Finita la droga del PNRR, ora l’Italia non ha più alibi

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Pietro Borsari
10/07/2026
Interessi

Tra due settimane arriverà nelle sale l’ultimo film di Christopher Nolan, dedicato a una delle storie fondative della nostra civiltà: l’Odissea, l’epopea delle gesta di Ulisse.

Un racconto ancestrale che ci riporta agli albori dell’epica, quando le grandi storie costituivano un patrimonio da tramandare oralmente e consegnare immortali alla storia.

Ed è proprio in quel passaggio di voce in voce, di orecchio in orecchio, che le imprese dei guerrieri del passato si trasformavano lentamente in leggenda, arricchendosi a ogni narrazione di nuovi significati e nuovi contorni.

Si potrebbe dire che, qualche giorno fa, si sia formalmente conclusa anche l’epopea di uno dei grandi miti del nostro tempo: il PNRR.

Il piano di finanziamento della Commissione Europea, trasformato da chi allora sedeva al governo in una gigantesca promessa di rinascita nazionale, in un oggetto quasi magico, conquistato con astuzia e carisma e strappato agli austeri burocrati di Bruxelles, riecheggiava il mito di Prometeo che rubò il fuoco agli dèi per donarlo ai mortali.

Peccato che delle miracolose virtù di questa salvifica panacea sia sopravvissuto ben poco al feroce rasoio della realtà. Oggi, più che di una redenzione nazionale, visto che di quei fondi resta giusto qualche avanzo da spendere, possiamo parlare di una delle più imponenti operazioni di marketing politico della storia repubblicana.

In pochi ricordano, infatti, quale fosse la vera battaglia combattuta dal prode Giuseppe Conte, il paladino che, secondo la narrazione dominante, avrebbe strappato all’Europa questo straordinario tesoro interrompendo anni di feroce austerità imposta da Bruxelles. Quella battaglia non riguardava tanto l’ottenimento delle risorse, quanto l’indebolimento dei vincoli di riforma strutturale cui la loro erogazione sarebbe dovuta essere subordinata.

«Ci ha salvati dai diktat!», dirà qualcuno. Peccato che, svanita la sbornia di sovrano onanismo, resti una realtà assai meno poetica: di quell’enorme spesa è rimasta pochissima resa. La crescita continua a zoppicare attorno allo zero virgola, la produttività langue e nessuno degli indicatori fondamentali dell’economia italiana può dirsi significativamente migliorato.

Il motivo è semplice. A un Paese ormai assuefatto alla spesa pubblica, governato da una politica affamata di consenso immediato – e quindi costantemente alla ricerca di denaro da distribuire e di debiti da scaricare su qualcun altro, preferibilmente sugli elettori di domani – un’amnistia finanziaria di questa portata rappresentava una prelibatezza irresistibile.
La possibilità di finanziare un’immensa quantità di spesa in cambio di un pugno di blande riforme, diluibili e continuamente rinegoziabili era, per la politica italiana, poco meno di una droga di Stato.

Ed è esattamente questo che il PNRR è diventato: non un acceleratore di cambiamento, ma un potente anestetico capace di rimandare ancora una volta il confronto con i mali cronici del Paese, trasformando il grande piano europeo concepito per rilanciare l’economia del continente dopo la crisi post pandemica nell’ennesimo, gigantesco alibi per lasciare tutto sostanzialmente com’era. Un perfetto feticcio gattopardesco, insomma.

Così, mentre scorrevano miliardi di euro, i nodi strutturali dell’economia italiana sono rimasti ostinatamente al loro posto: un fisco vessatorio, una burocrazia asfissiante, una giustizia civile dai tempi tra i più lunghi dell’emisfero occidentale, una concorrenza ancora soffocata dal peso degli interessi corporativi e delle rendite di posizione, nonostante anni di tirate d’orecchie da Bruxelles.

E poi c’è l’elefante nella stanza, quello che tutti fingono di non vedere: il debito pubblico. Anche grazie alla stagione dei bonus, dal Superbonus 110% agli altri miracolosi strumenti dal pressoché inesistente fattore moltiplicativo sulla crescita, il rapporto debito/PIL gravita intorno al 138 per cento.

Insomma, gran parte della politica italiana continua a magnificare uno strumento che, senza dubbio, qualche beneficio lo ha prodotto, e sarebbe stato del resto sorprendente il contrario, considerata l’enorme quantità di denaro pubblico riversata nell’economia europea; ma la prossima volta che qualcuno salirà su un palco per sostenere che il vero problema dell’Italia è non poter spendere abbastanza o, addirittura, che sia arrivato il momento di rivedere quei presunti terribili vincoli di bilancio europei, forse sarà il caso che qualcuno trovi il coraggio, per semplice amore della verità, di mettergli davanti un paio di dati sull’ultima grande ubriacatura di denaro pubblico che abbiamo deciso di chiamare PNRR, inaugurando magari una nuova forma di proibizionismo – al posto di quelle, ben più insensate, riservate ad altre sostanze – nei confronti della più insidiosa delle droghe di Stato: la spesa pubblica.