Effetti collaterali- Boughedir

Francesco Cisternino
24/12/2025
Miscellanea

Estate del 1966

Meriem, Gigi e Tina sono tre amiche, rispettivamente una musulmana sunnita, una cattolica di origini siciliane e un’ebrea, che vivono alla Goulette, il quartiere più esterno della baia di Tunisi; frequentano lo stesso istituto di arti manuali e sono prossime al diploma.  Chiacchierano di tutto e in particolare delle differenze tra le proprie tradizioni: ma  quando si arriva ai sentimenti, le cose si fanno complicate per tutte. Difatti i tre ragazzi con cui flirtano rappresentano, almeno sulla carta, le peggiori scelte possibili: a Meriem piace Salvatore il siculo, Gigi è innamorata di Jojo l’ebreo mentre Tina finisce tra le braccia di Yusuf il musulmano. 

Le loro famiglie andrebbero su tutte le furie se lo sapessero; di contro le ragazze decidono di prendersi le proprie libertà e fanno un patto. Il giorno della Madonna di Tunisi, proprio durante le celebrazioni alle quali partecipano tutti, si allontaneranno con i loro morosetti e faranno l’amore di nascosto per la prima volta. Ovviamente le cose non vanno come previsto, e si ride su incomprensioni e fraintendimenti.

La guerra nell’aria

Nel frattempo, pero’, il matto del paese e’ in agitazione per ben altro: con la radio incollata all’orecchio corre urlando che la guerra sta per scoppiare. I padri delle ragazze hanno fatto pace, ma la quiete tra le comunita’ sta per infrangersi: tra Israele ed Egitto e’ scoppiata la guerra dei sei giorni. A seguito di continui attacchi contro le proprieta’ di ebrei – parte dei quali italiani – in citta’ e non solo, in migliaia sono costretti ad andarsene per sempre: e’ un effetto collaterale della guerra. Negli stessi anni vanno via anche gli italiani per motivi che vale la pena di spiegare.  

Se la presenza ebraica nel Paese era antica di oltre duemila anni, quella italiana durava anch’essa da molto tempo: nel corso dell’Ottocento in particolare l’emigrazione dalla penisola aumentò regolarmente, tanto che agli inizi del secolo scorso si era arrivati a contare circa centomila italiani solo nella capitale. I numeri cominciarono a calare dopo la fine del protettorato francese nel 1956  per via delle leggi sul lavoro, sempre più stringenti. Gli europei, e gli italiani più di altri, occupavano posizioni lavorative d’ogni tipo nell’industria, agricoltura, commercio e servizi mentre il tasso di disoccupazione dei locali era molto alto. Per questo il presidente Habib Bourghiba diede vita a politiche nazionaliste come la legge sulla manodopera del 1961, che restrinse le opportunità di lavoro per gli stranieri dipendenti, e la riforma agraria collettivista del maggio del 1964 che nazionalizzò le terre coltivabili di proprietà estera. Come se questo non bastasse, la vicina Algeria era stata in guerra per otto lunghi anni e il timore che il conflitto esondasse era vivo. Andarsene, insomma, era diventata una necessità anche per gli italiani come conseguenza indesiderata delle politiche post-coloniali.

L’ennesima diaspora

Ne seguì che gli ebrei trovarono una nuova sistemazione in Francia o in Israele, mentre gli italiani che non si avvalsero dell’opzione di stabilirsi oltralpe intrapresero il rientro nel Paese d’origine del quale però avevano perso memoria. E l’inizio fu drammatico: chi non aveva parenti disposti a ospitarli finì in campi di internamento come quello delle Fraschette di Alatri, vicino Frosinone, nell’attesa di essere mandati altrove; ciò significava vivere in condizioni orribili per mesi, se non per anni. Si trattò di uno sviluppo imprevisto, perché la Repubblica Italiana non aveva mezzi né strutture pronte per facilitare la loro reintegrazione sociale ed economica.

Tra questi vi era la famiglia Pendola, scappata via dalla Sicilia molti anni prima a seguito di un fatto di sangue: il padre aveva assistito involontariamente ad un omicidio tra briganti e, per non morire ammazzato, la notte stessa imbarcò tutti per scappare dall’altra parte del Mediterraneo. Fecero fortuna, anche economica, ma finì male. La vicenda è raccontata in un libro di memorie che fa riflettere perché spiega bene che chi tornò, alla fine, di italiano non aveva più niente: era stato educato in francese, ma viveva i modi e la cultura propri della Tunisia. Per citare Paolo Mieli, gli italiani che tornarono divennero rimpatriati senza patria.

Il messaggio di Boughedir

Tornando a Un été à La Goulette di Ferid Boughedir da cui siamo partiti, il messaggio del film e’ chiaro: a prescindere dalla propria etnia e religione ogni individuo è immerso in una rete di relazioni sociali della quale è responsabile solo in piccola parte; se ha coraggio può provare a sfidarle ma ad un livello superficiale, per così dire, di prossimità. Quelli piu’ in alto sfuggono alla propria portata, ed e’ per questo che ad esempio decisioni politiche prese a migliaia di km di distanza possono danneggiare le vite di comunità intere. Nel nostro caso due di queste comunità, peraltro contigue l’una all’altra, subirono le reazioni avverse di fatti dei quali non avevano responsabilità alcuna. Da un lato gli ebrei tunisini rimasero vittime indirette del conflitto mediorientale, cosa ingiusta e peraltro illogica perché una parte della comunità era addirittura antisionista.

Dall’altro gli italiani, essendo così tanti e avendo il potere economico in mano, finirono per suscitare invidie tra i francesi prima e i nazionalisti tunisini poi – e farne le spese. E questo accadeva allora come come oggi:  la guerra di Gaza espone gli ebrei di tutto il mondo a nuove ondate di antisemitismo, così come la ripresa del conflitto in Artsakh/Nagorno Karabakh qualche anno fa ha dato filo da torcere agli armeni che vivono nel vicino oriente. Su tali effetti collaterali, purtroppo, e’ difficilissimo intervenire.


Per saperne di piu’:

  • Un été à La Goulette  di Ferid Boughedir (1996)
  • Du TGM au TGV. Une histoire tunisienne di Ruggero Gabbai (2025)
  • La riva lontana di Marinette Pendola, Ed. Arkadia 2022 (prima edizione Sellerio, 2000)
  • Gli ebrei in Algeria e Tunisia. 1940-1943 di Filippo Petrucci, Giuntina (2011)