Erdogan e Gaza, la morale che in realtà non esiste

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Donatello D'Andrea
01/09/2025
Orizzonti

Ogni volta che Recep Tayyip Erdogan alza la voce contro Israele, il mondo tende a prenderlo alla lettera.

Gaza, i “valori umanitari”, le accuse di genocidio: la retorica del presidente turco è roboante, costruita per colpire le opinioni pubbliche. Ma dietro le dichiarazioni del Rais di Ankara non c’è la centralità della questione palestinese, quanto piuttosto una strategia di potere che ha il suo cuore altrove: la Siria e l’egemonia nel Medio Oriente.

Il petrolio azero continua a scorrere nei porti turchi diretti a Israele, smentendo nei fatti la proclamata “rottura” commerciale.
La Turchia, hub energetico regionale, resta anello vitale per l’approvvigionamento dello Stato ebraico. Gaza serve quindi solo come megafono, come strumento di propaganda politica interna e come grimaldello geopolitico per affermare una rivalità ben più concreta: quella con Israele nella ridefinizione degli equilibri mediorientali.

In questa analisi mostreremo perché l’attenzione di Erdogan non sia rivolta a Gaza, ma a consolidare la sua posizione nella nuova Siria post-Assad e a ergersi come alternativa al predominio israeliano. Una rivalità che è ideologica, strategica e comunicativa, e che ridimensiona la narrazione umanitaria a mera copertura di interessi nazionali.

Gaza come feticcio identitario a uso interno

La centralità di Gaza nella retorica di Recep Tayyip Erdogan non nasce oggi.
Già dal 2008, con l’episodio della Mavi Marmara – la nave turca, diretta verso la Striscia, che fu assaltata dalla marina israeliana – il leader turco aveva compreso che la questione palestinese poteva diventare un potente strumento di legittimazione politica. Non tanto come impegno reale, ma come simbolo utile per presentarsi nel mondo arabo-islamico come difensore di una causa identitaria.

Ebbene, quella scelta retorica ha accompagnato tutte le fasi della sua presidenza.

Nel 2023 e nel 2024 Erdogan ha ulteriormente alzato il livello dello scontro comunicativo.
Ha dichiarato che Hamas non era un’organizzazione terroristica, bensì un movimento di “liberatori”. Ha descritto Israele come “stato terrorista” e paragonato Benjamin Netanyahu a Hitler. Parole pensate per colpire l’immaginario delle masse musulmane e consolidare un consenso identitario interno, ma prive di traduzione strategica concreta: come abbiamo già detto, Ankara non ha mai interrotto davvero i flussi energetici verso Israele.

Questa distanza tra parole e fatti rivela la natura performativa del linguaggio politico di Erdogan. Il presidente turco non punta a incidere sul conflitto israelo-palestinese in termini reali: non invia truppe, non blocca il petrolio azero che transita per Ceyhan, non mette a rischio la sua economia.
Piuttosto, costruisce una narrazione moraleggiante che gli permette di presentarsi come “campione islamico”, distogliendo l’attenzione dall’autoritarismo interno e dalla crisi economica.

Emozioni al posto del pane

Il legame tra politica interna turca e Gaza è infatti diretto.

Negli ultimi mesi, dopo l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu e la repressione del CHP, Erdogan si è trovato esposto a un crescente malcontento.
L’inflazione oltre il 35%, la debolezza della lira e la fuga di capitali hanno alimentato un clima instabile. La retorica anti-israeliana diventa allora una valvola di sfogo: consente di spostare il conflitto su un terreno emotivo, lontano dalle difficoltà quotidiane dei cittadini.

In questo senso, Gaza è una proiezione interna: non un obiettivo di politica estera, ma un artificio per ricompattare il fronte domestico. Erdogan sa bene che i sentimenti pro-palestinesi sono profondamente radicati nell’opinione pubblica turca, e li utilizza come arma di distrazione di massa.
La sua “moralità islamica” è funzionale a mantenere il potere, non a modificare i rapporti di forza in Medio Oriente.

La dimensione comunicativa è centrale. Erdogan ricorre a un lessico iperbolico, fatto di immagini forti – “genocidio”, “stato terrorista”, “tradimento” – che alimentano una narrazione binaria: da un lato il popolo oppresso, dall’altro l’aggressore sionista sostenuto dall’Occidente. È una grammatica di consenso costruita ad arte, in cui la Turchia appare come unica voce di verità, mentre il resto del mondo “ignora i valori umanitari fondamentali”.

Ma la realtà, lo ripetiamo, resta opposta. La Turchia non ha mai interrotto i rapporti economici con Israele in modo strutturale, né ha cessato di essere l’hub del petrolio azero che alimenta lo Stato ebraico. Questo scarto tra parole e fatti mostra la natura propagandistica della strategia di Erdogan: sfruttare Gaza come palcoscenico simbolico, mentre le vere priorità sono altrove, soprattutto in Siria e nella ridefinizione delle sfere di influenza regionali.

Del resto, non è un segreto che – nella quasi totalità dei casi – i regimi in difficoltà puntino su argomenti sensibili e identitari per ricompattare il consenso. E la Turchia, con Gaza, non fa eccezione.

La Siria è il vero campo di battaglia

Se Gaza è la facciata comunicativa, la Siria è il terreno sostanziale dove la rivalità tra Turchia e Israele si gioca davvero.
Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad a fine 2024, Ankara ha investito enormi risorse diplomatiche e d’intelligence per trasformare Damasco in un protettorato turco. Il nuovo presidente siriano, Ahmad al-Sharaa – ex jihadista e oggi leader in cerca di legittimità – è sostenuto direttamente da Erdogan, che punta a costruire una Siria satellite, utile a consolidare la sua influenza regionale.

In questo quadro, Israele è il rivale principale. Tel Aviv non ha mai nascosto la sua strategia: mantenere la Siria frammentata e debole, incapace di rappresentare una minaccia.
Le mosse israeliane parlano chiaro: bombardamenti sistematici sulle nuove strutture militari siriane, protezione della minoranza drusa, occupazione di ampie porzioni delle Alture del Golan. Proprio da queste alture, anzi, Israele dispone oggi di un osservatorio strategico che gli consente di minacciare direttamente Damasco.

L’operazione israeliana a Kiswah, a soli venti chilometri dalla capitale, è stata un segnale inequivocabile. Decine di soldati israeliani hanno compiuto un’incursione di terra senza incontrare resistenza, protetti da bombardamenti aerei. Non è stata un’azione tattica, ma un messaggio politico: Israele è disposto ad andare fino in fondo pur di impedire che la Siria si ricostruisca come Stato unitario e, soprattutto, che cada sotto l’influenza turca.

Israele, insomma, ha costruito una strategia di logoramento. Non vuole un accordo politico con la Siria di al-Sharaa, almeno finché non avrà garanzie adamantine: una zona demilitarizzata, la protezione dei drusi e soprattutto il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan. Condizioni inaccettabili per Damasco, ma funzionali a congelare la sua ricostruzione. In questo scenario, Erdogan è escluso: la Turchia non può presentarsi come garante, perché Israele vede Ankara come un attore ostile.

Le contromosse della Turchia

Per Erdogan, questa è una sfida diretta. La Siria rappresenta il cuore della sua proiezione regionale: controllarla significa spezzare la continuità territoriale curda, ma anche ridimensionare al tempo stesso Iran e Israele. Ogni bombardamento israeliano a Damasco è dunque percepito come un attacco indiretto ad Ankara, che vede minacciata la sua ambizione di egemonia.

La comunicazione turca riflette questa tensione. Erdogan utilizza Gaza come palcoscenico, ma è la Siria la vera ossessione. Le dichiarazioni roboanti contro Israele, i paragoni con Hitler, l’accusa di genocidio: tutto questo serve a mascherare il fatto che la partita centrale si gioca sulle sfere di influenza siriane, non sulla Striscia di Gaza. La Siria è il fronte strategico che può ridefinire gli equilibri regionali.

È qui che la rivalità Ankara–Tel Aviv assume la sua dimensione più chiara. Non è una disputa ideologica, né solo un conflitto di narrativa: è una lotta per la riconfigurazione del Levante. La Siria è il terreno dove le due potenze confinano, si sfiorano, si colpiscono per procura. Ed è proprio la vulnerabilità siriana a rendere questo confronto tanto feroce quanto strutturale.

Follow the money

Israele, dal canto suo, tollera la retorica incendiaria di Erdogan perché sa che l’autocrate turco non può comunque permettersi di passare dalle parole ai fatti. È ben consapevole che la Turchia non imporrà blocchi economici reali. I commerci continuano, i flussi di petrolio non si interrompono, e Ankara resta un attore indispensabile per la logistica regionale.
La retorica anti-israeliana serve più ad Ankara che a Tel Aviv, che può permettersi di ignorarla finché i flussi energetici non vengono intaccati.

La conseguenza di questa doppiezza è devastante sul piano della credibilità.
Erdogan si presenta come difensore dei palestinesi, ma nei fatti garantisce continuità a Israele.
La sua comunicazione performativa è costruita su un artificio: parole roboanti per le masse, pragmatismo freddo per i portatori di interessi. È un equilibrio instabile, ma che ha funzionato finora, grazie all’abilità del leader turco nel manipolare simboli e sentimenti.

Dietro il linguaggio morale si nasconde la verità materiale: Ankara resta l’hub del petrolio che alimenta Israele. Gaza è il teatro, Ceyhan è la realtà. E questa contraddizione, prima o poi, diventerà evidente anche ai suoi sostenitori.

Un membro della NATO sui generis

Il percorso politico di Recep Tayyip Erdogan negli ultimi anni mostra con chiarezza la sua abilità nel trasformarsi in un equilibrista di pregio. Mario Draghi, all’epoca Presidente del Consiglio italiano, lo definì con la sua tipica schiettezza un “dittatore necessario”: autoritario, controverso, ma ineludibile per la stabilità europea e atlantica.

Erdogan è capace di brandire il linguaggio morale come un’arma, di dipingersi come difensore dei palestinesi, di gridare al genocidio a Gaza, ma allo stesso tempo di mantenere intatti i rapporti energetici e commerciali con lo stesso Israele che accusa pubblicamente.

Una capacità di barcamenarsi che non conosce impunità: Erdogan plasma le narrazioni a suo vantaggio, adattandole alle necessità del momento, e lo fa senza pagare costi immediati sul piano internazionale.

Pur aderendo alla NATO, la Turchia si muove da anni apparentemente sopra le linee dell’Alleanza, come se godesse di un margine di autonomia superiore agli altri membri.

In parte questo è spiegabile con la sua posizione geografica: ponte tra Europa e Asia, custode degli Stretti, proiettata sul Mediterraneo e al tempo stesso sul Mar Nero e sul Medio Oriente.

Ma la geografia da sola non basta. Erdogan ha trasformato quel vantaggio in leva politica, usando la collocazione strategica del Paese per accreditarsi come attore indispensabile, capace di direzionare flussi migratori, energetici e di sicurezza. Una mossa che gli consente di sfidare la disciplina collettiva della NATO senza subire conseguenze reali.

Ma la spregiudicatezza ha dei limiti

La forza comunicativa di Erdogan è innegabile. È un leader capace di trasformare ogni crisi in opportunità narrativa, ogni tragedia in leva di consenso, ogni conflitto in un palcoscenico per riproporsi come guida morale. Ma la sua abilità di equilibrista del Bosforo non deve confondersi con coerenza strategica. Perché la verità è che Gaza, nella visione di Erdogan, non è mai stata il fine. È stata, e resta, lo strumento. La Luna è altrove: è la ridefinizione delle sfere di influenza in Siria e in tutto il Levante.

Agli stolti resta la scelta di cosa guardare: il dito puntato verso Gaza, con la sua potenza retorica, o la Luna che brilla in Siria e nel nuovo Medio Oriente, dove si decide davvero il futuro della regione.

Erdogan, intanto, continuerà a muoversi tra i due livelli, doppiogiochista raffinato, equilibrista abile, capace di trasformare propaganda e silenzi in un unico, grande strumento di sopravvivenza politica.