Il “diritto a riparare” è legge nell’UE. E forse complica i piani alla Cina
Qualche giorno fa, dopo quasi sette anni, ho dovuto dire addio al mio Fairphone.
Un paio di cadute rovinose avevano rotto la scheda madre, l’unico pezzo non ordinabile né rimontabile del famoso telefono olandese dai pezzi ordinabili e rimontabili.
Non nascondo che ci ero affezionato. Per quasi sette anni, i miei studenti erano rimasti incuriositi nel vedere la sua anomala cover verde-pisello spiccare sulla cattedra in mezzo alle loro cover nere, rosa glitterate o di qualche squadra della serie A.
Mia moglie, sconsolata, si chiedeva cosa avesse fatto di male per meritarsi un marito che non solo buttava soldi in improbabili acquisti tecnologici, non solo abbracciava irrealistiche cause ecologiche, ma di tanto in tanto faceva entrambe le cose in un colpo solo.
Gli amici mi avevano domandato spesso: “Come ti ci trovi?” “Ma è vero che si ripara o è solo pubblicità?” “Onestamente pensi che valga il suo prezzo?”
Ebbene, presto scopriranno la risposta in prima persona.
Una lunga campagna
Il “modular design” e il “Right to repair”, che fino a ieri erano stati solo un vezzo di una nicchia di radical chic che si comprava il Fairphone, da oggi diventano legge nell’intera Unione Europea (con l’eccezione dell’Italia, che nella sua migliore tradizione nazionale non ha ancora recepito la direttiva).
In poche parole, assisteremo alla graduale “fairphonizzazione” di qualunque telefono, lavatrice, lavapiatti, frigorifero, aspirapolvere, batteria, schermo, memoria esterna o server venduto in Europa da qualunque azienda.
La norma ha avuto una gestazione lunghissima.
Già all’inizio del secolo avevano iniziato a circolare in accademia espressioni dotte come “obsolescenza programmata”, mentre tecnici e operai toccavano con mano quanto elettrodomestici, dispositivi di telefonia e persino l’elettronica delle automobili venissero costruiti in modo sempre meno durevole rispetto al passato.
Difficile non pensare che fosse una scelta deliberata, per costringere i consumatori a ricomprare più spesso l’intero prodotto – o magari, banalmente, per competere al ribasso sui prezzi, non senza qualche vantaggio per le classi povere.
Negli anni ’10 i movimenti per il “Right to repair”, partendo da comunità benestanti e pignole come la California o la Francia urbana, si sono poi diffusi a macchia d’olio, e le loro rivendicazioni sono entrate a pieno titolo nel canone ambientalista giusto in tempo per la grande sbornia green della prima Commissione Von der Leyen (2019 – 2024).
Proprio nell’aprile 2024 è stata approvata la direttiva, dando a ciascuno dei 27 stati un termine insolitamente lungo per recepirla: termine che oggi, infine, è scaduto.
Liberi tutti
Come molte norme recenti dell’Unione Europea, anche questa vive del contrasto tra due anime.
Da un lato quella liberale delle origini, che vede nell’Unione una forza per rimuovere gli ostacoli alla concorrenza, per disintegrare privilegi e per aprire ai cittadini nuove possibilità.
Dall’altro quella interventista e paternalista, emersa man mano che l’Unione diventava più democratica e più rappresentativa dei gusti popolari, e che quindi indulge di più alla protezione e al controllo.
La direttiva sul Right to Repair è, senza dubbio, una grande ventata di apertura e liberalizzazione.
Sulle 11 categorie di merci che copre, cerca di eliminare tutti i colli di bottiglia per colpa dei quali finora è stato conveniente, quando non obbligatorio, ricomprare un prodotto danneggiato invece di ripararlo.
Di fatto, sul territorio europeo qualunque tecnico, anche indipendente, dovrà essere in grado di aggiustare qualunque prodotto, incluso l’ultimo modello di Iphone.
A volte ciò viene impedito da barriere fisiche: gli esempi più classici sono le viti speciali che solo l’azienda produttrice può sostituire, o i componenti attaccati con la colla per non essere più rimontabili una volta smontati.
Altre volte il problema è nel design: un telefono non modulare, ossia costruito tutto d’un pezzo, si può solo buttare e ricomprare tutto insieme.
Anche dal lato software esiste la pratica di introdurre nel dispositivo un firmware criptato, che non lo fa più accendere se viene manipolato da un tecnico non autorizzato.
Capita, inoltre, che le aziende tech non rendano disponibili a terzi i manuali su come effettuare le riparazioni. Sembra un problema d’altri tempi, che fa sorridere nell’epoca di Internet, ma è uno dei colli di bottiglia peggiori che la nuova legge tenta di risolvere.
Pensiamo poi ai limiti del sistema delle garanzie. Chi ripara un dispositivo dalla garanzia scaduta non ha alcun interesse a ripararlo bene, visto che ogni ulteriore riparazione avverrà comunque a spese del cliente. La direttiva, sotto questo profilo, prevede che la garanzia resusciti per altri 12 mesi dopo ogni riparazione.
Infine, l’aspetto forse più avveniristico è la totale liberalizzazione alle riparazioni con ricambi stampati in 3D.
Inflazione in vista
Accanto a questi cambiamenti, ce ne sono altri che fanno alzare qualche sopracciglio.
Il più vistoso è l’obbligo di attuare le riparazioni “a un prezzo ragionevole e proporzionato” rispetto all’acquisto del prodotto nuovo, stimato circa al “30-40%”.
Ora, se c’è una cosa che nella storia non ha mai funzionato è il tetto politico ai prezzi.
È vero che ogni stato membro studierà un suo modo, più o meno rigido, di applicare questo principio, ma la spirale di distorsioni a cui può portare è potenzialmente infinita.
I venditori, ad esempio, potrebbero aumentare il costo del prodotto nuovo giustificandosi con l’obbligo di renderlo proporzionato al costo delle riparazioni. O potrebbero ritirare dal mercato quei prodotti la cui riparazione costerebbe più del 40% e infrangerebbe la normativa (innescando un calo dell’offerta e, di conseguenza, un aumento dei prezzi).
Discorso simile si può fare sull’obbligo di tenere in magazzino per almeno sette anni gli eventuali pezzi di ricambio del dispositivo venduto.
Come è facile immaginare, ottemperare a un obbligo simile ha costi pesanti per le aziende. Apple minaccia che gli Iphone arriveranno a costare 100 euro in più, mentre la Information Technology & Innovation Foundation statunitense osserva che le case produttrici di pc o smartphone, abituate a lanciare un nuovo modello ogni 12-18 mesi, dovrebbero accumulare i ricambi di 5 o 6 modelli alla volta, scaricando l’impennata dei costi sul cliente finale.
Alcune voci industriali temono che questi obblighi regaleranno l’ennesimo vantaggio competitivo ai produttori asiatici di elettronica a basso costo. E proprio qui sta la vera posta in gioco della partita.
Spezzare l’assedio cinese
Non prendiamoci in giro: valutare queste misure in base al loro impatto ecologico è da ingenui. Non saranno 35 milioni di tonnellate di rifiuti in meno nella piccola Europa a salvare il pianeta.
La vera domanda è un’altra: queste strette ecologiche argineranno o aggraveranno l’inondazione di beni cinesi sul nostro mercato?
Ogni giorno l’Europa accumula un miliardo di euro in più di deficit commerciale con la Cina. Settori che un tempo erano il nostro fiore all’occhiello, come le auto o la chimica, stanno venendo smantellati dalla concorrenza cinese a una velocità spiazzante.
Si badi: dietro questo assedio non c’è, come vuole la propaganda di Pechino, un “paese che vive nel futuro”: c’è un regime che ha sacrificato il potere d’acquisto dei propri sudditi in favore del potere di ricatto internazionale dei propri gerarchi.
Il 30% dei cinesi è ancora impiegato nella manifattura, con salari molto inferiori a quelli che avrebbe nel settore dei servizi, con l’orario di lavoro più massacrante del pianeta e con una moneta in brusca svalutazione.
Le auto cinesi stanno invadendo l’Europa non solo perché costano poco, ma soprattutto perché i cinesi sono troppo poveri per comprarle (e allo stesso tempo sono costretti dal loro governo a non ridurne la produzione).
La Cina, in breve, ci sta trasformando nella sua discarica.
Ebbene: le regole più stringenti sulla riparabilità taglieranno fuori dal nostro mercato le sue aziende?
Quantomeno ne rallenteranno la penetrazione?
Le stime dicono di sì: adattarsi al “modular design” e agli altri obblighi ha tempi e costi notevoli.
Ma quanto può reggere questa ennesima, piccola diga prima di essere travolta?








