La crisi di Hormuz soffoca le Filippine

hormuz soffoca filippine
Guido Gargiulo
07/04/2026
Orizzonti

In questi giorni si susseguono molte notizie sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, un passaggio di vitale importanza per il mondo e, indirettamente, anche per il Pacifico.

Paesi come le Filippine e l’Indonesia sono tra quelli che stanno subendo maggiormente gli effetti collaterali di questa situazione, con il presidente Ferdinand Marcos Jr. impegnato anche in negoziati complessi per garantire il passaggio delle navi ed evitare il rischio concreto di blackout nel paese.

Si passa dallo smart working diffuso al silenzio sempre più evidente nelle strade di Manila, dai celebri jeepney in difficoltà per il caro diesel, fino a convegni ASEAN resi il più possibile essenziali e digitali, anche alla luce della presidenza filippina di quest’anno: un ruolo importante, anzi importantissimo, che, nei fatti, viene ridimensionato dagli effetti della crisi legata all’Iran.

Nel frattempo, Donald Trump lancia ultimatum dai toni vaghi ma duri, arrivando ad evocare “l’inferno in terra” qualora non si sblocchi lo stretto. Ma le Filippine, come gran parte del mondo, non possono permettersi di aspettare. Manila diventa così la prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza energetica nazionale, un segnale forte che racconta la portata della crisi.

Un passaggio significativo, che evidenzia le difficoltà profonde che Manila si trova ad affrontare, già colpita da calamità naturali come terremoti ed eruzioni vulcaniche. E in questo scenario, la leadership di Marcos Jr. viene messa a dura prova, chiamata a reggere l’urto e a guidare le Filippine in una fase estremamente delicata.

Manila reagisce così: stato di emergenza energetica

Per rispondere a questa crisi estrema, il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha preso una decisione senza precedenti: dichiarare lo stato di emergenza energetica nazionale.

Non si tratta solo di prevenire interruzioni nella fornitura elettrica, ma di evitare un collasso più ampio del sistema economico e sociale.

Manila si muove su più fronti. Da un lato, negoziati indiretti e contatti diplomatici per garantire il passaggio delle navi, anche attraverso interlocuzioni complesse con attori legati all’Iran. Dall’altro, interventi interni per ridurre i consumi e razionalizzare le restanti risorse disponibili.

La vita quotidiana cambia all’insegna del “pagtitipid” (risparmio)

Nel frattempo, la crisi entra nelle case dei filippini.

A Manila e in altre grandi città, il governo spinge verso forme di lavoro da remoto, una sorta di “work from home” generalizzato per ridurre il consumo di carburante e alleggerire la pressione sulla rete energetica. Le strade ora si fanno più silenziose, quasi sospese.

Come già citato, i famosi jeepney — simbolo del trasporto urbano filippino — iniziano a soffrire il caro diesel. Molti riducono le corse, altri si fermano del tutto. Il costo del carburante incide direttamente sui guadagni degli autisti, già fragili.

Ed ecco dunque ora emergere il concetto di pagtitipid (risparmio): una parola comune in tagalog che diventa linea guida nazionale. Risparmiare energia, limitare gli spostamenti, adattarsi ad una nuova “normalità”.

ASEAN in formato essenziale

La crisi energetica arriva in un momento particolarmente delicato per Manila. Le Filippine detengono la presidenza dell’ASEAN, un ruolo che richiede presenza, organizzazione e forte capacità diplomatica.

Eppure, anche questo viene inevitabilmente ridimensionato. Riunioni più brevi, eventi in formato digitale, spostamenti ridotti al minimo. Una gestione “minimal”, quasi compressa, che riflette le difficoltà del momento.

Dal punto di vista politico, è un test per la credibilità internazionale del paese: riuscire a mantenere un ruolo guida regionale mentre si affronta una crisi interna così profonda.

Marcos Jr. tra pressione interna e tenuta politica

La gestione della crisi mette alla prova la leadership di Marcos Junior.

Le Filippine sono abituate ad emergenze, spesso legate a disastri naturali — terremoti, eruzioni vulcaniche, tifoni. Ma questa volta la minaccia arriva dall’esterno, ed è meno controllabile.

Le scelte sono diventate difficili: razionamenti, priorità energetiche, possibili impatti sull’industria e le eventuali proteste annesse. Ogni decisione ha un costo politico. Mantenere la stabilità — katatagan (resilienza, stabilità) — diventa l’obiettivo principale, in un contesto che cambia rapidamente.

Una crisi che ridefinisce le priorità

Inutile negarlo, la crisi di Stretto di Hormuz non è solo una questione mediorientale. È un evento che attraversa i continenti, ridefinisce le priorità e mette alla prova governi lontani migliaia di chilometri.

Secondo diverse stime recenti, circa il 95–98% del petrolio importato dalle Filippine proviene dal Medio Oriente. Questo significa che oltre il 90% del fabbisogno energetico filippino dipende direttamente da rotte che passano per Hormuz.

Il dato diventa ancora più rilevante se si considera che non si tratta solo di greggio: circa il 97% dei prodotti petroliferi raffinati e oltre il 90% del GPL (gas domestico) arrivano da filiere che, a monte, dipendono da quel corridoio energetico.

In altre parole, quando Hormuz rallenta o si blocca, per Manila non è una crisi lontana: è un’interruzione quasi diretta della propria linfa energetica, anzi, vitale.

Manila, oggi, si trova in prima linea. E la sua risposta — tra emergenza, adattamento e diplomazia — offre uno spaccato più che concreto di cosa significhi vivere in un mondo dove energia e geopolitica sono materie intrecciate e non due rette parallele.