Ferragosto, o della dignità di essere tutti imperatori

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Stefano Maria Capilupi
15/08/2026
Radici


Dalle feriae di Roma all’«immagine di Dio» della Genesi, fino all’Assunzione di Maria: una piccola storia europea della dignità e della libertà.

Ferragosto è una buona occasione per giocare seriamente con le parole. Le parole antiche custodiscono spesso una storia assai più lunga delle abitudini che oggi designano.

Prendiamo ferie, feriale, festa. Le feriae dei Romani erano giorni consacrati e sottratti alle occupazioni ordinarie, inseriti nel calendario religioso pubblico o privato. Il nostro Ferragosto conserva anche la memoria delle Feriae Augusti, benché il 15 agosto cristiano abbia poi assunto tutt’altro significato.

La storia linguistica ha prodotto intanto un piccolo paradosso: oggi le ferie sono precisamente i giorni nei quali non lavoriamo, mentre il giorno feriale è quello nel quale normalmente lavoriamo.
Senza pretendere di farne un’etimologia, ci si può concedere una piccola forzatura poetica: la tradizione cristiana ha in qualche modo universalizzato la festa.
Il sacro non dipende più dal privilegio di un sovrano o dal sacrificio offerto agli dèi, ma entra nella definizione stessa della persona.

Tutti re, e tutte regine


Per capire quanto sia antica questa rivoluzione bisogna però fare un passo indietro. «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza», dice Genesi 1,26; e il versetto seguente precisa: «Dio creò l’uomo a sua immagine […] maschio e femmina li creò» (Gen 1,27).

Il termine è ’adam: l’essere umano, l’umanità, prima della determinazione dell’uomo come maschio, per il quale il racconto successivo utilizzerà ’ish.
Non è dunque il maschio, in Genesi 1, a essere creato a immagine di Dio e la donna ad acquistare successivamente quella dignità: entrambi appartengono originariamente alla medesima imago Dei .

Il dato risalta ancora di più sullo sfondo del Vicino Oriente antico. Nelle ideologie regali mesopotamiche e assire la relazione privilegiata con il divino apparteneva eminentemente al sovrano, che poteva essere descritto come immagine o rappresentante della divinità.

Genesi compie così un gesto culturalmente formidabile: democratizza la regalità.

Ciò che altrove caratterizza il re viene attribuito all’essere umano in quanto tale e, con una precisazione decisiva, senza distinzione di sesso.
Uomo e donna sono, per usare un’immagine volutamente anacronistica, re e regina nello stesso istante, perché entrambi ricevono la propria dignità dall’essere creati a immagine del medesimo Re (cfr. S. M. Capilupi, «Parole sul genere nella tradizione biblica e nella percezione contemporanea. Confronto linguistico e culturale russo-italiano», in Romano-Germanic Philology in the Modern World, San Pietroburgo, SPbGEU, 2025).

La costola che ha conquistato l’arte


La Genesi contiene però due racconti della creazione non perfettamente sovrapponibili. Nel secondo, quello della celeberrima costola, la sequenza cambia: prima compare l’uomo, poi dal suo fianco viene tratta la donna (Gen 2,21-23). È soprattutto questa narrazione ad avere conquistato l’immaginario europeo.

Per secoli pittura, scultura e iconografia hanno fissato una sequenza potentissima: prima Adamo, poi Eva, subito dopo l’albero e il serpente. Dall’iconografia cristiana antica fino a Masaccio e Michelangelo, questa successione è diventata quasi spontaneamente il nostro modo di “vedere” la Genesi. A rafforzarla contribuiva anche l’eredità greca, che aveva assunto soprattutto il corpo maschile quale paradigma dell’armonia umana, come nel Doriforo di Policleto.

Per questo acquista un rilievo particolare la Madonna Sistina di Raffaello: la figura femminile assume quella sintesi di equilibrio e movimento che apparteneva al canone classico. Quasi che l’arte occidentale restituisse alla donna, sul piano visivo, una regalità che il primo capitolo della Genesi le aveva riconosciuto fin dall’inizio.

Non si tratta di trasformare un testo antico in una dichiarazione contemporanea sulla parità di genere: sarebbe anacronistico. Ma sarebbe altrettanto scorretto dimenticare ciò che il testo effettivamente dice: l’immagine divina precede ogni gerarchia fra i sessi. Il Nuovo Testamento porterà questa intuizione a una formulazione ancora più esplicita: «non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Lettera ai Galati 3,28).

Qui si apre uno dei grandi paradossi della storia europea. L’Europa cristiana ha conosciuto gerarchie, discriminazioni e società rigidamente cetuali, ma ha continuato a custodire nei propri testi fondativi un principio capace di giudicarle: la dignità viene prima del rango.
Prima di essere re o suddito, uomo o donna, ricco o povero, l’essere umano porta un’immagine che nessuna istituzione gli ha conferito e che nessuna istituzione può completamente sottrargli.

È una delle lontane matrici culturali — senza costruire genealogie semplicistiche — di ciò che l’Europa moderna chiamerà dignità universale della persona. Le nostre ferie possono allora ricordarci, per un giorno, che non abbiamo bisogno di essere imperatori per possedere una dignità regale. Siamo, biblicamente parlando, tutti imperatori. E imperatrici.

Maria e la pienezza dell’immagine umana


Il 15 agosto permette di aggiungere un ultimo passaggio. E qui occorre anzitutto evitare un equivoco: nulla di quanto precede sottrae qualcosa all’autonomia e alla grandezza della tradizione ebraica. È già il testo della Genesi, nel proprio orizzonte giudaico, a compiere quella straordinaria universalizzazione dell’imago Dei. Il cristianesimo riceve questa eredità; non la inventa.

Ma forse le conferisce, attraverso Maria, una conseguenza simbolica particolarmente potente.

Se infatti potevano sopravvivere nella storia cristiana equivoci sulla pari dignità originaria dell’uomo e della donna — anche a causa dell’enorme fortuna del secondo racconto della creazione — la figura di Maria introduce qualcosa di difficilmente eludibile: è una donna a rappresentare, nella fede cristiana, la creatura umana condotta alla sua più alta realizzazione.

Non una divinità femminile contrapposta a un Dio maschile, naturalmente. Maria rimane interamente creatura. Ed è precisamente questo a rendere il dato teologicamente interessante: ciò che viene glorificato in lei è l’umano.

L’Assunzione porta questa intuizione fino al corpo. Maria non raggiunge la gloria abbandonando la propria corporeità, né tantomeno cessando simbolicamente di essere donna: viene assunta «in anima e corpo». La Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II parlerà dell’Assunzione come del compimento definitivo in Maria degli effetti della redenzione di Cristo (Redemptoris Mater, 41).

In questo senso si può vedere nell’Assunzione quasi un ritorno alla prima pagina della Genesi. Là l’immagine di Dio era attribuita all’essere umano come «maschio e femmina»; qui è proprio una donna a manifestare, secondo la fede cristiana, la pienezza escatologica alla quale l’essere umano è destinato.

Non è la correzione cristiana di un difetto dell’ebraismo, che su questo punto non ha bisogno di essere corretto. È piuttosto uno sviluppo interno alla lettura cristiana della medesima eredità biblica: la regalità concessa in principio all’uomo e alla donna trova nella Regina assunta in cielo una sua potentissima rappresentazione.

Un dogma che lascia qualcosa aperto


C’è infine un secondo paradosso nell’Assunzione.

Il dogma fu proclamato da Pio XII il 1° novembre 1950 con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, ma la fede nell’Assunzione non nacque allora. La tradizione sul destino glorioso di Maria era antichissima e in Oriente si era sviluppata da secoli la festa della Dormizione della Madre di Dio.

Il 1950 segna dunque non la nascita di una nuova credenza, ma la sua definizione solenne. Ed è proprio la formula scelta da Pio XII a essere interessante: Maria, «terminato il corso della vita terrena», fu assunta in anima e corpo alla gloria celeste (Munificentissimus Deus, 44).

Quelle parole definiscono l’Assunzione ma non stabiliscono dogmaticamente se Maria sia passata attraverso la morte. Giovanni Paolo II lo avrebbe ricordato esplicitamente nel 1997: Pio XII non volle affermare solennemente la morte di Maria come verità che dovesse essere ammessa da tutti i credenti. La tradizione della Dormizione, e quindi della morte di Maria, è in realtà molto più antica; l’opinione di un passaggio alla gloria senza morte compare assai più tardi. Ma la definizione dogmatica non obbliga a trasformare questa questione in un articolo di fede.

Ecco allora un paradosso particolarmente interessante: una convinzione custodita e celebrata per secoli, proprio nel momento in cui viene formulata con la massima solennità dogmatica, è espressa distinguendo ciò che deve essere affermato da ciò che può restare aperto.

Potremmo chiamarlo un principio di precisione nella libertà: non relativismo, perché qualcosa viene affermato; non uniformità, perché non tutto viene imposto.

Forse questo apparentemente innocuo Ferragosto diventa così una piccola parabola europea. L’Europa oscilla spesso fra due paure speculari: che un’identità forte produca inevitabilmente esclusione e che la pluralità dissolva ogni identità comune. La sua storia migliore suggerisce invece una terza possibilità.

La Genesi attribuisce una dignità comune all’uomo e alla donna e trasferisce all’umanità intera una regalità che altre culture tendevano a concentrare nel sovrano. La tradizione cristiana vede poi in una donna la creatura umana giunta, in anima e corpo, alla pienezza della propria destinazione.

E una definizione cattolica del XX secolo mostra, almeno in questo caso, che stabilire ciò che unisce non significa necessariamente definire tutto ciò su cui è possibile essere diversi.

Dalle feriae romane alla festa cristiana, dalla Genesi a Raffaello, da Gerusalemme a Roma e da Roma all’Europa moderna, emerge allora un filo semplice: la dignità non è il privilegio di qualcuno e l’unità non richiede l’uniformità di tutti.

Non è un cattivo pensiero per Ferragosto.