Dopo il convegno filo-Putin alla Federico II, l’ANPI commissaria la sezione di Napoli Est

Redazione
03/01/2026
Poteri

La vicenda del convegno filorusso del 22 dicembre 2025 alla Federico II di Napoli, organizzato dall’ANPI con Alessandro Di Battista e il professor Angelo D’Orsi, non si è chiusa con le tensioni in aula e con lo scontro politico che ne è seguito. In pochi giorni è diventata anche un caso interno all’associazione partigiana: con una comunicazione formale datata 2 gennaio 2026, la Segreteria nazionale ha disposto l’immediato commissariamento della sezione ANPI Napoli Zona Orientale “Aurelio Ferrara”, decisione che dovrà essere ratificata dal Comitato nazionale nella prossima riunione.

Su L’Europeista avevamo ricostruito l’episodio del 22 dicembre come un salto di qualità nel clima politico sulla guerra d’invasione russa in Ucraina: un evento ospitato in uno dei luoghi simbolo della formazione pubblica, con un momento di contestazione pro-Ucraina zittito tra gli insulti e gli spintoni e accompagnato dall’insopportabile silenzio del rettore Matteo Lorito. Quello che è accaduto dopo, però, è persino più istruttivo della giornata stessa. Sul piano associativo, la Segreteria nazionale ANPI è intervenuta con una presa di distanza politica netta: in una nota del 27 dicembre 2025 ha ribadito la condanna dell’invasione russa, l’esigenza di lavorare per una soluzione negoziata e, soprattutto, ha dichiarato di non condividere l’iniziativa svolta alla Federico II, invitando ad abbassare i toni e a non alimentare polemiche istituzionali.

È dentro questa cornice che arriva la notizia del commissariamento, motivata non tanto dalla disputa sul convegno in sé (già “non condiviso” dalla Segreteria nazionale), quanto dalla gestione della comunicazione pubblica della sezione. La lettera firmata dal Vice Presidente nazionale vicario Carlo Ghezzi sostiene che, nella riunione del 29 dicembre 2025, la Segreteria abbia discusso le “esternazioni via social” della sezione, giudicandole ripetute, improprie e spesso estranee al profilo territoriale dell’organizzazione.

Nel documento si citano in particolare alcuni post ritenuti incompatibili con i doveri statutari e con il “buon nome” dell’ANPI. Tra questi, uno relativo a Carlo Calenda e ai suoi figli (ripreso da una pagina terza), valutato di “straordinaria gravità di ordine etico” perché chiamerebbe in causa i familiari di un esponente politico; un altro, del 27 dicembre, sull’arresto di Mohammed Hannoun e di altri, giudicato ambiguo e imprudente; e infine due post del 30 dicembre che, accostando frasi di Sandro Pertini e Sergio Mattarella, sarebbero stati concepiti con intento “palesemente irrisorio” verso l’attuale Capo dello Stato, con un effetto reputazionale negativo sull’associazione.

La Segreteria nazionale collega esplicitamente questa escalation comunicativa anche alle reazioni esterne: nella lettera si osserva che contenuti del genere hanno alimentato attacchi e diffamazioni contro l’ANPI, contribuendo ad avvelenare ulteriormente il terreno già reso incandescente dai fatti napoletani. Per questo viene annunciato il commissariamento “immediato” e viene indicato un commissario, richiamando obblighi di cautela, correttezza e tutela dell’onore dell’associazione previsti da statuto e regolamento.

Nel dibattito politico locale, la decisione nazionale viene già letta come un segnale. In una dichiarazione, Giuseppe Ferlisi, coordinatore regionale ORA! Campania, una delle sigle promotrici del flash mob del 22 dicembre, afferma: «Prendiamo atto della decisione dell’ANPI di commissariare la sezione di Napoli Orientale dopo i fatti di Napoli. È un’ulteriore conferma che la posizione da noi assunta era ed è quella giusta. Ci auguriamo che l’ANPI nel suo insieme sappia ritrovare pienamente i valori autentici della Resistenza oggi incarnati dalla battaglia ucraina.»

A questo punto è inutile girarci attorno: il caso Napoli non riguarda solo una rissa verbale, né solo l’ennesimo derby ideologico su “guerra e pace”. Riguarda una patologia più profonda che in Italia ha già fatto troppi danni: la putinizzazione di pezzi dell’opinione pubblica, cioè l’assuefazione a un lessico, a un riflesso condizionato e a una gerarchia morale che finisce per relativizzare l’aggressione russa e per trattare chi difende l’Ucraina come un intruso, un disturbatore, un “provocatore”. Che questo contagio abbia sfiorato — e in alcuni casi attraversato — anche ambienti legati all’ANPI è un fatto politico, non un insulto.

Ed è qui che la notizia del commissariamento assume un significato che va oltre il regolamento interno e oltre i post incriminati. Se l’ANPI vuole restare una voce credibile della memoria repubblicana, non può permettersi zone franche dove, sotto il pretesto della “pace”, passano narrazioni che somigliano troppo alla propaganda del Cremlino: disprezzo per chi resiste, dileggio delle istituzioni, aggressività morale, e un’idea di antifascismo che dimentica che oggi, in Europa, c’è un popolo che combatte contro un imperialismo armato.

Per fortuna, la presa di distanza della Segreteria nazionale e questo atto drastico indicano che una parte dell’ANPI sta probabilmente provando ad affrancarsi da quella infiltrazione putiniana. Non è una garanzia, ma è un segnale. O l’antifascismo riconosce l’Ucraina come fronte avanzato della libertà europea, o si riduce a un rito identitario buono per i cortei, vulnerabile — per ingenuità o per calcolo — alle suggestioni di chi in Europa non vuole la pace, ma la resa.