L’Europa al condizionale: aprire canali che contano
Poche ore prima che i quattro leader si fotografassero davanti al 10 di Downing Street, un drone russo aveva colpito un deposito di combustibile nucleare nei pressi di Chernobyl. Mentre la guerra continuava, i capi di governo di Regno Unito, Francia e Germania si sedevano con Zelensky per produrre una dichiarazione in cinque punti. Quello stesso giorno, il canale che sembra contare stava altrove: il binario USA-Russia, con Kirill Dmitriev da una parte e Steve Witkoff dall’altra, continuava a lavorare in forma bilaterale sulle condizioni di un accordo in Ucraina, con il formato tripartito ancora sospeso.
L’Europa è presente, il documento di Londra esiste. Per Mosca, però, i calcoli non cambiano.
Chi arma non decide
Nel 2025, per la prima volta, i paesi europei hanno allocato per l’Ucraina più supporto militare degli Stati Uniti: 71,3 miliardi di euro contro 64,6 miliardi americani (dati Kiel Institute e EPRS di dicembre 2025). Allargando ai totali, militare, finanziario e umanitario, il divario cresce ulteriormente: oltre 200 miliardi europei contro circa 115 americani.
L’Europa paga il conto, ma non scrive il menù.
Va detto: circa il 75% del supporto europeo è in forma di prestiti, quello americano prevalentemente a fondo perduto. Al netto di questo caveat, il primato finanziario e militare dell’Europa non si traduce in primato negoziale. Chi arma di più non decide dove si siedono i negoziatori.
Forza al condizionale
Il punto 3 della dichiarazione firmata a Londra prevede che l’Ucraina ottenga garanzie di sicurezza solide e legalmente vincolanti, incluso il dispiegamento della Forza Multinazionale per l’Ucraina. Ma queste garanzie subentrerebbero solo “a cessate il fuoco già in vigore.”
Si obietterà che la condizionalità è dottrina standard: nessuna forza di interposizione si dispiega mentre la guerra è in corso, a rischio di cobelligeranza con una potenza nucleare. L’obiezione è corretta. Ma è irrilevante. Il problema non è la sequenza temporale: è che questa forza condizionata è l’unico atto commissivo in una dichiarazione altrimenti interamente espressiva. Londra non offre nulla che alteri i calcoli di Mosca prima di un cessate il fuoco. E il cessate il fuoco, stando al binario che conta, lo decidono Washington e Mosca.
Il punto 5 completa: “Qualsiasi elemento negoziale relativo a UE e NATO dovrà ottenere il consenso degli Stati membri dell’UE e degli alleati NATO.” Non è una posizione al tavolo. È un veto difensivo. Nihil de nobis, sine nobis: una clausola di protezione, non un’iniziativa.
La spiegazione procedurale ha una sua logica. La PESC delibera all’unanimità: un’architettura basata sul consensus, quindi progettata per il veto, che produce atti espressivi perché non può produrre altro.
Londra però dimostra qualcosa di più profondo. L’E3 non è la PESC: è una coalizione di tre Stati nazionali, libera dal vincolo dell’unanimità. Eppure, anche con questa libertà, firma soltanto atti espressivi. Il problema dunque non è procedurale, ma strutturale. L’Europa non ha forza propria: senza monopolio della forza legittima, senza un esercito autonomo, il primato economico non si converte in potere negoziale. Lo strumento SAFE, adottato nel maggio 2025 con 150 miliardi di euro sull’articolo 122 TFUE, presta denaro agli Stati per le proprie difese nazionali, non costruisce capacità coercitiva comune. I due sintomi non si escludono: si sommano. Il veto interno paralizza l’Unione; l’assenza di forza propria paralizza anche chi il veto riesce ad aggirarlo.

Finché l’architettura resta questa, il risultato è fisiologico, non patologico.
Il capovolgimento finale arriva da Zelensky. Prima del vertice, aveva scritto a Putin proponendo colloqui bilaterali diretti, con la possibilità che “altri partecipanti specifici si unissero alla trattativa già avviata.” A Downing Street ha dichiarato: “L’Europa deve essere nei negoziati e deve essere forte.”
L’Europa è il terzo attore che Kiev lavora per portare dentro al bilaterale Russia-Ucraina, perché una presenza europea sarebbe una garanzia in più per lei. Non è l’Unione che rivendica il proprio posto al tavolo. È l’Ucraina che si batte per garantircela. Il paradosso si acutizza: è Kiev che deve invitare Bruxelles al tavolo dell’Europa.
Attivi ma non protagonisti
C’è una obiezione che va presa sul serio: l’E3 non produce solo dichiarazioni: costruisce garanzie concrete. Gli impegni di Berlino del dicembre 2025 e la Paris Declaration del 6 gennaio 2026 fissano architetture di sicurezza. In aprile, nonostante il veto ungherese, l’Unione ha sbloccato 90 miliardi di euro di prestiti a Kiev. Il 15 giugno, il ministro Crosetto vola a Washington per incontrare il segretario Hegseth con una proposta specifica: una rete di sicurezza europea allargata a UK, Norvegia, Turchia e Ucraina, che affianchi la NATO senza sostituirla.
Tutto questo è reale. Ma avviene in modalità reattiva. L’Europa finanzia dentro un frame già fissato da altri, costruisce garanzie condizionate a una pace che il binario USA-Russia deciderà, propone architetture di difesa quando l’agenda è già scritta. Non è inerzia: è azione senza iniziativa.
La sedia vuota dell’Italia lo fotografa con precisione. L’E3 è un formato di tre potenze nazionali: UK, Francia, Germania. Roma non era strutturalmente invitata. Non è un fallimento di Meloni: è la fotografia di un’Europa che sulla sicurezza continua a decidere per geometrie variabili invece che per centro unico. Quel vuoto non è accidentale. È la forma che prende, sul piano diplomatico, la stessa assenza di struttura che Londra ha reso visibile sul piano operativo.
Il bivio
Il G7 di Évian si apre il 15 giugno. Tre giorni dopo, il Consiglio europeo si riunisce con la difesa in cima all’agenda. La Coalition of the Willing torna a Parigi il 13 luglio. L’Europa ha davanti una sequenza di occasioni per smettere di essere il finanziatore-spettatore.
Può continuare a coordinarsi, spendere, firmare documenti che chiedono di non essere esclusa. Oppure può costruire la capacità coercitiva che manca: non perché Washington glielo chieda, ma perché senza di essa ogni miliardo che spende finanzia una guerra che altri concluderanno.
Finché l’Europa parlerà al condizionale e pagherà al presente, altri scriveranno il futuro che lei dovrà firmare.








