Fenomenologia di “Giuseppi”, l’amico gentile di Trump
Negli ultimi mesi nel dibattito politico italiano si è affermata una narrazione ricorrente: Giorgia Meloni sarebbe “l’amica di Trump”, il principale interlocutore europeo del presidente americano. Non è soltanto un frame polemico dell’opposizione. Il rapporto politico tra la leader di Fratelli d’Italia e Donald Trump esiste davvero e si inserisce nella rete di relazioni che collega una parte del conservatorismo europeo al mondo repubblicano americano.
Eppure la cronaca recente restituisce un quadro più curioso. L’inviato speciale di Donald Trump per le partnership globali, Paolo Zampolli, ha definito Giuseppe Conte – leader di un partito che ha fatto dell’antiamericanismo una bandiera – “un amico carino e gentile del presidente Trump”. I due si sono incontrati a pranzo a Roma, in un ristorante del centro.
La scena conferma una storia politica già nota. Durante il suo primo mandato da presidente del Consiglio, Conte aveva costruito un rapporto personale e cordiale con il capo della Casa Bianca, tanto che Trump arrivò a chiamarlo pubblicamente “Giuseppi”. Un rapporto che oggi, nei toni parlamentari e nella retorica dei social, parrebbe appartenere a un’altra epoca, quasi fosse stato cancellato a furor di elettorato. Eppure continua a riemergere nei fatti.
È la cartina al tornasole di una fenomenologia tipica e allo stesso tempo singolare: il trasformismo come tratto storico della politica italiana e il giravoltismo come cifra della parabola politica di Giuseppe Conte. Il primo appartiene alla lunga tradizione del sistema politico italiano fin dai tempi di Agostino Depretis; il secondo sembra invece descrivere una specializzazione più recente: la capacità di attraversare posizioni diverse con sorprendente rapidità, adattando linguaggi e posture al pubblico del momento.
La figura dell’“amico gentile di Trump” diventa così qualcosa di più di una semplice curiosità diplomatica. È proprio da qui che nasce l’idea di una fenomenologia dell’“amico gentile di Trump”: osservando la parabola politica di Conte emerge infatti una particolare abilità, quella di esibirsi in eleganti giravolte, muovendosi con disinvoltura tra palchi e platee diverse, anche quando gli alleati che lo ospitano sostengono posizioni molto distanti dalle sue.
Ed è forse anche il segno di una trasformazione più generale: una politica italiana amica di tutti, ma sempre meno amica di sé stessa.
Il potere logora chi non cambia
Il pranzo romano con l’inviato speciale di Trump non è un episodio isolato. Piuttosto, è l’ennesima tappa di una traiettoria politica che negli anni ha mostrato una certa regolarità: la capacità di cambiare posizionamento senza mai perdere il controllo della propria narrazione pubblica.
Durante il suo primo mandato da presidente del Consiglio, Giuseppe Conte aveva costruito un rapporto personale e cordiale con Donald Trump. Non si trattava soltanto di diplomazia istituzionale. Il presidente americano arrivò a chiamarlo pubblicamente “Giuseppi”, segno di un rapporto diretto e personale che, all’epoca, veniva rivendicato senza particolari imbarazzi. Oggi, nello spazio retorico dell’opposizione, Trump è diventato invece il simbolo dell’America aggressiva e imperialista. Eppure resta il dato politico: quel rapporto continua a riemergere nei fatti, come dimostra il pranzo romano con l’inviato speciale del presidente americano.
La stessa elasticità si ritrova anche in altri passaggi della parabola politica di Conte. In politica interna, per esempio, la sua storia di governo è già di per sé un piccolo manuale di adattamento politico. Prima l’esperienza con la Lega, dentro un governo che aveva costruito gran parte della propria identità sull’opposizione all’establishment europeo. Poi, dopo la crisi dell’estate 2019, la nascita di un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, proprio quel partito con cui il Movimento 5 Stelle aveva ripetuto per anni lo slogan “mai con il PD”.
Un passaggio che, nella storia politica italiana, non sarebbe nemmeno così sorprendente. Il trasformismo, dopotutto, appartiene alla tradizione del sistema politico nazionale. Ma nel caso di Conte ciò che colpisce non è soltanto il cambio di alleanza. È la rapidità con cui la narrazione politica viene riformulata.
La stessa dinamica si ritrova sul terreno della politica internazionale. Per mesi il leader del Movimento 5 Stelle ha mantenuto una posizione molto critica rispetto alla linea occidentale sulla guerra in Ucraina. Poi, intervenendo davanti a platee europeiste, il registro è cambiato improvvisamente: riconoscimento dell’aggressione russa, difesa del popolo ucraino e una formula retorica che qualcuno ha sintetizzato con ironia come una supercazzola prematurata con scappellamento a destra.
Un meccanismo simile si è visto anche sulla riforma della giustizia. Conte si è schierato per il NO al referendum, salvo poi riconoscere immediatamente dopo che una riforma della giustizia è comunque necessaria, promettendo che sarà proprio il suo campo politico a realizzarla.
Lo stesso schema si ritrova in altri dossier: dai dazi commerciali, dove la prudenza negoziale degli anni di governo lascia spazio alla retorica della guerra commerciale, fino al Ponte sullo Stretto, prima considerato un’opera da valutare e poi diventato il simbolo di una spesa inutile.
Osservate singolarmente, queste oscillazioni potrebbero sembrare semplici cambiamenti di linea politica. Ma osservate nel loro insieme raccontano qualcosa di diverso.
Non si tratta soltanto di cambiare idea. È il metodo a essere interessante. Se il trasformismo appartiene alla lunga tradizione della politica italiana, ciò che emerge nella parabola dell’ex presidente del Consiglio è qualcosa di più specifico: un vero e proprio giravoltismo contiano, la capacità di attraversare posizioni diverse senza che il passaggio venga percepito come contraddizione, ma come naturale evoluzione del discorso politico.
Ed è proprio questa abilità – la capacità di trasformare la giravolta in narrazione coerente – che rende la figura di Conte un caso di studio politicamente interessante.

Un campo largo a geometria variabile
Se nella traiettoria politica di Giuseppe Conte le giravolte raccontano un metodo, è osservando la fase attuale del campo largo che quel metodo sembra assumere i tratti di una vera e propria strategia.
Vale quindi la pena provare a leggerlo anche in questa chiave: non soltanto come una sequenza di cambiamenti di posizione, ma come una forma di imbonimento politico capace di rivolgersi contemporaneamente a pubblici diversi. Agli elettori, certo. Ma anche agli stessi protagonisti del cosiddetto campo largo a geometria variabile.
Dentro questo spazio politico piuttosto fluido, Conte riesce a muoversi con una certa libertà. E spesso con risultati sorprendenti.
Il paradosso è emerso con chiarezza nelle parole di Filippo Sensi, senatore del Partito Democratico, che su X ha definito il Movimento 5 Stelle “un movimento di destra”. Un giudizio piuttosto netto, soprattutto se si considera che proprio il Partito Democratico sta lavorando da tempo per costruire con i Cinque Stelle l’architrave dell’alternativa alla destra di governo.
In teoria una definizione del genere dovrebbe produrre una frattura politica immediata. In pratica non accade nulla. Il campo largo continua a muoversi come se quella contraddizione non esistesse.
Ed è qui che la strategia comunicativa di Conte diventa interessante. L’ex presidente del Consiglio riesce a frequentare palchi politici molto diversi tra loro, spesso appartenenti a culture politiche distanti dal Movimento 5 Stelle, senza che questo produca una vera tensione dentro la coalizione.
L’episodio della convention organizzata da Più Europa, il partito guidato da Riccardo Magi e storicamente tra i più convinti sostenitori della linea occidentale sulla guerra in Ucraina, è forse il caso più emblematico.
Da una parte Conte, che negli ultimi anni ha costruito una parte rilevante della propria identità politica su posizioni molto critiche verso la linea occidentale sulla guerra in Ucraina, con toni spesso giudicati indulgenti verso Mosca e con un partito – il Movimento 5 Stelle – che ha dichiarato di recente come la fine degli aiuti militari a Kyiv sarebbe tra i primi atti di un eventuale ritorno al governo.
Dall’altra una platea che ha fatto del sostegno all’Ucraina e della linea europeista una delle proprie battaglie politiche più esplicite.
In mezzo un pulpito da cui parte un discorso la cui genialità, chiamiamola così, sta non tanto nella retorica dell’equilibrio ma la capacità di costruire frasi arzigogolate che nello stesso momento affermano una cosa e subito dopo la ridimensionano, senza che la contraddizione appaia davvero come tale.
Un esempio è la posizione sul piano di riarmo europeo: «Dobbiamo rafforzare la difesa comune europea. Ma il piano di riarmo non è la difesa comune europea: sono soldi buttati affidati sul traino della Germania che è diventata una superpotenza militare mondiale». Un’affermazione che non significa assolutamente nulla. E lo stesso schema si ritrova anche sulla guerra in Ucraina: difesa del popolo ucraino da un lato, ma allo stesso tempo insistenza sull’idea che la soluzione debba passare innanzitutto da un’iniziativa diplomatica.
Ma è proprio questo tipo di costruzione retorica che rende possibile la scena. Conte parla, la platea ascolta, e il campo largo continua a funzionare come se quella distanza politica non rappresentasse un problema.
Perché? Difficile dare una risposta netta. Molto probabilmente uno dei motivi sta proprio nella sua capacità di rendere accettabili anche le proprie contraddizioni. Oppure, più semplicemente, nella sua abilità di comunicarle meglio di altri, a cominciare da Elly Schlein.
Non è una valutazione che circola soltanto tra gli osservatori. È una percezione che, a quanto pare, serpeggia anche dentro lo stesso Partito Democratico, dove non pochi guardano a Conte come a un candidato potenzialmente più competitivo per Palazzo Chigi.
Se questa percezione dovesse consolidarsi, il giravoltismo contiano smetterebbe di essere soltanto una caratteristica personale per diventare una vera e propria strategia di leadership dentro il campo largo.
Oltre la politica degli “amici di”
La fenomenologia dell’“amico gentile di Trump” racconta molto di più della parabola politica di un singolo leader. Racconta qualcosa del modo in cui si sta trasformando la politica italiana.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico sembra essersi progressivamente spostato dalle scelte strategiche alle relazioni personali. Amico di Trump, amico di Merkel, amico di Washington, amico di questo o di quel leader internazionale. Le categorie della politica estera vengono spesso sostituite da etichette diplomatiche che servono più alla polemica interna che alla comprensione dei rapporti di forza globali.
È un meccanismo che semplifica il racconto politico ma che, allo stesso tempo, svuota il dibattito di contenuti strategici.
L’Italia non ha bisogno di stabilire chi sia più o meno amico di questo o di quel leader straniero. Ha bisogno, piuttosto, di tornare a discutere seriamente delle grandi questioni che definiscono il suo posizionamento nel mondo.
Innanzitutto l’Europa, che resta l’orizzonte naturale della politica italiana e il principale spazio dentro cui si giocano le scelte economiche e strategiche del Paese.
Poi l’economia e l’industria, perché la competitività del sistema produttivo europeo e italiano sarà una delle vere partite politiche dei prossimi anni.
E infine la politica estera, che dovrebbe tornare a essere coerente, riconoscibile e ancorata al progetto di integrazione europea, invece di oscillare tra posizionamenti tattici e narrazioni costruite per il consumo interno.
Se la politica italiana vuole uscire dalla stagione delle etichette e delle relazioni personali, dovrà tornare a misurarsi con queste questioni. Altrimenti il rischio è quello che emerge proprio osservando la fenomenologia dell’“amico gentile di Trump”: una politica capace di essere amica di tutti, ma sempre meno amica di sé stessa.









