non come membri di un popolo che in quanto tale è un soggetto morale, le guerre diventano, oltre che illegittime, anche più facili da iniziare.
Kant ne aveva anche contro l’indebitamento pubblico per pagare campagne militari, contro gli eserciti permanenti e contro le invasioni dall’esterno per cambiare la forma di governo di un altro stato in assenza di una guerra civile preesistente.
A molti leader viventi fischierebbero le orecchie, da Putin a Bush. Ma nel 1795 Kant aveva sotto gli occhi tutt’altro: la grande crociata delle monarchie europee coalizzate contro la Francia rivoluzionaria.
Lo scontro si sarebbe concluso solo a Waterloo, vent’anni e un milione di morti dopo, con la rimozione (almeno parziale) del problema per cui la guerra era scoppiata: l’esistenza stessa della Francia rivoluzionaria, che, prima a suon di emulazione e poi a suon di cannonate, rischiava di esportare le sue novità ovunque, dalle pampas argentine alle steppe russe.
I casi di cronaca
Ebbene, anche nella nostra epoca, come in quella di Kant, le guerre sono destinate a durare finché non viene eliminato quello che l’aggressore vive come un pericolo esistenziale.
Prendiamo Putin: non può sopportare che i russi abbiano sotto gli occhi l’esempio di una nazione ucraina indipendente e democratica.
E, come i finti accordi di Minsk hanno dimostrato, non si fermerà finché non avrà distrutto l’Ucraina indipendente o finché l’Ucraina indipendente non avrà distrutto lui. Ecco perché il balletto dei colloqui in Alaska, in Turchia o su Saturno non può portare da nessuna parte e non porterà mai da nessuna parte.
I terroristi di Hamas e di Hezbollah, coi loro finanziatori e fiancheggiatori, non possono sopportare che esista uno stato ebraico. E, come hanno dimostrato in più occasioni, non si fermeranno finché non avranno distrutto lo stato ebraico o finché lo stato ebraico (o, ci auguriamo, qualche soggetto meno compromesso come una coalizione di paesi a maggioranza islamica) non avrà distrutto loro.
Ecco perché il “Board of Peace” e le iniziative analoghe sul Libano lasciano il tempo che trovano.
A darci la prova del nove è l’unico accordo di pace che Trump ha mediato con efficacia: quello tra Azerbaijan e Armenia (lui disse raggiante “tra Aberbaijan e Albania”, ma sorvoliamo).
In quel caso, il presidente armeno aveva accettato la dolorosissima rinuncia al Karabakh, una regione formalmente inclusa nell’Azerbaijan ma abitata dai cristiani armeni fin dal Medioevo, e dalla quale nel 2023 quasi centomila profughi avevano preferito fuggire, subendo la pulizia etnica, piuttosto che restare, cadere nelle mani degli azeri e subire il genocidio.
La maggiore pietra d’inciampo tra i due paesi era stata sacrificata, e dunque la pace, anche se a malincuore, poteva essere fatta.
Né Washington né Teheran possono cedere
Quanto all’Iran, non ci giriamo intorno: se è innegabile che l’intervento di Trump sia stato un errore disastroso come tempi e modalità, è un fatto altrettanto oggettivo che un regime dei pasdaran armato con le bombe atomiche sarebbe un incubo per gran parte dell’umanità, a cominciare dai paesi arabi.
Dunque, se gli USA e Israele non riescono a ottenere garanzie almeno sulla distruzione dell’uranio arricchito, possono, sì, allentare un po’ la presa per ridare fiato a Hormuz e all’economia globale, ma di certo non firmare accordi definitivi.
Dal canto loro, i pasdaran sono in profonda crisi di legittimità dopo le proteste di gennaio, e hanno un bisogno disperato di raccontare che hanno sconfitto il “Grande Satana” ebraico e americano: non solo, quindi, vogliono continuare ad arricchire l’uranio, ma pretendono anche di tenersi come bottino il controllo del famoso stretto, sul quale sognano di imporre il loro pizzo mafioso in spregio a qualunque legge internazionale sulle vie d’acqua.
La libertà di navigazione, lo ricordiamo, non è uno scherzo: fu il pretesto con il quale gli USA entrarono nel primo conflitto mondiale e uno dei princìpi della Carta Atlantica a cui fu vincolato il loro impegno nel secondo.
Davvero gli USA e il mondo si possono permettere l’inizio di una nuova era di estorsioni mafiose sul passaggio attraverso gli stretti?
Finché restano questioni irrisolte di tale portata, insomma, qualunque accordo di pace non sarà un vero accordo di pace.
Sarà un atto di tattica mediatica o, come amano dire gli esperti, di “diplomazia performativa”.
Kant l’aveva intuito ai tempi in cui le paci venivano negoziate da gentiluomini con la parrucca, le calze colorate e i finti nei.
Oggi vengono negoziate a colpi di post, di tweet e di droni, ma la sostanza, purtroppo, non cambia.








