E quindi, Mario, che si fa?
Il discorso pronunciato da Mario Draghi al Meeting di Rimini ha avuto la forza di una diagnosi impietosa: l’Europa non è più in grado di esercitare influenza globale soltanto grazie al proprio peso economico. I dazi imposti dagli Stati Uniti, l’irrilevanza dell’Unione nei negoziati di pace sull’Ucraina e nel conflitto israelo-palestinese, la crescente dipendenza industriale e tecnologica dalla Cina sono i fatti concreti che lo dimostrano. La realtà geopolitica del 2025 è chiara: senza strumenti politici e strategici comuni, l’Europa non conta.
Le ricette di Draghi
Draghi non si è limitato a sottolineare le debolezze. Ha indicato anche alcune vie d’uscita. La prima è completare davvero il mercato unico, abbattendo gli ostacoli residui agli scambi interni che ancora frenano la produttività europea. La seconda è investire in tecnologia e ricerca su scala continentale, creando veri e propri cluster industriali e digitali in grado di competere con Stati Uniti e Cina.
Ha poi distinto tra “debito buono” e “debito cattivo” e ricorrere a strumenti di debito comune europeo per finanziare progetti che nessuno Stato, da solo, sarebbe in grado di sostenere. Infine, ha sottolineato che la spesa per la difesa deve aumentare, ma attraverso strumenti condivisi e non con sforzi isolati che resterebbero insufficienti.
È un’agenda precisa, che lui stesso ha definito di “europeismo pragmatico”, e che ha un obiettivo fondamentale: restituire all’Europa la capacità di autodeterminarsi sul piano politico, economico, militare e industriale.

Il nodo politico
Ma qui si apre la vera questione. L’elenco delle cose da fare non basta. Il nodo è politico. Da anni si ripete – ed è vero – che l’ostacolo principale a un’Europa più forte è il modello intergovernativo, dominato dai veti e dalle gelosie nazionali, e che la soluzione sarebbe una federazione europea. Tuttavia, una federazione europea non nascerebbe per atto spontaneo: sarebbe sempre una decisione dei governi nazionali, cioè degli stessi attori che oggi alimentano l’impotenza europea. Non è quindi nel disegno istituzionale, per quanto importante, che risiede la soluzione.
La vera risposta sta nella costruzione di una coscienza politica europea ed europeista, capace di scardinare i sistemi politici tradizionali e di creare un vero movimento europeo. Non un’aggiunta cosmetica alle famiglie politiche esistenti, ma un progetto culturale e politico che ponga al centro l’Europa come orizzonte di militanza, al di là delle vecchie categorie di destra e sinistra.
Non chiediamo a Mario Draghi di fondare o guidare questo movimento. Non è il suo compito, né il suo ruolo. A lui chiediamo un’altra cosa: continuare a usare la sua autorevolezza e la sua visione per tenere aperto lo squarcio che il suo discorso di Rimini ha prodotto. Dentro quello squarcio deve inserirsi una nuova generazione di attivisti e di leader politici, che ancora non vediamo ma che sarà chiamata a emergere.
Le ricette ci sono, e Draghi le ha elencate. A mancare è il contesto politico che consenta di trasformarle in realtà. Costruire questo contesto è la sfida che attende l’Europa. Una sfida che non può più essere rimandata. Come ha ricordato lo stesso Draghi, “il nostro impegno non è di disegnare il nostro passato. Possiamo cambiare la nostra storia. Possiamo cambiare la nostra mentalità.”








