Nell’epoca dei social media, comanda ancora la TV?

Gustavo Micheletti
15/04/2026
Interessi

Ci sono immagini che non arrivano mai, che restano ai margini dello sguardo pubblico, confinate nei circuiti paralleli dei social, disperse tra filmati senza contesto e testimonianze difficili da verificare, e tuttavia ripetute, insistenti, provenienti da fonti diverse. Sono immagini di punizioni corporali pubbliche, di fustigazioni, di lapidazioni, di corpi esposti alla violenza come monito collettivo, di dissidenti colpiti e umiliati.

Scene che, in alcune aree del mondo, sono documentate da anni da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, e che riguardano contesti giuridici o politici ben precisi, dall’Iran all’Afghanistan sotto i Talebani, fino a territori controllati da gruppi armati come Hamas.

Eppure queste immagini, pur esistendo, raramente entrano nel racconto televisivo occidentale, e in particolare italiano. Non compaiono nei telegiornali, non vengono mostrate, non diventano oggetto di una narrazione continuativa.

Violenza visibile e violenza invisibile

Al contrario, altri scenari di violenza – come quelli legati ai conflitti contemporanei, in primo luogo quello tra Israele e Hamas – occupano stabilmente il centro dell’attenzione mediatica, con una presenza quotidiana e una forte carica emotiva.

Il risultato è una percezione asimmetrica della violenza: ciò che è visibile diventa realtà condivisa, ciò che non è mostrato tende a scomparire, o a essere percepito come marginale.

Ma la differenza tra le diverse forme di violenza – nelle modalità, nella loro eventuale codificazione giuridica o nella loro dimensione pubblica – è tutt’altro che secondaria. Non tutte le violenze sono uguali, non tutte hanno lo stesso significato sociale e politico, non tutte si inscrivono nello stesso rapporto tra individuo, legge e comunità.

Bisognerebbe distinguere tra la violenza della guerra, da sempre inevitabile, e quella più sorda, continua, strisciante e vile che avvelena anche i tempi di pace, spesso con il consenso esplicito della comunità di riferimento in molti paesi del mondo.

I fatti documentati: una realtà ignorata

Se si scende dal piano delle percezioni a quello dei fatti documentati, il quadro si fa più preciso.

In Iran, la fustigazione è prevista dal codice penale e casi concreti sono stati documentati negli ultimi anni. In Arabia Saudita, fino a tempi recenti, era applicata come pena giudiziaria. In Afghanistan, dopo il ritorno dei Talebani, le Nazioni Unite e diverse ONG hanno documentato fustigazioni ed esecuzioni pubbliche.

In alcune aree della Nigeria settentrionale, dove è in vigore la sharia, si registrano casi simili.

Per quanto riguarda la Striscia di Gaza sotto Hamas, i rapporti di Human Rights Watch documentano arresti arbitrari, torture e maltrattamenti nei confronti di oppositori politici. Situazioni analoghe emergono anche in contesti come la Somalia, dove la violenza è strumento sistematico di controllo sociale.

Si tratta di fenomeni reali, documentati e spesso strutturali, che colpiscono in misura maggiore le donne, vittime di violenze continue e spesso pubbliche.

E tuttavia, questi casi raramente entrano nel racconto televisivo occidentale. Non costruiscono memoria visiva collettiva: restano nella dimensione del rapporto scritto, più che in quella dell’immagine condivisa.

Come funziona la selezione mediatica

Per comprendere questo scarto, bisogna entrare nel funzionamento della macchina mediatica.

Le immagini non arrivano al pubblico semplicemente perché esistono: arrivano perché sono selezionate, verificate, montate e contestualizzate. I contenuti più estremi provengono spesso da fonti difficili da certificare e circolano su piattaforme come X, privi di conferma indipendente.

Per una redazione televisiva, soprattutto pubblica come la RAI, questo rappresenta un limite concreto. Anche quando l’informazione è verificata, interviene una gerarchia delle notizie che privilegia ciò che è leggibile come evento globale: guerre, crisi internazionali, conflitti con impatto diretto sull’Occidente.

In questo senso, il conflitto tra Israele e Gaza diventa un centro gravitazionale permanente dell’informazione.

La sproporzione delle immagini

Le immagini provenienti da Gaza, diffuse quotidianamente, costruiscono una sequenza continua di distruzione e sofferenza civile. Il punto non è negare la realtà di queste immagini, ma evidenziare la sproporzione tra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo.

Si potrebbe sostenere che la differenza dipenda dalla natura degli eventi: una guerra produce un flusso continuo di fatti nuovi, mentre le punizioni corporali sono percepite come ripetitive.

Ma proprio questa ripetitività segnala una dimensione strutturale. Una violenza che perdura nel tempo, prevista o tollerata, rappresenta una modalità stabile, un elemento culturale attivo e un ostacolo all’integrazione nelle società democratiche.

Televisione vs social: due distorsioni opposte

Nel passaggio dal rapporto scritto alla rappresentazione visiva, questa dimensione tende a dissolversi. Le immagini della guerra costruiscono empatia immediata; le violenze sistemiche richiedono contesto e analisi.

Si crea così una distinzione implicita tra violenza raccontabile e violenza non raccontata.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento: mentre la televisione filtra, i social amplificano. Su piattaforme come X, contenuti estremi vengono condivisi senza garanzie di autenticità o contesto.

Il risultato è una doppia distorsione:

  • da un lato, la televisione che tende a escludere
  • dall’altro, i social che moltiplicano senza verificare

Effetti sull’opinione pubblica

Questa selezione si riflette inevitabilmente sull’opinione pubblica. Ciò che viene mostrato ogni giorno diventa il parametro con cui si giudica il mondo.

La ripetizione costruisce familiarità, e la familiarità costruisce evidenza. Al contrario, ciò che resta fuori dal circuito visivo dominante fatica a entrare nella coscienza collettiva.

Ne deriva una geografia morale implicita, in cui alcune violenze appaiono centrali e altre periferiche.

Il silenzio delle autorità morali

A questa asimmetria mediatica si affianca un’altra forma di silenzio: quella del linguaggio delle grandi autorità morali.

Negli ultimi anni i pontefici hanno condannato la violenza in termini generali, ma raramente sono entrati nel dettaglio di pratiche come fustigazione o lapidazione. Il loro discorso resta universale, più legato ai principi che alle forme concrete della violenza.



Una questione culturale e morale

Dire che la violenza è sempre sbagliata è un’affermazione incontestabile, ma rischia di essere insufficiente senza la capacità di distinguere, descrivere e nominare.

Non tutte le violenze hanno lo stesso rapporto con la legge, con la società e con il consenso pubblico. Così come non sono uguali tutti coloro che combattono una guerra.

Quando esistono contesti in cui la punizione corporale è prevista o tollerata, limitarsi a una condanna generica significa rinunciare a comprendere la specificità di quei fenomeni.

Il rischio del silenzio selettivo

Il rischio è che questo silenzio selettivo – mediatico da un lato, linguistico dall’altro – produca un effetto paradossale: rendere perfettamente visibile una parte della violenza e lasciare nell’ombra un’altra, non meno reale e documentata.

Perché ciò che non viene nominato, alla lunga, rischia di non esistere. E ciò che non esiste nello spazio pubblico finisce, prima o poi, per non esistere nemmeno nella coscienza collettiva.