Europa liberale, Europa liberista

Alessandro Santi
04/01/2026
Radici

Nel dibattito pubblico europeo, liberalismo e liberismo vengono spesso evocati come categorie distinte, talvolta addirittura antagoniste. Il primo è richiamato quando si parla di diritti, libertà civili e Stato di diritto; il secondo viene ridotto a un paradigma economico rigido, quando non caricaturale, associato all’assenza di regole e al dominio incontrollato del mercato. Questa contrapposizione, tuttavia, non regge né sul piano storico né su quello concettuale. L’Europa delle libertà politiche è la stessa che ha costruito la libertà economica, e separarle significa indebolirle entrambe.

Radici di liberalismo e liberismo

Il liberalismo nasce come dottrina giuridico-politica, prima ancora che come teoria economica. Da Locke a Montesquieu, da Constant a Tocqueville, il suo asse portante è la limitazione del potere, la tutela dell’individuo, la divisione delle funzioni pubbliche. Ma già in queste riflessioni la libertà giuridica non è mai puramente astratta: presuppone sicurezza dei rapporti, tutela della proprietà, possibilità di intraprendere. Non a caso, la Rivoluzione francese inserisce la proprietà tra i diritti inviolabili, consapevole che senza una base materiale l’eguaglianza formale rischia di restare lettera morta.

Il liberismo si inserisce in questa traiettoria come sviluppo coerente, non come deviazione. Adam Smith non immagina un mercato privo di regole, bensì un ordine fondato su norme, fiducia istituzionale e responsabilità individuale. Il mercato è pensato come spazio di autonomia, capace di sottrarre gli individui tanto all’arbitrio politico quanto ai privilegi corporativi. In questa prospettiva, la libertà economica contribuisce a rendere effettiva la libertà civile, rafforzandone la sostanza.



Il Novecento come spartiacque

Il Novecento, però, impone un ripensamento profondo. Le crisi economiche, l’emergere di disuguaglianze strutturali, le due guerre mondiali mettono in discussione l’idea che il mercato possa, da solo, garantire equilibrio e giustizia. Nasce così lo Stato sociale, che in Europa non si configura come rottura con il liberalismo, ma come suo adattamento storico. Le costituzioni del secondo dopoguerra ampliano il catalogo dei diritti, includendo prestazioni sociali e doveri di solidarietà, nella consapevolezza che la libertà perde consistenza se non è accompagnata da condizioni minime di dignità.

È qui che si colloca il punto decisivo. Il liberismo europeo non può più essere quello ottocentesco, ma neppure può essere archiviato come un residuo ideologico. Il mercato resta uno strumento essenziale per l’innovazione, la crescita e la mobilità sociale; al tempo stesso, deve essere incardinato in un quadro normativo capace di correggerne gli squilibri. Il diritto europeo svolge precisamente questa funzione: dalle regole sulla concorrenza alla tutela del lavoro, dalla disciplina degli aiuti di Stato alla protezione dei consumatori, si delinea un modello che non nega il mercato, ma lo governa.

L’Unione europea nasce e si sviluppa dentro questa tensione

I Trattati pongono al centro le libertà economiche, ma le affiancano progressivamente a una dimensione sociale e valoriale. Non è casuale che la Corte di giustizia abbia richiamato più volte il concetto di economia sociale di mercato, formula che esprime l’idea di un equilibrio dinamico tra efficienza economica e coesione sociale. Un’Europa priva di mercato sarebbe paralizzata dalla burocrazia; un’Europa indifferente ai diritti finirebbe per erodere il proprio consenso democratico.