Il dilemma iraniano. Quattro scenari, nessuna via d’uscita per Trump

Gianluca Eramo
23/02/2026
Poteri

L’ultimatum lanciato da Donald Trump all’Iran il 20 febbraio nasconde una domanda che nessuno a Washington pronuncia ad alta voce: “quale opzione militare può risolvere la questione iraniana?” La risposta è: nessuna.

Non perché manchino le opzioni – ne esistono almeno quattro, tutte studiate nei war rooms del Pentagono – ma perché tutte conducono a vicoli ciechi che la storia ha già mappato. Il problema dell’Iran non è balistico: è strutturale. E pretendere di ignorarlo mentre le elezioni di mid-term di novembre incombono sull’orizzonte di Trump significa prepararsi a ripetere errori che il cimitero delle ambizioni imperiali in Medio Oriente ha già sepolto senza appello.

Le quattro porte chiuse

  1. Lo scenario Caracas è il primo miraggio. Il successo dell’operazione lampo contro Maduro nel gennaio 2026 ha proiettato sulle cancellerie internazionali un’illusione ottica pericolosa: se ha funzionato a Caracas, perché non a Teheran? Perché il Venezuela era uno Stato integralmente disintegrato, con un’élite militare ridotta a mercenari in cerca di amnistia. L’Iran è cosa diversa: uno Stato Svuotato – una moschea istituzionale priva di fedeli – ma con un apparato che gestisce il proprio collasso e ha un piano per sopravvivergli. I Pasdaran non sono generali chavisti in cerca di fuga: sono il sistema. Decapitare il regime non produrrebbe una transizione ordinata, ma la frammentazione etnica di un Paese con il 40% di minoranze – curdi, azeri, baluci, arabi – e un programma nucleare i cui siti si perderebbero nel caos. Nessuno vuole uno Stato fallito e potenzialmente nuclearizzato.
  • Lo scenario Larijani – il gattopardismo pilotato – è più sofisticato e più insidioso. L’idea è negoziare, con i settori “pragmatici” dei Pasdaran e dei moderati che di moderato non hanno nulla, una transizione che sacrifichi la facciata teocratica preservando il cuore cleptocratico: il mitologico “dittatore amico” sul modello egiziano post-Morsi. Ma il bilancio di al-Sisi in Egitto è il miglior argomento contro questa fantasia. L’Egitto è oggi uno dei Paesi con più prigionieri politici al mondo, un’economia in caduta libera sostenuta dai bail-out del Golfo, e un attore regionale destabilizzante che sostiene politicamente e militarmente Haftar in Libia, mantiene un cinismo transazionale sulla crisi di Gaza e alimenta una logorante prova di forza con Sudan ed Etiopia sulle acque del Nilo, mentre coltiva una pericolosa ambivalenza con la Russia per ricattare diplomaticamente i partner occidentali. Se il modello egiziano ha prodotto questo bilancio senza programma nucleare, senza rete di proxy e senza la profondità strategica iraniana, cosa ci si aspetta da un Iran a guida Larijani? Per sopravvivere, una giunta militare iraniana avrebbe bisogno delle stesse armi del regime attuale: i proxy come leva negoziale e il nucleare come assicurazione sulla vita. È il regalo perfetto per Mosca, che continuerebbe a parassitare Teheran per sopravvivere.
  • L’opposizione paracadutata è il terzo miraggio occidentale. Il sogno del nuovo Chalabi: un governo in esilio da insediare a Teheran sulle ali dei bombardieri. Ma i monarchici coltivano la nostalgia di un regime mai rimpianto; il MEK porta il marchio indelebile della collaborazione con Saddam; la diaspora si è dimostrata incapace di superare i propri veti incrociati — il fallimento della Mahsa Charter nel 2023 ne è la prova plastica. Un leader percepito come funzionario del Pentagono perde ogni legittimità nel momento in cui atterra. Sarebbe l’Afghanistan bis, con un Paese infinitamente più grande, più popoloso, più armato.
  • L’invasione terrestre è politicamente morta prima ancora di essere discussa. Trump è un animale elettorale: ha bisogno di un successo cinematografico da trasmettere su Fox News, non di bare che tornano a casa. L’Iran è quattro volte la California, 88 milioni di abitanti, un terreno montuoso dove quarant’anni di difesa in profondità hanno costruito ridondanza, dispersione, occultamento. E un attacco durante il Ramadan incendierebbe l’opinione pubblica musulmana globale. Senza boots on the ground, qualsiasi campagna aerea resta superficiale: può distruggere siti noti, ma non occupare territorio né impedire la ricostituzione. Soprattutto, un’aggressione esterna attiverebbe quel nazionalismo difensivo iraniano che è più antico del regime; lo stesso che nel 1980 compattò una popolazione inizialmente divisa attorno a Khomeini, regalando agli ayatollah otto anni di legittimità militare contro Saddam Husein.

Il ruolo della società civile

Se ogni opzione militare conduce al fallimento, la risposta è – come sempre – la meno comoda per chi cerca soluzioni rapide. Esiste in Iran una forza che nessuno dei quattro scenari considera seriamente: la società civile interna. Le donne che sfidano il regime togliendosi il velo. Gli studenti che occupano le università. I premi Nobel che parlano al mondo dalle celle di Evin con una legittimità che nessun leader della diaspora potrà mai vantare. Questa società civile non chiede invasioni; chiede protezione; chiede che gli architetti della repressione siano resi politicamente radioattivi su scala globale.

Poiché l’intervento armato non ha speranza di successo, l’Occidente dovrebbe lanciare una forte iniziativa politica per guidare un’azione forte, determinata e rigorosamente fondata sul diritto internazionale. Attraverso la creazione di uno “Scudo Giudiziario” e l’applicazione dell’Effects Principle della Corte Penale Internazionale si potrebbe da subito perseguire le conseguenze di crimini pianificati a Teheran quando si manifestano in Stati membri della CPI – dalle minacce contro la diaspora in Europa ai flussi finanziari illeciti, fino al traffico di tecnologie di sorveglianza. Trasformare ogni violazione in un capo d’accusa significa impedire ai gattopardi dei Pasdaran di riciclarsi come interlocutori presentabili e rispettabili, li renderebbe dei paria internazionali, non ospiti d’onore a Ginevra.

Ruolo europeo (?)

In questo scenario, l’Europa – se davvero volesse diventare quell’attore geopolitico di cui da anni va parlando – avrebbe un ruolo fondamentale da giocare. Un Iran democratico reintegrato nei circuiti globali spezzerebbe il parassitismo strategico russo – quel rapporto predatore-preda che ha trasformato Teheran in una batteria da drenare per la guerra in Ucraina – e riaprirebbe corridoi energetici verso l’Europa che oggi sono ostaggio di Mosca.

Non è idealismo: è interesse nazionale. Non è una soluzione spettacolare. Non produce immagini da telegiornale. Ma è l’unica strategia che rispetta una verità fondamentale: la democrazia iraniana non va esportata dall’esterno, esiste già nel sangue che ha coperto le strade di Teheran, nelle celle della prigione di Evin, esiste nelle voci dei tanti premi Nobel iraniani che sfidano il regime con la forza di una cultura millenaria. L’Iran non va conquistato. Va lasciato a chi paga il prezzo per chiamarlo libero.