Il disastro politico di Sharma Oli scuote il Nepal
Dal parlamento in fiamme alle dimissioni forzate, la rivolta della Generazione Z ridisegna Kathmandu
L’ultima passerella di Oli in Cina
L’ultima immagine pubblica di KP Sharma Oli è stata quella di Tianjin, in Cina, a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organisation. Cordiale con Vladimir Putin, sorridente accanto ai delegati cinesi, il premier uscente mostrava la direzione geopolitica che aveva scelto per il Nepal: più Pechino e Mosca, meno India e Occidente. Un equilibrio piuttosto instabile che ha finito per alimentare diffidenze interne, soprattutto tra i giovani e le fasce urbane che vedono nell’eccessiva dipendenza da Pechino un rischio di ingerenza e perdita di sovranità. D’altronde il popolo nepalese è pienamente consapevole delle mire di Pechino, esperta e maestra della cosiddetta tecnica “Debt trap”, capace poi di sfruttare a suo vantaggio la disastrosa situazione economica in cui quest’ultima lascia il paese.

La scintilla digitale, i giovani si ribellano
Partiamo da qui, dal ban ai social. Quando Oli ha imposto restrizioni ai social media — da Facebook a YouTube fino a X — ha innescato una vera e propria scintilla. La cosiddetta “Gen Z del Nepal” ha subito trovato rifugi digitali su Discord, Instagram e TikTok, trasformando piattaforme di intrattenimento in strumenti di organizzazione politica.
Nel giro di poche settimane le piazze si sono riempite, e la protesta virtuale è diventata poi reale: cortei, assalti agli edifici governativi e simboli del potere in fiamme. Il Singha Durbar, sede del governo e del parlamento, è stato preso d’assalto e bruciato, così come le residenze di diversi ministri. Su X e vari canali socia, sono circolati poi video dove vari ministri sarebbero stati pestati per strada mentre cercavano di scappare dalle rivolte. Una rivolta per l’appunto che ha assunto i toni di una ribellione generazionale contro un sistema percepito come profondamente corrotto e distante dalle necessità del popolo.
Senza contare che il Nepal ha un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 20%, dove i giovani cercano sempre più strade per emigrare, accettando anche di diventare carne da macello di Putin, che porta avanti la sua brutale e spietata invasione dell’Ucraina. Per i nepalesi, la fuga era vista come l’unica salvezza da un destino incerto e buio, abbandonati da una guida che era diventata fulcro e intersezione delle due autocrazie, Cina e Russia. Da citare anche la frustrazione per la corruzione sistemica e la limitata trasparenza, e si capisce perché slogan contro i “nepo kids” (i figli di politici potenti che godono di privilegi) siano esplosi sui social nepalesi nelle ultime settimane.
Il prezzo politico e le dimissioni forzate
La violenza e il caos hanno costretto Sharma Oli a rassegnare le dimissioni. Le immagini del parlamento devastato e degli scontri tra manifestanti e polizia hanno segnato il punto di non ritorno. La presidenza, guidata da Ram Chandra Poudel, ha sciolto il parlamento e nominato Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema, alla guida di un governo ad interim incaricato di traghettare il paese verso nuove elezioni. Karki ha assicurato che il suo mandato non andrà oltre l’essenziale: riportare stabilità e organizzare elezioni anticipate, già fissate per marzo. Ma la nomina di Karki è avvenuta in un contesto decisamente unico e particolare. Quello che si è creato, dopo il ban imposto da Oli, ha dato vita ad un nuovo modo di intendere e fare politica: la popolare app usata dai gamers Discord è diventata casa e luogo sicuro per fare politica della popolazione del Nepal. C’entra però, una ONG, che in breve tempo, ha raccolto tantissimi sostenitori di questa rivoluzione. Ma di che si tratta?
Il “parlamento digitale” su Discord
In questa rivoluzione ha giocato un ruolo centrale Hami Nepal, una ONG che ha trasformato la propria chat su Discord in un’arena politica nazionale. La piattaforma, nata per i gamer, è diventata l’agorà virtuale del paese: oltre 150 mila membri discutono quotidianamente del futuro politico, con un impatto tale che perfino l’esercito nepalese ha iniziato a consultare gli amministratori della chat come interlocutori ufficiali. Caotiche, affollate da troll e curiosi, le discussioni non hanno impedito però agli attivisti di convergere sul nome di Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema, che poi è stata effettivamente scelta come premier ad interim. «Il parlamento del Nepal adesso è su Discord», ha commentato un attivista, e non a caso alcuni media locali trasmettono in diretta le conversazioni della chat. Resta però una forte incognita: questa esperienza digitale sarà capace di trasformarsi in una struttura politica duratura o rimarrà un esperimento effimero della rivolta giovanile?
Fratture nel fronte comunista
Il crollo di Oli non riguarda solo la piazza e la facciata, ma anche la scena politica interna. La sua distanza da Pushpa Kamal Dahal (Prachanda), anch’egli ex leader maoista, è diventata insanabile. Oli ha scelto la via di un Nepal fortemente orientato e proiettato verso la Cina, mentre Dahal ha mantenuto legami più pragmatici con l’India. Il risultato è stato un partito comunista spaccato e incapace di rappresentare un fronte unito, proprio mentre la popolazione chiedeva forti risposte su disoccupazione, corruzione e libertà civili.
E a quasi vent’anni dalla fine della guerra civile maoista (1996-2006), con la caduta della monarchia e la firma del Peace Accord che ha istituito la Repubblica, queste proteste sembrano essere diventate un’estensione delle stesse tensioni del tempo: disuguaglianze socioeconomiche, marginalizzazione delle aree rurali, frustrazione per promesse di pace che non hanno portato prosperità. La Costituzione del Nepal è nata come promessa di un patto nuovo, ma per molti giovani è rimasta lettera morta in partenza. Le attese di sviluppo, autonomia e giustizia sono state tradite da élite che si alternano al potere e dal persistere del clientelismo.
Scenari futuri
Il Nepal si trova ora sempre più in bilico. Le elezioni di marzo potrebbero aprire un nuovo capitolo, ma il rischio di nuove tensioni resta molto alto. E quelle proteste sin da subito partite da quello che la stampa ha etichettato come “Generazione Z”, hanno dimostrato di non voler tornare indietro e di essere pronta a pretendere un cambiamento radicale, con strumenti digitali che bypassano i vecchi canali politici.
Sul fronte esteri, resta l’incognita del posizionamento geopolitico: quanto il Nepal sarà disposto a mantenere legami stretti con Pechino e Mosca, e quanto invece ora cercherà di riequilibrare il rapporto con l’India e con l’Occidente. Intanto, la popolazione nepalese ha mandato un segnale fortissimo al mondo. Le autocrazie prima o poi, sono destinate a finire.
E dalla stretta di mano a Putin da parte di Sharma Oli a Tianjin, le cose sono da allora cambiate profondamente, e chissà che il prossimo a crollare, possa essere proprio il dittatore russo.









