El Salvador bussa a Montecitorio: la missione Ulloa in Italia
Il vicepresidente salvadoregno ha incontrato il gruppo di amicizia interparlamentare Italia–El Salvador. Niente conferenze stampa e niente titoli di apertura. Eppure, nella stretta di mano con Ettore Rosato e negli altri appuntamenti romani di questi giorni si legge qualcosa che merita attenzione.
Una visita sottotraccia, non marginale
Ci sono visite istituzionali che occupano i telegiornali, che fanno rumore e che sono decisamente più seguite, altre invece che scorrono quasi invisibili sotto la superficie dell’agenda politica. Quella del vicepresidente di El Salvador, Félix Ulloa, appartiene decisamente alla seconda categoria. A guardarla però con un minimo di curiosità geopolitica, racconta parecchio di come si stia ricalibrando il rapporto tra l’Italia e una parte dell’America centrale che per anni abbiamo osservato forse con importante distrazione.
L’incontro a Palazzo Montecitorio con il gruppo parlamentare di amicizia Italia–El Salvador è avvenuto pochi giorni fa, nel quadro di un’agenda romana piuttosto fitta. Ad accogliere Ulloa c’era anche Ettore Rosato, segretario del COPASIR e volto di lunga esperienza della politica estera parlamentare, già protagonista di una missione a San Salvador ad inizio 2025 insieme ai colleghi Fabio Pietrella e Gianluca Caramanna. Dettaglio decisamente non secondario: il gruppo di amicizia bilaterale non è un club di facciata, è una di quelle strutture che tengono in vita i canali quando i riflettori delle cancellerie guardano altrove.
Il biglietto da visita: numeri, sicurezza, Bukele
Ulloa è arrivato a Roma con un messaggio politico chiaro e con qualche cifra in tasca. Ha ricordato ai parlamentari italiani i 4,1 milioni di visitatori registrati da El Salvador nel 2025, un numero che fino a cinque o sei anni fa sarebbe sembrato fantascienza, impossibile per una nazione finita sulle prime pagine del mondo quasi esclusivamente per le gang e gli omicidi. Ha parlato poi di sicurezza come precondizione dello sviluppo, formula ormai diventata la colonna vertebrale narrativa del governo Bukele, ed ha invitato l’Italia a mandare osservatori alle presidenziali del 27 febbraio 2027.
La vicenda qui si fa molto interessante. Quelle elezioni saranno le prime dopo la riforma approvata dal congresso, che permette la rielezione illimitata del capo dello Stato, una svolta costituzionale che ha diviso i costituzionalisti latinoamericani e che continua a far discutere anche a Bruxelles. Invitare osservatori europei, e parlamentari italiani in particolare, è mossa astuta: serve legittimità internazionale, serve la rassicurazione che lo sguardo esterno certifica. L’Italia, che alla questione democratica nel continente latino-americano è storicamente sensibile, si trova a dover decidere con quale postura rispondere.
A Montecitorio, peraltro, la tappa non è stata isolata. Ulloa ha incontrato anche Giorgio Mulé, vicepresidente della Camera, concentrandosi su riforme penali e procedurali. Ha firmato con Paola Severino, alla Scuola nazionale dell’amministrazione, un memorandum sulla formazione dei dipendenti pubblici. Ha poi incontrato Giorgio Silli, da pochi mesi segretario generale dell’IILA, l’Istituto italo-latino-americano. E il 27 aprile sarà a Prato, al convegno su “Italia, Europa e America Latina: il viraggio verso una nuova centralità strategica”. Un titolo che dice praticamente tutto sul senso dell’operazione.
Di mezzo, lo scontro tra l’ONU e Bukele
C’è un’ombra che attraversa tutta la missione romana di Ulloa, e quell’ombra ha la forma di un braccio di ferro ormai aperto tra San Salvador e le istituzioni multilaterali. Proprio mentre il vicepresidente incontra deputati e ambasciatori in Italia, a casa sua sta per entrare in vigore — il 26 aprile — la riforma che introduce la possibilità di ergastolo per i minori a partire dai dodici anni per reati gravi come omicidio, femminicidio, stupro o terrorismo. Una misura che ha fatto alzare la voce all’Alto commissariato ONU per i diritti umani, a Human Rights Watch e infine, ad Amnesty International
Bukele, fedele al suo stile, non sta rispondendo con note diplomatiche, ma con post mirati. Sui suoi canali social, dove mantiene una platea enorme, il presidente salvadoregno ha ricominciato a usare il registro che gli è caro: sfida diretta, sarcasmo, delegittimazione di chi critica da lontano. Ha già scritto, in passato, che si vedrà chi avrà il coraggio di difendere il diritto di assassini e stupratori a tornare liberi. Il messaggio, rilanciato in queste ore tra un post e l’altro, è sempre lo stesso: le regole internazionali sono scritte da chi non ha mai dovuto seppellire i propri cittadini a decine ogni settimana.
Ulloa, a Roma, ha offerto la versione in giacca e cravatta dello stesso argomento. In un’intervista all’ANSA, concessa a margine della visita, ha respinto senza esitazioni le critiche delle ONG e delle Nazioni Unite, sostenendo che chi parla da New York, Washington, Londra o Madrid non conosce la realtà di un Paese che in dieci anni aveva contato 41.000 omicidi. Ha rivendicato i “mille e oltre giorni a zero omicidi” come prova schiacciante dell’efficacia del modello. E sui dodicenni ha spiegato che non si tratta di punire bambini innocenti, ma di togliere alle gang la possibilità di usarli come esecutori materiali intoccabili dalla giustizia.
Un avvicinamento da seguire
Una visita estemporanea, certo, e in larga parte passata sottotraccia. Ma la missione italiana di Ulloa ha toccato troppi temi— parlamentare, accademico, diplomatico, economico — per essere liquidata come semplice cortesia istituzionale.
San Salvador sta bussando alla porta di Roma con un’agenda precisa, e Roma, per ora, ha scelto di ascoltare. Quello che accadrà nei prossimi mesi, dalla tappa di Prato del 27 aprile fino all’eventuale risposta italiana sull’invito per le presidenziali del 2027, dirà se questo avvicinamento è destinato a restare un episodio isolato o a diventare qualcosa di più strutturale.








