L’eutanasia di una nazione

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Yuri Brioschi
23/04/2026
Interessi

Non è più tempo di eufemismi o di rassicuranti equilibrismi dialettici. Le cifre che oggi leggiamo sui giornali non sono “oscillazioni congiunturali” o “frenate impreviste”: sono il referto dell’autopsia di un Paese che ha deciso, con metodica ostinazione, di smettere di respirare.

Mentre la politica si accapiglia su poltrone, nomenclature e tweet polemici, la realtà dei fatti ci dice che l’Italia è diventata il fanalino di coda di un’Europa che, pur tra mille difficoltà, ha ripreso a camminare.

Siamo ultimi per crescita annuale e, dato ancora più allarmante, le recenti proiezioni del Fondo Monetario Internazionale ci condannano a restare ultimi per crescita aggregata nel prossimo triennio. Non è solo un retaggio degli anni passati; è una sentenza sul nostro futuro immediato. Mentre i nostri partner pianificano la transizione e la crescita, noi ci prepariamo a restare inchiodati allo “zero virgola”, prigionieri di un’inerzia che appare ormai irreversibile.

 L’umiliazione dei numeri: il sorpasso di Atene

Per anni abbiamo guardato alla Grecia come allo spauracchio continentale, il monito vivente di ciò che non dovevamo diventare.
Ebbene, oggi la realtà ci sbatte in faccia un’ironia atroce: la Grecia ci ha superato nei fondamentali.
Dopo aver attraversato il presunto inferno della Troika e delle riforme “lacrime e sangue”, Atene oggi cresce a ritmi che noi ci sogniamo e, nel rapporto debito/PIL, siamo riusciti nell’impresa di far peggio di lei.

Mentre noi continuiamo a scambiare il debito per ricchezza, la nostra spesa pubblica ha sfondato il muro dei 1.100 miliardi di euro. Il risultato? Un debito pubblico arrivato a oltre 3.000 miliardi.

Ma il numero che dovrebbe togliere il sonno a qualunque cittadino è un altro: gli oltre 80 miliardi di euro l’anno di interessi sul debito. È una cifra astronomica che non costruisce un singolo asilo nido, non asfalta un chilometro di strada, non finanzia una borsa di studio. È il pizzo che paghiamo al passato per aver garantito il consenso elettorale di ieri.

 Il deserto dei salari e la produttività fantasma

Il dato più drammatico, quello che tocca la carne viva di chi lavora, è la produttività ferma da 30 anni.
È un caso di studio unico nel mondo occidentale. Se la produttività non cresce, i salari reali non possono muoversi. E infatti, l’Italia è l’unico Paese dell’area OCSE in cui i salari reali sono rimasti sostanzialmente identici a quelli dei primi anni ’90, mentre in Spagna, Francia e Germania crescevano del 30% o più.

Oggi assistiamo a un fenomeno paranormale: l’occupazione cresce – dato che i bollettini governativi sbandierano con toni trionfanti – ma il PIL resta al palo.
Cosa significa?
Significa che stiamo creando lavoro a basso valore aggiunto, lavoro povero, lavoro di puro servizio che non produce innovazione.
Siamo un Paese che sta scambiando la sua antica vocazione industriale con una sussistenza fatta di precariato e micro-servizi.

 L’emorragia silenziosa: la fuga dei cervelli

Perché un giovane ingegnere, un medico o un ricercatore dovrebbe restare in un Paese che offre stipendi d’ingresso fermi a vent’anni fa mentre il costo della vita galoppa?
La risposta è cinica: non restano.
La fuga dei cervelli non è più un fenomeno di “arricchimento culturale”, ma un’emorragia di capitale umano che abbiamo pagato e formato per regalarlo ai nostri competitor.

Quando un neolaureato vede che a 400 km di distanza, oltre confine, il suo stipendio raddoppia e le sue tutele aumentano, la scelta diventa razionale.
Il nostro sistema espelle le menti più brillanti e trattiene chi non ha alternative o chi gode di rendite di posizione. Stiamo esportando futuro per importare stagnazione.

 Le riforme mai nate: la giungla burocratica

Se la produttività è ferma, la colpa è anche di un ecosistema che punisce chi vuole fare impresa.
Giustizia civile lenta come un bradipo, una giungla di autorizzazioni che scoraggia ogni investimento estero e una burocrazia che non è al servizio del cittadino, ma che esiste per giustificare sé stessa.

Da trent’anni parliamo di “semplificazione”, ma ogni legge “semplifica” aggiungendo nuovi commi e nuovi ostacoli. Abbiamo liberalizzazioni timide che si fermano davanti alle lobby dei soliti noti, proteggendo piccoli interessi di bottega a scapito della competitività nazionale.
È un Paese che ha paura della concorrenza perché la concorrenza richiede merito, e il merito è un concetto che la nostra politica ha rimosso dal vocabolario.

 L’illusione del PNRR

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza doveva essere il “Piano Marshall” del nuovo millennio.
Miliardi di euro europei per ricostruire le fondamenta della nazione. Eppure, osservando l’attuazione, il rischio è che si trasformi nell’ennesima occasione per piccoli interventi locali, piogge di contributi a pioggia e spesa corrente mascherata da investimento.

Stiamo usando i fondi per “tappare i buchi” di bilanci comunali asfittici invece di creare infrastrutture digitali e fisiche che cambino la faccia del Paese.
È la vittoria del locale sul globale, del “piccolo è bello” (anche se inefficiente) sulla visione strategica. Se sprecheremo anche questi miliardi, non avremo più alibi: sarà il certificato definitivo di incapacità gestionale.

 Il suicidio demografico assistito

In questo quadro si inserisce la mannaia demografica. Un Paese che non fa figli è un Paese che ha smesso di credere di avere un domani. Ma il problema non è solo poetico, è matematico. Con un debito di 3.000 miliardi sulle spalle, chi pagherà il conto se la base dei contribuenti si restringe ogni anno?

L’inferno demografico, inoltre, sposta il baricentro elettorale verso la conservazione.
Una popolazione sempre più anziana voterà inevitabilmente per chi protegge lo status quo, per chi promette di non toccare le pensioni oggi a costo di distruggere il mercato del lavoro di domani. È un dumping generazionale senza precedenti nella storia repubblicana.

 La sindrome del “pancino”: la colpa è nostra

Arriviamo alla verità che nessuno vuole pronunciare: la colpa è nostra, non loro.
È troppo comodo additare “la casta” o i “palazzi”. La classe politica italiana non è un’entità aliena; è lo specchio fedele delle aspirazioni di un corpo elettorale che ha smesso di essere cittadinanza per farsi clientela.

Ci piace farci “titillare il pancino”. Non cerchiamo leader che ci indichino la strada ardua della riforma, ma imbonitori che ci promettano che il declino può essere indolore. Vogliamo i bonus edilizi senza chiederci chi li pagherà, vogliamo le sanatorie, vogliamo la spesa pubblica a pioggia.
La politica si è semplicemente adeguata: è diventata un servizio di catering elettorale che serve portate avvelenate, sapendo che il cliente non guarderà mai il conto finale, purché il sapore sia dolce nell’immediato.

Il cerchio si chiude: fra un anno la stessa storia

Sapete qual è il vero dramma? Che, nonostante tutto, potremmo ancora farcela.
L’Italia ha ancora un risparmio privato enorme e punte di eccellenza che resistono nonostante lo Stato. Ma la finestra si sta chiudendo. Fra un anno voteremo, e la tragica certezza è che premieremo chi propone le stesse ricette da trent’anni a questa parte.

Sceglieremo ancora una volta la narrazione confortevole rispetto alla realtà dei numeri. Preferiremo l’alibi della colpa esterna (Bruxelles, i mercati, la congiuntura) alla responsabilità di cambiare. La nostra è un’eutanasia assistita dal consenso popolare.

 Ad Maiora?

Se il dato sul deficit ci vede oggi arrancare dietro nazioni che credevamo in ginocchio, non è per sfortuna, ma perché abbiamo smesso di progettare. In Italia continuiamo a vivere di espedienti, “tappando buchi” con nuovo debito e sperando che il domani non arrivi mai.

Se continueremo a votare per chi ci promette la luna sapendo di non avere nemmeno la scala per arrivarci, il declino non sarà più una sfortuna, ma una colpa collettiva.
Perdonate lo sfogo, ma i numeri non hanno sentimenti. E i nostri numeri ci stanno urlando che la festa è finita.

Ad maiora.