L’Europa come grande ambizione del nostro tempo

Ernic Pellegrinotti
02/03/2026
Interessi

Viviamo senza dubbio tempi interessanti: tempi di cambiamento, tempi di rottura, in cui da un giorno all’altro equilibri decennali e prospettive economico-politiche si sfaldano nel giro di attimi, di secondi, di tweet, di dichiarazioni o di improvvise azioni militari.

La realtà è che viviamo in uno di quei momenti che sublimano la storia: fatta di grandi decisioni, di atti, di improvvisazione, di estro, di genialità, di arguzia e anche di una necessaria dose di cinismo. Noi necessitiamo, forse più che mai, di una classe politica che non abbia solo la velleità di vivere il proprio tempo, ma anche di segnarlo, di modellarlo e di interpretarlo tramite gli strumenti politico-sociali.

Un uomo come David Sassoli, uno statista, uno di quelli che aveva compreso la necessità di restituire dignità all’atto politico autentico, affermava che l’Europa non fosse un incidente della storia. Io seguo e aggiungo: l’Europa è la storia, e il suo richiamo si fa sempre più forte.

L’Europa unita è la grande ambizione, la sfida del nostro tempo. In un’epoca in cui tutto è incerto, e in cui si ridefiniscono le prospettive delle relazioni internazionali (complice anche la presidenza americana di Donald Trump, che va letta come la sublimazione di un sentimento politico diffuso negli Stati Uniti), noi europei non possiamo permetterci di restare semplicemente al passo con i tempi. Non possiamo permetterci di trascurare le scelte vitali per la sopravvivenza e l’espansione del nostro modello sociale liberale, democratico e occidentale.




Non è questo il momento della paura


Non è questo il momento di tirare il freno a mano davanti alle porte del necessario progresso. È il momento dei grandi cambiamenti. È il momento di abolire con forza il diritto di veto nel Consiglio europeo che ancora opprime e soffoca l’azione del gigante blu. È il momento di implementare con fermezza le necessità strategiche del rapporto di Mario Draghi e di realizzare concretamente la visione economica del mercato unico proposta da Enrico Letta, rendendo davvero l’Europa ciò che merita di essere: un luogo di sperimentazione, di crescita, di innovazione, capace di creare giganti e non nani, abili di competere e primeggiare a livello globale.

È giunta l’ora che il modello europeo compia il tanto atteso salto di livello, senza lasciarsi sedurre da chi lo vorrebbe diviso, frammentato, debole e impotente di fronte al turbinio delle relazioni internazionali.

Abbiamo più che mai bisogno di un’Europa che sappia imporsi e non farsi imporre, e interpretare la propria necessità di rinnovamento ed espansione economica, comprendendo il suo ruolo di interlocutore privilegiato per la stabilità: dal Mercosur alle nuove prospettive con il Global South, dalle partnership con l’illuminato Canada di Mark Carney fino alle relazioni economiche con l’India. È giunto il momento di assumere una posizione di leadership, senza mai tralasciare l’importanza di una proposta politica di attenzione sociale. Sarebbe difatti peccato capitale ignorare i principi stessi che legittimano l’azione politica: difendere gli interessi della collettività e dei cittadini, dagli ultimi ai primi.

Cosa che, tra l’altro, si evidenzia già ora, sarebbe praticamente impossibile da fare in maniera coerente senza l’Europa unita.

L’ormai intollerabile paura di salire

Più che la paura di cadere, avverto spesso una paura di salire: la paura di essere grandi. La paura di entrare nelle scarpe di personalità come Helmut Kohl, come Alcide De Gasperi, come François Mitterrand. Forse perché si è consapevoli del travaglio morale e fisico che accompagna la grandezza dell’identificarsi nella cosa pubblica, lo scegliere la via più impervia, non sempre la più popolare, ma quella più ambiziosa e lungimirante.

E perciò ci ritroviamo spesso impotenti in un limbo ambiguo, in uno shakespeariano essere o non essere: essere economicamente, militarmente e politicamente uniti oppure essere divisi e deboli; essere leader o vassalli; essere una superpotenza oppure galleggiare nelle acque più tiepide di chi non affronta la tempesta al timone della nave.

Fatto sta che l’Europa vive oggi nella triste condizione di un indefinito Peter Pan, una età di mezzo con lampi di ciò che potrebbe essere una compiuta età adulta.

È giunto il momento di crescere.
Alla classe politica dico: non eludete il richiamo della storia.

Ai posteri l’ardua sentenza.