I figli rubati dell’Ucraina: sei volti della deportazione russa di minori

Nanni Schiavo
08/01/2026
Interessi

Secondo le stime circa 35.000 bambini ucraini sono stati rapiti dalla Russia, fra questi 19.546 sono già stati identificati ma al nuovo anno solo 1943 sono tornati a casa. Tra questi, almeno 20 avrebbero subito abusi sessuali secondo il portale governativo ucraino Children of War. In mezzo a questi numeri la ferita attraversa il fronte.

Strappati alle famiglie o presi dagli orfanotrofi, i minori sono stati deportati in Russia, Bielorussia e non solo: almeno due fra questi, di 12 anni e 16 anni, sono stati portati a Songdowon, in Corea del Nord.

Le testimonianze dei bambini recuperati

Sono bambini come Vladyslav, 16 anni. Catturato a Melitopol, detenuto per novanta giorni. Assiste al tentato suicidio di un compagno di cella di 24 anni, per taglio delle vene. In seguito è costretto a ripulire una cella di tortura intrisa di sangue.

Oppure come Oleksandr, 12 anni. Separato dalla madre in un campo di filtrazione a Mariupol, viene destinato all’adozione presso una famiglia russa. A salvarlo è l’ostinazione della nonna, Lyudmyla.

Ancora Illia, 11 anni. Ferito durante i bombardamenti di Mariupol che uccidono sua madre, trasferito dai russi a Donetsk con frammenti ancora in una gamba, viene operato senza anestesia.

Infine Vlad, appena maggiorenne. Prelevato dalla sua casa di Kherson dove la madre Tetiana offriva rifugio anche ad altri bambini, viene spostato tra i campi e un collegio militare. Punito per aver rimosso una bandiera russa, viene messo in isolamento e picchiato. Sarà liberato solo dopo essere stato costretto a registrare un video di lodi alla Russia.

Il destino dei bambini deportati

In questi 210 “campi di rieducazione” questi bambini sono soggetti a percorsi di russificazione volti a cancellare l’Ucraina dalla loro biografia. Vengono militarizzati, impiegati nella produzione di droni e spesso forzati ad un cambio di nome. L’iniziativa presidenziale Bring Kids Back UA lavora alla ricostruzione di dossier individuali, cercando i minori uno per uno per facilitare i corridoi di rientro, in collaborazione con mediatori internazionali come Qatar, Sudafrica e Vaticano.

Il caso più emblematico è quello d iMaria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dell’infanzia, destinataria di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale proprio per la deportazione di questi minori. La stessa avrebbe personalmente “adottato” uno di questi minori per farne uno strumento di propaganda. Filip, 15 anni, da Mariupol.

Per un’Europa che si proclama comunità di diritto la liberazione di questi minori non è solo una questione umanitaria, è un test politico e morale, il punto in cui si misura se i diritti dei bambini valgono più della paura dei regimi.


Selezione del reportage originale di Nanni Schiavo