El Salvador secondo Bukele: il laboratorio del potere nel cuore dell’America Centrale
Un presidente attivissimo sui social
Una figura seguita, amata e sostenuta su ogni piattaforma. Da X a TikTok, da Instagram a Facebook, Nayib Bukele è ovunque, e non per caso. La sua comunicazione è studiata, diretta, visiva, spesso provocatoria. Video brevi, immagini simboliche, dati sintetici: Bukele ha costruito un rapporto diretto con il suo pubblico, saltando deliberatamente i media tradizionali, considerati ormai da quest’ultimo obsoleti e poco seguiti.
Per il presidente salvadoregno, i social sono la vera informazione, mentre televisioni e stampa appartengono ad un mondo che considera superato, talvolta ostile. Non sorprende, quindi, che scelga YouTube come spazio privilegiato per raccontarsi, concedendosi a content creator e youtuber con milioni di follower. Qualche anno fa con Luisito Comunica, più recentemente con lo streamer spagnolo TheGrefg, che ha raccontato con sorpresa di essere stato invitato direttamente dal presidente durante un viaggio a San Salvador.
Questo tipo di interviste e tour nell’ufficio presidenziale non sono improvvisate: sono parte di una strategia ben precisa. Bukele si mostra accessibile, informale, vicino ai giovani, ma sempre in controllo del messaggio. È un presidente che parla la lingua della rete, e che ha trasformato la politica in una narrazione continua.

La sicurezza come pilastro del consenso
Tra i temi ricorrenti, uno domina su tutti: la sicurezza. Bukele ha costruito gran parte del suo consenso sulla lotta frontale contro le pandillas, le gang che per decenni hanno reso El Salvador uno dei Paesi più violenti e invivibili al mondo.
Il simbolo di questa politica lo si vede nel CECOT, il Centro de Confinamiento del Terrorismo: una gigantesca prigione di massima sicurezza, pensata per ospitare decine di migliaia di membri di organizzazioni criminali come la “Mara Salvatrucha” e “Barrio 18”. Il CECOT non è però da intendersi come una semplice struttura carceraria, ma più come un messaggio politico: lo Stato è tornato forte a esercitare il monopolio della forza.
Bukele rivendica apertamente l’incarcerazione massiva dei pandilleros(gang), presentandola come una scelta necessaria. E i numeri, dal punto di vista del governo, parlano chiaro: omicidi crollati, quartieri “liberati”, una percezione di sicurezza radicalmente cambiata. El Salvador viene oggi descritto, nelle comunicazioni ufficiali, come uno dei Paesi più sicuri dell’emisfero occidentale. Sono inoltre numerose le pagine di Instagram, tra cui anche pagine istituzionali, che mettono in risalto la bellezza del paese, inteso come sicuro in ogni suo quartiere, spingendo al turismo.
Non mancano di certo ombre. Organizzazioni per i diritti umani denunciano arresti arbitrari, detenzioni senza processo, abusi e condizioni carcerarie estreme. È il prezzo, secondo molti critici, di una politica securitaria che sacrifica lo Stato di diritto sull’altare dell’ordine. Bukele non nega la durezza delle misure, ma le giustifica come risposta a un’emergenza storica che i governi precedenti non avevano saputo affrontare.
“Porque lo público es más importante que lo privado”
Un’altra idea centrale nella narrazione “Bukeliana” è quella della centralità del cittadino. “Lo público es más importante que lo privado”, ripete spesso il presidente, riferendosi a un ampio programma di opere pubbliche e investimenti statali. Il cittadino, dunque, viene prima di qualsiasi altra cosa.
Mercati rinnovati come quello centrale del San Miguelito, nuovi ponti, scuole, ospedali, digitalizzazione dei servizi sanitari: Bukele presenta questi progetti come risultati concreti di una visione che mette al centro la vita quotidiana delle persone, più che gli equilibri burocratici dello Stato. Anche qui, il racconto è essenziale quanto l’opera stessa, ma in che senso?
Ogni inaugurazione diventa contenuto, ogni cantiere una prova visiva dell’azione di governo. Il tutto si tramuta in una sponsorizzazione continua e massiva del suo operato nel paese.
Bitcoin, tecnologia e narrazione del futuro
Bukele ha legato il nome di El Salvador anche a quella che può essere definita come scommessa globale: il Bitcoin. Primo Paese al mondo a adottarlo come moneta legale, El Salvador è diventato un laboratorio economico osservato con curiosità e scetticismo.
Il presidente condivide regolarmente dati positivi, acquisti strategici, prospettive di crescita, presentando il Bitcoin come strumento di emancipazione finanziaria e attrazione di investimenti. Anche quando i mercati oscillano, Bukele mantiene una comunicazione ottimistica, quasi identitaria.
In questa stessa logica si inserisce l’accordo con Elon Musk e xAI, che porterà il chatbot Grok nelle scuole pubbliche. Una scelta che rafforza l’immagine di El Salvador come Paese tecnologicamente avanguardista, ma che solleva interrogativi sulla qualità, la neutralità e l’impatto educativo di strumenti controversi. Ancora una volta, progresso e polemica procedono insieme.
Ordine, disciplina e identità
Bukele parla e sa parlare con tutti, giovani e adulti. Le recenti norme su abbigliamento e taglio di capelli nelle scuole vanno lette in questa chiave: non sono una semplice regolamentazione, ma un tentativo di ricostruire un’idea di disciplina, rispetto e appartenenza. Per il presidente, l’ordine non è repressione, ma condizione per la libertà.
Questo approccio rafforza il suo profilo di leader dell’ordine, una figura che molti salvadoregni vedono come finalmente capace di imporre regole e valori dopo decenni di caos e forte instabilità. Il consenso popolare resta altissimo, alimentato da statistiche internazionali che Bukele ama condividere, spesso incensandosi apertamente come uno dei presidenti più apprezzati al mondo.
Potere, continuità e ambizioni
Negli ultimi mesi, Bukele ha apertamente dichiarato di essere disposto a restare al potere più a lungo, anche per un altro decennio. Una possibilità resa concreta da riforme costituzionali che hanno eliminato i limiti al mandato presidenziale. Per i sostenitori, è la naturale prosecuzione di un progetto politico vincente; per esperti, opposizione e giornalisti, un pericoloso scivolamento verso l’autoritarismo.
Bukele respinge l’etichetta di dittatore, pur giocando spesso con ironia su tale affermazione — celebre la sua auto definizione di “dictador más cool del mundo”(il dittatore più cool del mondo), sostenendo, infine, che sarà il popolo a decidere, e che il suo potere deriva dal consenso, non dalla forza.
El Salvador come modello regionale
Il “modello Bukele” non resta confinato entro i confini nazionali. Accordi regionali sulla sicurezza, come quello con Costa Rica, mostrano come l’esperienza salvadoregna venga osservata e, in parte, emulata. Basti pensare anche alla forte influenza che il presidente salvadoregno ha avuto nelle elezioni presidenziali in Cile e Honduras.
Anche il rapporto con Donald Trump rientra in tale dinamica: cooperazione sulla sicurezza, detenzione di deportati stranieri nel CECOT, stima reciproca tra due leader che condividono una visione dura dell’ordine pubblico.
El Salvador di oggi, da paese fragile e marginale, è diventato un attore visibile, discusso, persino influente nel dibattito globale su sicurezza, tecnologia e sovranità.
Un paese trasformato ma sotto osservazione
Come sta andando, dunque, El Salvador di Bukele? La risposta, di fatto, dipende dal punto in cui si osservano le cose. Per molti cittadini, il cambiamento è tangibile: meno paura, più ordine, uno stato presente. Per altri, il prezzo pagato in termini di diritti, pluralismo e separazione dei poteri è troppo alto.
Bukele governa come comunica: lo fa con decisione e spettacolarità. El Salvador è oggi un laboratorio politico a cielo aperto, dove sicurezza, consenso e tecnologia si intrecciano in modo inedito. Resta da capire se questo modello saprà reggere nel lungo periodo, e soprattutto se riuscirà a trasformare il consenso immediato in istituzioni solide, capaci di sopravvivere anche oltre la figura del suo leader.








