Droni ucraini contro il petrolio russo: stavolta il danno è serio

russia void gasoline pump
Emanuele Pinelli e Sofia Fornari
25/08/2025
Interessi

L’incendio che ha devastato il terminal di Novatek a Ust-Luga, sul Baltico, non è solo l’ennesimo episodio di cronaca bellica.
È la conferma di una verità che gli analisti talvolta faticano ancora ad accettare anche se è evidente da anni: la Russia può essere fermata se viene colpita al cuore, cioè nella sua industria del petrolio e del gas.

Che cosa c’è a Ust-Luga


L’attacco, attribuito a droni ucraini, ha interessato un’infrastruttura strategica.
Non si tratta di un deposito marginale, ma di un nodo che trasforma il gas condensato in prodotti finiti destinati all’export. Il terminal di Novatek si trova a pochi chilometri da un mega-complesso di Gazprom in via di completamento, progettato per trattare fino a 45 miliardi di metri cubi di gas l’anno e produrre 13 milioni di tonnellate di GNL, insieme a etano e GPL.

Da qui il gas liquefatto viene poi esportato attraverso il Mar Baltico: Ust-Luga è uno dei tre porti d’imbarco insieme a Primorsk (sul Pacifico) e Novorossysk (sul mar Nero).

In questo punto nevralgico, dunque, si condensa una parte cospicua della filiera energetica russa, la stessa che garantisce le entrate fiscali con cui il Cremlino alimenta la propria macchina bellica.

Una campagna ormai sistematica…

L’idea di attaccare con i droni a lunga percorrenza le raffinerie e i terminal di esportazione di gas e petrolio era venuta agli ucraini per la prima volta nel gennaio del 2024.

Nell’arco di tre mesi, i droni Liutyi (simili a piccoli monoplani che trasportano circa mezzo quintale di esplosivo) avevano preso di mira la maggior parte delle raffinerie al di qua degli Urali. Partendo da ovest: Nivksy, Pervyi, Ryazan, Novoshaktynsk, Nizhny Novgorod, Volgograd (la vecchia “Stalingrado”), Saratov, Syzran, Novokuibyshev, Kuibyshev, Nizhnekamsk e Salavat.

Un’altra ondata di attacchi simili fu scatenata tra agosto e settembre, in concomitanza con l’incursione nel Kursk. Non riuscì a colpire solo nella Siberia profonda.

Infine, nello scorso dicembre si sono registrati i primi attacchi ucraini a impianti che servivano i terminal d’imbarco sul mar Baltico.

L’obiettivo era duplice.
Disattivare oltre il 10% della raffinazione di petrolio significava diminuire la quantità di carburante disponibile in Russia.
Ora, dal momento che una quota consistente del carburante è destinata ad alimentare i reparti militari che occupano l’Ucraina, ne restava di meno per i civili e per l’export.

Ebbene: meno carburante per i civili significava un’impennata dei prezzi, non solo per gli automobilisti ma anche per le imprese, mentre meno carburante per l’export (soprattutto verso Turchia e Brasile) significava meno guadagni con cui proseguire la guerra.

…ma che procede a intermittenza (anche per colpa degli USA)

La campagna del 2024, però, si scontrò con ostacoli insormontabili.

Anzitutto, gli ucraini non avevano ancora una tecnologia dei droni abbastanza sviluppata: i loro droni riuscivano a “bucare” le difese antiaeree russe solo raramente e trasportando poco esplosivo. Oggi, al contrario, l’Ucraina è un hub planetario per la produzione di droni, con oltre 4 milioni di esemplari prodotti ogni anno, alcuni dei quali, come i dieci che ieri hanno colpito Ust-Luga, sono in grado di volare per più di 2.000 km con a bordo oltre 70 kg di esplosivo.

Il prezzo mondiale del petrolio, poi, era elevato, con l’OPEC che imponeva ancora quote massime di produzione a tutti i suoi membri.
Un attacco ucraino ai terminal d’imbarco russi, per ovvie ragioni, avrebbe fatto aumentare il prezzo del greggio ancora di più, e anche gli attacchi alle raffinerie (che in teoria avrebbero dovuto costringere la Russia a immettere sul mercato più petrolio greggio, facendo scendere il prezzo) facevano temere agli operatori finanziari un contrattacco contro impianti analoghi dei paesi occidentali, che avrebbe terremotato l’intero settore.

E dal momento che nessun alleato dell’Ucraina poteva permettersi un prezzo del petrolio troppo alto, queste iniziative venivano scoraggiate.
A marzo 2024 il Financial Times, ripreso da Reuters, rivelò che gli Stati Uniti di Joe Biden avevano esortato Kyiv a sospendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, temendo un’escalation dei prezzi globali dell’energia e delle materie prime. Washington era la prima a vedere negli strike un rischio per l’equilibrio internazionale e un potenziale boomerang sulle economie occidentali.

L’amministrazione Biden, insomma, vedeva nella campagna ucraina un rischio più che un’opportunità, e preferiva esercitare pressione su Mosca con sanzioni tradizionali e isolamento politico-diplomatico.

Così la campagna è proseguita a singhiozzo, mentre Mosca ha dimostrato una sorprendente capacità di ripristino rapido. Raffinerie danneggiate gravemente sono spesso tornate operative in poche settimane, grazie alla capacità di importare componenti sostitutive dalla Cina o dallo stesso Occidente (tramite triangolazioni).

Ma ora i nodi vengono al pettine

In questa estate del 2025, però, il quadro è radicalmente mutato.

Il prezzo del petrolio è sceso sotto i 70 dollari al barile, il minimo dai tempi del Covid: in parte perché l’OPEC ha aumentato la produzione di oltre un milione di barili al giorno, in parte perché le guerre dei dazi di Trump hanno raffreddato le aspettative di crescita economica in tutto il globo.

E a proposito di Trump, come era facile immaginare, la sua ostilità all’Ucraina ha fatto sentire quest’ultima molto più svincolata da Washington nella scelta delle proprie tattiche di guerra.

Trump non guarda tanto alla stabilità globale quanto all’impatto diretto sull’America First. Ha criticato apertamente gli attacchi ucraini perché, a suo dire, finiscono per far lievitare i prezzi dell’energia per i consumatori americani. In più, ha usato la questione come leva negoziale nei confronti di Putin: gli USA possono in qualunque momento tornare a far pressione sull’Ucraina per farle interrompere gli attacchi alle raffinerie, ma il dittatore russo deve offrire al loro presidente qualcosa in cambio.

Aggiungiamo, infine, che il commercio russo di petrolio sta affrontando crescenti difficoltà, con gran parte della “flotta ombra” sanzionata da Stati Uniti, Unione Europea o Gran Bretagna.
Un dato fa impressione più di tutti: nei primi sette mesi del 2025, lo stato russo ha aumentato le entrate del 3% e le spese del 20%.

Di fronte all’inevitabile fiammata dei prezzi interni, il governo russo era stato già costretto a sospendere temporaneamente le esportazioni di benzina per garantire i rifornimenti domestici quando l’Ucraina, stavolta in meno di tre settimane, ha messo fuori uso sette raffinerie (circa il 14% della capacità di raffinazione russa).
Inoltre, per la prima volta, ha bombardato ripetutamente l’oleodotto “Fratellanza”, che non serve solo l’Ungheria di Orbàn, la Slovacchia di Fico e la Bielorussia di Lukashenko ma anche lo stesso terminal di Ust-Luga.

Prezzo del carburante fuori controllo

Le conseguenze non hanno tardato a farsi sentire. La vastità della Federazione Russa fa sì che intere regioni, soprattutto quelle siberiane dove sorgono le fabbriche del complesso militare-industriale, si stiano ritrovando senza benzina o con la benzina a prezzi “europei” (oltre 80 centesimi al litro per consumatori che guadagnano 400 euro al mese).

Insomma, nel mutato contesto di quest’anno sembra che la strategia stia pagando.

Il blocco alle esportazioni di benzina imposto da Putin è un dato politico prima ancora che economico: significa che gli attacchi ucraini stanno incidendo direttamente sulla stabilità interna, costringendo il Cremlino a scelte dolorose.

Colpire al cuore

Kyiv rivendica questi attacchi come legittimi e strategici. Colpire il cuore energetico russo equivale, nelle parole di molti esponenti ucraini, a imporre una forma di “sanzione armata”, capace di erodere le rendite petrolifere che finanziano la guerra. Analisti come quelli dell’Atlantic Council hanno sottolineato come questi colpi mirati stiano già creando una vera e propria crisi dei carburanti in Russia, con effetti più incisivi delle sole sanzioni internazionali.

Ust-Luga, Saratov, Syzran: la geografia della guerra energetica racconta un messaggio chiaro. La Russia non è invulnerabile. I suoi impianti, seppur rapidamente riparabili, sono colli di bottiglia preziosi, difficili da proteggere e costosi da rimettere in funzione. Ogni attacco non solo priva Mosca di entrate immediate, ma costringe il Cremlino a disperdere capitali, competenze e tempo.

Per l’Europa e l’Occidente, questa dinamica ha un significato preciso. Non bastano le sanzioni, non basta contenere l’esercito russo sul fronte. La via più efficace per accorciare la guerra e piegare la strategia di Putin è prosciugare la fonte stessa del suo potere: le rendite di petrolio e gas.

La guerra si decide sempre più non nelle trincee del Donbass, ma nei distillatori, nelle criogenie e nelle stazioni di pompaggio. È lì che la Russia è vulnerabile. Ed è lì che va colpita, se davvero si vuole fermarla.