L’eclissi del PNRR nell’era di Trump: l’autonomia europea tra l’incognita dei dazi e la fragilità dei cantieri

Marco Tromba
22/04/2026
Appunti di Viaggio

L’intersezione cronologica che si profila all’orizzonte del giugno 2026 configura un tornante della storia europea ove la conclusione del NextGenerationEU si sovrappone alla massima espressione del neo-protezionismo transatlantico, delineando una crisi di sistema che richiede un’esegesi profonda delle categorie di sovranità e solidarietà.

La cessazione del flusso finanziario comunitario, concepito in una fase di emergenza per riparare il tessuto connettivo delle nazioni, occorre proprio mentre la dottrina dell’America First evolve in una prassi di chiusura doganale che mette a nudo la fragilità di un’Europa sospesa tra l’integrazione incompiuta e la nostalgia dello Stato-nazione.

Questa coincidenza temporale evoca la riflessione di Hegel sulla maturazione dei processi storici che giungono a compimento proprio nel momento della loro massima vulnerabilità, poiché il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato un esperimento di cooperazione che ora deve trovare una giustificazione ontologica e non solo contabile. La fermezza delle istituzioni comunitarie, espressa dall’ex Commissario Paolo Gentiloni nel ribadire che la scadenza del duemilaventisei è fissa e non ammette deroghe, agisce come una cartina di tornasole per la resilienza delle democrazie, le quali si trovano a dover rispondere all’aggressività mercantilistica di Washington senza poter più contare sulla leva immediata del debito condiviso.

L’economia politica ci insegna che il commercio non è mai un ambito neutro ma una manifestazione di potenza, e l’imposizione di dazi asimmetrici da parte statunitense sposta l’asse del confronto dal terreno dell’efficienza produttiva a quello dell’autonomia strategica. In questo scenario la responsabilità etica dei dirigenti consiste nel superare la logica della pura gestione tecnica per abbracciare una visione normativa che veda nella fine dei fondi non un termine ma un’origine per una nuova architettura fiscale permanente, come auspicato da Mario Draghi nella sua analisi sulla sovranità minacciata dall’inazione. È necessario che l’Europa riscopra la propria vocazione di soggetto politico capace di imporre standard normativi globali, agendo come quel nomos terrestre che Carl Schmitt individuava come base dell’ordine mondiale, pur filtrato attraverso la lente kantiana della pace perpetua.

La realizzazione di questa visione deve tuttavia misurarsi con la fragilità dei processi materiali, laddove l’incremento dei costi delle materie prime minaccia la conclusione dei cantieri in corso, rischiando di vanificare gli sforzi di coesione proprio mentre Ursula von der Leyen ammonisce sulla necessità di una risposta unitaria e proporzionata all’errore dei dazi tra alleati.

Il rischio che l’Italia e i suoi partner corrono è quello di una regressione verso egoismi micro-settoriali nel tentativo di mitigare gli effetti della guerra commerciale, dimenticando che la capacità di negoziare con una potenza isolazionista risiede esclusivamente nella massa critica del mercato unico.

La sfida del duemilaventisei impone dunque una maturazione della coscienza civile che riconosca nel completamento delle riforme l’unica vera garanzia contro le oscillazioni del consenso oltreoceano, trasformando l’apparente fine di un’epoca di aiuti nella fondazione di una sovranità condivisa che sia in grado di resistere alle pressioni di un mondo che ha rinunciato alla stabilità del diritto internazionale per abbracciare la logica della forza.