Donna, Vita, Libertà: l’Iran, l’Europa e la misura della coerenza
La scintilla e il significato di uno slogan
Il 16 settembre 2022 la morte di Mahsa Amini, ventiduenne curda fermata a Teheran dalla polizia morale per presunta violazione delle norme sull’hijab, ha innescato la più vasta mobilitazione popolare in Iran dagli anni del Movimento Verde del 2009. La ricostruzione dei fatti, oggetto di contestazione tra autorità e familiari, è stata seguita e documentata da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, che hanno denunciato uso eccessivo della forza e repressione delle manifestazioni successive.
Secondo i dati dell’organizzazione indipendente Iran Human Rights, tra settembre del 2022 e i primi mesi del 2023 la repressione avrebbe causato oltre 500 morti, tra cui almeno 70 minorenni, e più di 20.000 arresti. Tra i casi che hanno avuto maggiore eco internazionale vi sono quelli di Nika Shakarami e Sarina Esmailzadeh, entrambe sedicenni, divenute simbolo del costo umano della protesta.
Lo slogan “Zan, Zendegi, Azadi” – Donna, Vita, Libertà – già presente nella tradizione dei movimenti curdi, è divenuto in poche settimane il linguaggio condiviso di una protesta che ha superato la sola questione del velo per investire il rapporto tra individuo e potere pubblico. Le immagini di donne che si tagliano i capelli o rimuovono l’hijab in spazi pubblici non sono state la negazione di una fede religiosa, ma la contestazione di un sistema politico specifico: la Repubblica islamica fondata nel 1979, in cui l’interpretazione religiosa è incorporata nell’architettura istituzionale.
Questa distinzione è cruciale. L’Islam, come ogni grande tradizione religiosa, conosce pluralità di scuole e prassi. L’ordinamento iraniano rappresenta una particolare configurazione politico-religiosa, non l’unica declinazione possibile dell’esperienza islamica.
Repressione, società, generazioni
Secondo i dati dell’ONG Iran Human Rights, ripresi da Reuters e BBC, la repressione tra il 2022 e il 2023 ha provocato centinaia di vittime e migliaia di arresti. Diversi manifestanti sono stati processati con accuse legate alla sicurezza nazionale; in alcuni casi sono state pronunciate condanne capitali, suscitando reazioni nelle istituzioni europee. Tra le prime esecuzioni legate alle proteste vi è stata quella di Mohsen Shekari nel dicembre 2022. Il carcere di Evin, a Teheran, è divenuto il simbolo di questa stagione, con la detenzione di attivisti, giornalisti e studenti.
Eppure la crisi non può essere letta solo come scontro tra piazza e apparato. L’Iran è un Paese giovane (oltre il 60% della popolazione ha meno di 35 anni secondo dati demografici ufficiali) con un alto livello di scolarizzazione femminile: le donne rappresentano circa il 55-60% degli iscritti alle università iraniane. Le università registrano da anni una forte presenza di studentesse nelle facoltà scientifiche e umanistiche. La frattura è anche generazionale e sociale: una parte significativa della società chiede maggiore autonomia personale e spazi di partecipazione in un sistema istituzionale plasmato all’indomani della rivoluzione del 1979.
Le mobilitazioni registrate nei primi mesi del 2025 e del 2026 non sono state semplice eco del 2022. Per intensità e risposta repressiva sono state tra le più cruente degli ultimi anni in Iran. Le proteste, innescate da nuove strette sui controlli sociali ma ampliate da rivendicazioni economiche e politiche, hanno mostrato un malcontento che va oltre il perimetro originario di “Donna, Vita, Libertà”.
Se il movimento del 2022 aveva posto al centro il corpo e l’autonomia femminile come detonatore simbolico, le manifestazioni del 2026 hanno fatto emergere una crisi più ampia: disoccupazione giovanile, inflazione, isolamento internazionale, sfiducia istituzionale. Non una sostituzione del movimento originario, ma la sua evoluzione. Le donne restano il fulcro morale e simbolico della mobilitazione, ma la protesta si è trasformata in una contestazione più complessiva del modello di governo della Repubblica Islamica.
In questo senso, “Donna, Vita, Libertà” non è più soltanto uno slogan: è diventato il codice etico di una generazione che chiede ridefinizione del rapporto tra cittadino e Stato.
L’Europa tra principi e interessi
In Europa le proteste hanno generato un’ampia ondata di solidarietà. Il Parlamento europeo ha approvato risoluzioni di condanna e l’Unione europea ha adottato pacchetti di sanzioni mirate contro funzionari e organi legati alla sicurezza iraniana, motivandoli con violazioni dei diritti fondamentali. Nel 2023 il Parlamento europeo ha assegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero al movimento “Donna, Vita, Libertà” e alla memoria di Mahsa Amini, riconoscendone il valore simbolico e politico.
Ma l’Iran non è soltanto teatro di una crisi interna. È un attore centrale nel dossier nucleare, nella sicurezza del Golfo, nei rapporti con Russia e Cina e negli equilibri energetici.
Chatham House e altre istituzioni di analisi geopolitica hanno sottolineato come ogni scelta europea verso Teheran si intrecci con interessi strategici di lungo periodo.
È in questo spazio che si colloca il nodo del cosiddetto “doppiopesismo” europeo. Non solo sul piano politico, ma soprattutto su quello culturale. Se sul piano istituzionale l’Unione ha adottato misure concrete, nel dibattito pubblico e accademico europeo emerge talvolta una cautela che appare selettiva. La repressione iraniana viene denunciata, ma raramente inserita in una riflessione più ampia sulla natura sistemica del modello politico che la produce.
Il timore di alimentare narrazioni islamofobe o di scivolare in letture culturaliste ha generato, in alcuni ambienti intellettuali, una forma di prudenza che rischia di diventare reticenza. La distinzione tra Islam come religione e Repubblica islamica come sistema politico – corretta e necessaria- talvolta si traduce in una difficoltà a nominare il problema nella sua dimensione istituzionale.
Si assiste così a una solidarietà prevalentemente simbolica: slogan, iniziative culturali, manifestazioni pubbliche. Meno frequente è invece un confronto approfondito sulle implicazioni giuridiche e costituzionali delle rivendicazioni avanzate dalle donne iraniane. Il rischio è che il sostegno resti confinato nel registro morale, senza tradursi in un’analisi coerente delle strutture di potere che quelle rivendicazioni mettono in discussione.
Una parte consistente del dibattito europeo affonda le sue radici nel 1979, anno della rivoluzione guidata da Khomeini. In un contesto segnato dall’appannamento dell’immagine dell’URSS- dopo Budapest, Praga e l’intervento in Afghanistan- alcuni ambienti della sinistra internazionale guardano all’Iran rivoluzionario come a un possibile laboratorio alternativo di resistenza all’egemonia occidentale.
Quella lettura, maturata in un’epoca di forte polarizzazione ideologica, contribuì a costruire una narrazione dell’Islam politico come soggetto anti-imperialista, più che come progetto istituzionale da valutare nelle sue implicazioni interne.
Da quella stagione culturale derivano, in parte, alcune ambivalenze contemporanee: la difficoltà a distinguere tra solidarietà verso o popoli e analisi critica dei sistemi di potere; tra opposizione all’interventismo occidentale e valutazione delle dinamiche autoritarie interne.
E’ necessario riconoscere che i riflessi di quella fase continuano a influenzare una parte del discorso pubblico europeo.
Il punto non è chiedere all’Europa una postura ideologica, ma una coerenza culturale. Se i diritti fondamentali sono definiti universali, la loro difesa non può essere modulata in funzione del contesto geopolitico o della sensibilità del dibattito interno. La maturità di uno spazio pubblico si misura anche nella capacità di distinguere tra rispetto delle identità religiose e analisi critica delle forme di governo.
In questo senso, il caso iraniano non interroga soltanto la diplomazia europea, ma la qualità del suo discorso pubblico.
Religione e Stato: la necessità della distinzione
Per mantenere il dibattito su un piano rigoroso è necessario separare il livello religioso da quello istituzionale. Le proteste del 2022 non si sono configurate come un movimento teologico contro l’Islam, ma come una rivendicazione civile rispetto a un apparato statale che integra una specifica interpretazione religiosa nelle proprie leggi.
Nei Paesi a maggioranza musulmana esistono modelli statali molto differenti tra loro, come mostrano numerosi studi comparativi. L’esperienza iraniana è storicamente determinata e politicamente specifica. Ridurre la crisi a uno “scontro di civiltà” significherebbe ignorare la pluralità interna della società iraniana e la complessità del mondo islamico contemporaneo.
Una questione di interesse europeo
A distanza di mesi dall’apice delle manifestazioni, il movimento non occupa più stabilmente le prime pagine, ma le tensioni restano. Report di BBC Persian indicano un rafforzamento dei meccanismi di controllo, mentre le istanze che hanno alimentato le proteste – autonomia individuale, diritti civili, partecipazione- continuano nel dibattito pubblico iraniano.
“Donna, Vita , Libertà” è divenuto un indicatore di trasformazioni profonde: il ruolo delle donne nello spazio pubblico, il rapporto tra giovani generazioni e istituzioni, la ridefinizione dell’equilibrio tra legittimazione religiosa e rappresentanza politica.
Per l’Europa la posta in gioco non è simbolica
Riguarda la credibilità della propria politica estera e la coerenza del proprio impianto normativo, fondato sul rispetto della dignità umana, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto. La complessità geopolitica impone realismo; ma il realismo non può sostituire la chiarezza dei principi.
A distanza di oltre tre anni dall’inizio del movimento “Donna, Vita, Libertà” non è più soltanto uno slogan di piazza, ma un riferimento stabile nel lessico politico iraniano. Le proteste del 2025-2026 ne rappresentano la prosecuzione morale: radicate in una trasformazione sociale ormai stufa dell’oppressione del regime.
La vicenda iraniana interroga dunque non soltanto Teheran, ma anche noi europei: sulla capacità di coniugare interessi strategici e tutela dei diritti, ma anche sulla maturità del proprio dibattito culturale. È nella coerenza tra parole, analisi e posizioni pubbliche che si misura la qualità di una comunità politica. “Donna, Vita, Libertà” resta, anche per l’Europa, un banco di prova: non di retorica, ma di coerenza.









