Mario Draghi: ”l’ordine globale è defunto”. A noi la risposta di un federalismo pragmatico europeo
Ricevendo la laurea honoris causa dall’università Ku Leuven in Belgio, l’ex premier nel suo discorso ha spiegato come “il fallimento del sistema risiede in ciò che non è stato in grado di correggere”. Ora l’Unione Europea deve “intraprendere i passi necessari per diventare una potenza”, passando da una confederazione a una federazione.
Questo sistema, retto sul binomio tra la protezione garantita dagli USA e il mercato dell’UE, è stato in grado di portare benefici concreti ad entrambi, ma è entrato ugualmente in crisi dopo l’emergere di nuovi poli, come la Russia, l’India e, soprattutto, la Cina.
L’Europa è sola, ma non è mai stata così unita
Draghi lo dice chiaramente: siamo soli. Anticipando il discorso che terrà il 12 febbraio all’incontro informale dei capi di stato e di governo dell’UE insieme ad Errico Letta. Siamo sostanzialmente stati abbandonati dagli USA, che ci impongono dazi e ci vogliono divisi (come emerge dal National Security Strategy), dipendenti dalla Cina “che controlla nodi critici delle catene di approvvigionamento globali” e sotto pressione della Russia, che ha violato più volte lo spazio aereo dell’Unione con i suoi droni.
Ma il discorso di Draghi non è da leggere solamente in chiave disfattista, anzi, dopo aver messo in luce la difficile situazione in cui ci troviamo, l’ex Premier ci lascia un sentimento di speranza e consapevolezza, affermando che: “Tra tutti coloro che ora sono intrappolati tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno la possibilità di diventare essi stessi una vera potenza”.
Infatti è proprio quando agiamo da federazione che abbiamo grandi risultati: vengono citati nel discorso sia l’euro, che negli ultimi anni si è rivelato più stabile e meno inflazionato del dollaro, che il mercato europeo, diventato- soprattutto dopo gli ultimi accordi commerciali con l’India, Mercosur e Nuova Zelanda– il più ampio mercato al mondo.
E’ stato solo rimanendo uniti difronte alle difficoltà che, come ci dice Draghi, “gli europei hanno scoperto una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile”, e che ora deve essere la base dei futuri, ma necessari, cambiamenti.
Cosa dobbiamo fare per diventare una vera potenza?
Per diventare una potenza dobbiamo unirci, e unirsi significa rinunciare a quella logica della confederazione che ancora attanaglia l’Unione nella difesa, nella politica estera e nelle questioni fiscali.
Per fare ciò, superando finalmente meccanismi come quello del veto, si deve ricorrere ad un “federalismo pragmatico” limpido nella sua direzione, ma conscio dei passi che si possono muovere oggi.
Solo in questo modo l’Europa non rischierà più di diventare “subordinata, divisa e deindustrializzata” e, di conseguenza, incapace di difendere i propri interessi e preservare i propri valori.
Una spinta alla federazione, non più solo promesse
In quest’ottica Draghi ha l’opportunità il 12 di febbraio di ricordare davanti ai membri del Consiglio la proposta approvata dal Parlamento Europeo il 23 novembre 2023, che, rifacendosi all’articolo 48 del TUE, dava avvio al iter per la riforma dei trattati.
Questo procedimento non è andato avanti perché la richiesta non è mai entrata nell’agenda decisionale del Consiglio Europeo, non venendo mai stata discussa. Il tempo, però, a fatto cambiare posizione a non pochi governi euro-scettici.
Il caso più emblematico è probabilmente quello della Polonia, dove nel 2023 l’europeista Donald Tusk ha preso il posto del nazional-conservatore Mateusz Morawiecki (partito euroscettico PiS) alla guida della nazione.
L’ostacolo vitale dell’unanimità
A bloccare l’iter è il meccanismo dell’unanimità, lo stesso che bloccò l’entrata in vigore della Costituzione europea dopo i “no” di Francia e Paesi Bassi nel 2005, e che Draghi critica affermando: “un gruppo di Stati che si coordina resta un gruppo di Stati: ognuno con un veto, ognuno con una propria logica, ognuno vulnerabile ad essere eliminato uno per uno.”
La stessa Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo “Stato dell’Unione europea” del 2025, ha affermato la necessità di passare al voto a maggioranza qualificata in settori chiave come la politica estera, perché l’unanimità limita fortemente la capacità dell’UE di agire rapidamente e con coerenza.
“Credo che dovremmo passare al voto a maggioranza qualificata in alcuni settori, ad esempio in politica estera. È ora di liberarci dalle catene dell’unanimità.”
Il confronto del 12 febbraio potrebbe essere un ultima spiaggia per ribadire la volontà condivisa di proseguire il cammino verso l’unità federale, risposta al nascente ordine mondiale a noi antgonista
Per un Europa forte, e federale.









