L’enfatizzazione di Gaza e l’oblio del resto

Gustavo Micheletti
30/05/2026
Appunti di Viaggio

Per comprendere davvero il significato del dibattito contemporaneo attorno a Gaza occorre forse compiere un esercizio che il sistema mediatico occidentale raramente incoraggia: sottrarre per un momento lo sguardo al punto luminosissimo su cui esso si concentra quasi ossessivamente e riabituarlo alla percezione dell’intero orizzonte umano. Solo allora diventa possibile cogliere un fatto tanto evidente quanto poco discusso: negli ultimi decenni il pianeta è stato attraversato da una quantità immensa di sofferenza infantile – fame, sete, epidemie, guerre civili, bambini soldato, persecuzioni religiose – che ha ricevuto un’attenzione mediatica incomparabilmente inferiore rispetto a quella oggi riservata a Gaza.

Non si tratta di minimizzare la tragedia palestinese. Né di stabilire graduatorie morali del dolore. Ogni bambino morto sotto le macerie di Gaza è una ferita reale della coscienza umana. Ma proprio per questo la domanda diventa inevitabile: perché milioni di altri bambini morti lentamente di fame, dissenteria, malaria, colera, guerra civile o reclutamento armato sono rimasti per anni quasi invisibili alla sensibilità occidentale?

I numeri, da questo punto di vista, sono impressionanti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e UNICEF, ancora oggi muoiono ogni anno circa 4,8-5 milioni di bambini sotto i cinque anni. Quasi la metà di queste morti è collegata direttamente o indirettamente alla denutrizione. Per decenni, dunque, il mondo ha conosciuto una strage infantile silenziosa dell’ordine di milioni di vittime l’anno. Negli anni Novanta i bambini morti annualmente sotto i cinque anni erano addirittura circa 12 milioni. Nel mezzo secolo trascorso si parla dunque di centinaia di milioni di morti infantili evitabili.

Molti di questi bambini non sono morti in guerre spettacolari e continuamente filmate, ma nel lento collasso di società prive di acqua potabile, sistemi sanitari, infrastrutture e stabilità politica. La diarrea causata da acqua contaminata continua ancora oggi a uccidere centinaia di migliaia di bambini ogni anno. UNICEF ricorda che oltre mille bambini al giorno muoiono ancora per malattie collegate ad acqua insicura, cattive condizioni igieniche e mancanza di servizi sanitari.



Quando poi la fame si intreccia con la guerra, il quadro diventa ancora più devastante

Dal 2005 al 2020 l’ONU ha verificato oltre 104.000 casi di bambini uccisi o mutilati in conflitti armati. Ma la stessa ONU precisa che i dati reali sono certamente molto più alti, perché molte zone di guerra non permettono verifiche dirette. Save the Children ha stimato che soltanto tra il 2013 e il 2017 almeno 550.000 bambini sotto i cinque anni siano morti nei peggiori teatri di guerra per cause indirette legate ai conflitti: fame, epidemie, collasso sanitario.

Ed è qui che emerge un altro dato difficilmente ignorabile. Una quota molto ampia delle peggiori crisi umanitarie infantili degli ultimi decenni si concentra in aree a maggioranza musulmana: Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Sudan, Sahel, nord Nigeria, Gaza. In molte di queste zone operano anche movimenti jihadisti che hanno reclutato bambini soldato, utilizzato minori in attentati suicidi o perseguitato violentemente minoranze religiose.

Afghanistan, Somalia, Yemen, Nigeria settentrionale, Pakistan, Iran, Sudan: in quasi tutte queste aree organizzazioni internazionali i rapporti ONU documentano persecuzioni severe contro cristiani, yazidi, baha’i, indù, sciiti dissidenti o convertiti religiosi. In Iraq l’ISIS ha quasi cancellato intere comunità cristiane storiche e ha perpetrato massacri contro gli yazidi. In Nigeria Boko Haram ha colpito sistematicamente scuole cristiane e musulmani moderati. In Somalia la conversione al cristianesimo può significare la morte.

Tutto questo però non autorizza semplificazioni rozze. Anche paesi cristiani o buddhisti hanno conosciuto atrocità immense contro i bambini: il Congo cristiano, il Ruanda del genocidio, il Myanmar buddhista, la Cambogia comunista, le guerriglie latinoamericane. Nessuno storico serio potrebbe ridurre la violenza a una singola fede religiosa, per quanto quella islamica sia di gran lunga la maggiore fonte di crimini contro l’umanità e di sopraffazioni diffuse. Le cause sono però quasi sempre molteplici: collasso statale, tribalismo, guerre per procura, povertà estrema, radicalizzazione ideologica, eredità coloniali, crescita demografica incontrollata, crisi climatiche.

La distorsione percettiva dei disastri umanitari

Ma proprio qui emerge il nodo più inquietante: la sproporzione tra la reale dimensione quantitativa di queste tragedie e il loro peso nell’immaginario mediatico occidentale. Per esempio, il Sudan è oggi una delle più grandi catastrofi umanitarie del pianeta, con milioni di sfollati e vaste aree minacciate dalla fame. Eppure molti cittadini europei saprebbero dire pochissimo di ciò che vi accade. La Repubblica Democratica del Congo ha conosciuto milioni di morti e livelli spaventosi di violenza contro donne e bambini, ma resta quasi assente dal dibattito pubblico occidentale.

Uno studio comparativo sul coverage mediatico internazionale ha mostrato che Gaza riceveva circa 58 articoli al giorno, mentre il Congo ne riceveva circa uno e mezzo. Alcune crisi africane con popolazioni colpite enormemente superiori ottenevano dunque una copertura decine di volte inferiore.

La sproporzione emerge anche nella percezione pubblica. Una ricerca del 2026 mostrava che praticamente tutti gli intervistati conoscevano il conflitto israelo-palestinese, mentre solo una minoranza possedeva conoscenze minime sulle guerre congolesi o sulla catastrofe sudanese.

Com’è possibile? E soprattutto, perché?

Le spiegazioni sono molte. Gaza possiede una centralità geopolitica e simbolica unica: Israele, Stati Uniti, Iran, terrorismo, memoria della Shoah, Gerusalemme, le tre religioni abramitiche, il rapporto tra Occidente e Islam. È una guerra altamente filmabile, urbana, continua, immersa nei social network, emotivamente polarizzante. Produce immagini immediate, drammatiche, simbolicamente potenti.

Molte guerre africane invece sono rurali, disperse, lente, difficili da raccontare televisivamente. Ma soprattutto, sono assai meno rilevanti sotto il profilo simbolico, ideologico e politico. La fame cronica non produce l’impatto emotivo immediato di un bombardamento urbano. Un bambino che muore lentamente di dissenteria in un villaggio del Sahel non genera lo stesso ciclo virale di immagini, hashtag, cortei universitari e polarizzazione politica di un bambino estratto dalle macerie a Gaza.

Ma proprio qui emerge la questione decisiva sotto il profilo morale e politico. Perché l’Occidente sembra reagire con intensità emotiva immensamente maggiore a certe sofferenze rispetto ad altre? Perché alcuni bambini diventano simboli universali mentre altri restano semplicemente numeri statistici? Perché intere generazioni di bambini morti in Congo, Sudan, Yemen o Somalia sono rimaste ai margini della coscienza collettiva europea?

Forse perché il sistema mediatico contemporaneo non misura la sofferenza in base alla sua quantità reale, ma secondo la sua capacità di entrare nei grandi conflitti simbolici dell’Occidente: colonialismo, questione palestinese, Islam, identità, diritti umani, memoria storica, geopolitica globale. La visibilità del dolore dipende allora non solo dalla sua entità, ma dalla sua utilità narrativa, e in particolare da quanto si presta a rafforzare una narrativa particolarmente faziosa: quella che tende a descrivere l’occidente democratico e il malvagio capitalismo come la prima causa dei mali del mondo.

Ed è questo il punto più inquietante di tutti: non che Gaza riceva troppa attenzione, ma che milioni di altri bambini, morti nel silenzio di guerre dimenticate o di carestie croniche, ne abbiano ricevuta scandalosamente poca solo per non offuscare l’uso propagandistico di una tragedia umanitaria da parte di chi è mosso da un antico e livido rancore verso Israele, gli ebrei, l’occidente e la democrazia liberale.