La difesa europea alla prova della coerenza politica

Andrea Savi
03/05/2026
Frontiere

Il 24 febbraio 2022 non ha segnato solamente una spaccatura profonda nel diritto internazionale: è stato un brutale bagno di realtà che ha rimescolato le priorità del continente e reso evidente una fragilità che è sempre stata sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno ha mai davvero voluto affrontare.

Per decenni, l’equilibrio europeo si è retto su tre pilastri. Il primo era l’ombrello protettivo degli Stati Uniti, garantito attraverso la NATO; il secondo, la scelta politica dei dividendi della pace: una progressiva riduzione della spesa militare per sostenere modelli di welfare sempre più costosi (vedi Figura 1); Il terzo, un’industria della difesa costruita per i tempi di stabilità, orientata più all’export che alla preparazione di un conflitto ad alta intensità (vedi Figura 2). Questa architettura funzionava finché le condizioni esterne erano favorevoli; non appena la Russia ha deciso di testare la credibilità della nostra deterrenza dando il via all’invasione dell’Ucraina, il sistema ha mostrato tutta la sua dipendenza e vulnerabilità.

La risposta europea è stata sorprendentemente rapida, cosa che può sembrare strana a chi non conosce i meccanismi decisionali dell’Unione, quasi compressa nel tempo; ma proprio questa accelerazione rende necessario distinguere tra ciò che è stato davvero costruito e ciò che resta ancora fragile.

Figura 1. Spesa per la difesa nell’UE (scala sinistra) e per equipaggiamenti militari (scala destra), % del PIL, 1990–2024. Dopo un calo prolungato, si osserva un aumento negli anni recenti.
Fonte: Bruegel (2024), A European defence industrial strategy in a hostile world
Figura 2. Frammentazione dei sistemi di difesa in Europa rispetto agli Stati Uniti e relativo impatto sui costi: maggiore varietà di piattaforme (carri armati, navi, aerei e artiglieria) e approcci nazionali comportano minori economie di scala e costi unitari più elevati.

Fonte: Oliver Wyman (2026), How Europe can meet defense readiness

L’architettura normativa: un salto senza precedenti

Se si va oltre la superficie del dibattito pubblico, emerge un cambiamento più profondo di quanto spesso si racconti. In pochi anni, l’Unione europea ha costruito una struttura normativa e industriale che prima non esisteva. Il Regolamento ASAP (2023) ha sostenuto la produzione di munizioni; EDIRPA ha introdotto gli acquisti comuni tra stati membri; l’EDIS, la Strategia Industriale della Difesa Europea, pubblicata dalla Commissione nel marzo 2024, ha fissato per la prima volta una visione di politica industriale del settore fino al 2035. Il Libro Bianco “Readiness 2030“, presentato il 19 marzo 2025, ha fissato l’obiettivo degli 800 miliardi da mobilitare entro la fine del decennio.

Il coronamento di questa sequenza è EDIP, il Programma Europeo per l’Industria della Difesa, approvato definitivamente dal Consiglio UE l’8 dicembre 2025 ed entrato in vigore il giorno successivo alla pubblicazione. Il suo peso non deriva tanto dalle risorse iniziali (1,5 miliardi per il periodo 2025-2027, di cui 300 milioni per l’Ucraina) quanto dal cambio di logica che introduce. Per la prima volta, si costruisce un sistema comune per la sicurezza degli approvvigionamenti, si crea la Struttura per i Programmi Europei di Armamento e si afferma il principio del “Buy European”, con un tetto del 35% per i componenti provenienti da paesi terzi non associati. È l’ossatura normativa di una politica industriale della difesa che non esisteva.

Proprio perché questa architettura è nuova, però, il problema si sposta inevitabilmente su come viene sostenuta nel tempo. Ed è qui che emergono le prime crepe.

Il debito comune senza fiscalità comune: la prima crepa

Con il fondo SAFE (Security Action for Europe), adottato formalmente dal Consiglio il 27 maggio 2025 (Reg. UE 2025/1106), ed entrato in vigore il 29 maggio, con una dotazione di 150 miliardi, l’Unione ha scelto di utilizzare il debito comune per sostenere la difesa. Il meccanismo è lo stesso del Recovery Fund post-Covid: l’UE emette con rating AAA e trasferisce il vantaggio ai Paesi sottoscrittori sotto forma di prestiti a condizioni più favorevoli rispetto a quelle che otterrebbero emettendo debito nazionale. Il risparmio è tanto maggiore quanto più alto è lo spread di un Paese rispetto alla Germania.

I dati di sottoscrizione elaborati da Citigroup nel gennaio 2026 mostrano 19 paesi aderenti, con la Polonia in testa a 43,7 miliardi, seguita da Romania a 16,7 miliardi, Ungheria e Francia a 16,2 miliardi ciascuna e dall’Italia a 14,9 miliardi. La domanda ha superato largamente le attese iniziali. Non sorprende, quindi, che lo strumento sia stato considerato un successo. Ma è esattamente questo successo a rendere più visibile la fragilità sottostante.

Il debito comune europeo, senza una fiscalità comune, crea le condizioni strutturali per il free riding sistematico. I Paesi con spread elevati hanno un fortissimo incentivo a ricorrere ai prestiti UE non perché la logica industriale lo richieda, ma perché sono meno costosi rispetto all’emissione di debito nazionale. Le decisioni di acquisto restano però interamente nazionali; i benefici vengono socializzati e la disciplina fiscale che dovrebbe accompagnare ogni scelta di spesa non ha più nessun ancoraggio politico reale. I paesi “virtuosi”, Germania, Paesi Bassi, Austria, continuano a garantire, con il loro rating AAA, un debito di cui beneficiano marginalmente, finanziando scelte su cui non hanno voce. È una tensione già nota nella storia dell’integrazione europea, e che tende a riemergere ogni volta che l’integrazione accelera senza che la governance politica tenga il passo.

Come documentano i dati sui tre programmi di debito comune dal 2020 a oggi, SURE per 98 miliardi, NGEU/RRF per circa 577 miliardi tra sovvenzioni e prestiti, SAFE per 150 miliardi, la distribuzione dei benefici è fortemente concentrata. La risposta non è rinunciare a ogni forma di coordinamento finanziario, ma essere chiari su cosa il debito comune può fare e cosa non può fare in assenza di una governance fiscale condivisa.

Spostandosi dal piano finanziario a quello operativo, il quadro cambia sensibilmente.

I programmi congiunti: dove la cooperazione funziona davvero

È nella cooperazione industriale concreta che l’integrazione europea trova una base più solida. Qui la logica non è quella dell’incentivo finanziario, ma della necessità operativa: i progetti nascono dalla necessità di evitare duplicazioni costose, non dalla convenienza di accedere a debito comune a tassi favorevoli.

Attraverso l’EDA e la PESCO sono attivi oggi oltre settanta progetti. Il programma sulla mobilità militare mira a rendere possibile lo spostamento rapido di truppe e mezzi attraverso il continente, superando ostacoli burocratici che oggi rallentano qualsiasi intervento. TWISTER lavora sulla difesa missilistica contro minacce spaziali e balistiche. I Cyber Rapid Response Teams costruiscono squadre europee di risposta agli attacchi informatici contro infrastrutture critiche. Sul mare, la Corvetta di Pattugliamento Europeo vede Italia, Francia, Spagna e Grecia sviluppare congiuntamente una nuova classe di unità navali, mentre le fregate FREMM e le navi di supporto logistico LSS, gestite attraverso OCCAR, sono già una realtà produttiva. Nel campo missilistico, il Meteor, sviluppato da un consorzio di sei nazioni europee, è il gold standard dei missili aria-aria a lungo raggio. HYDEF e HYDIS lavorano in parallelo su un intercettore ipersonico europeo come risposta diretta alla minaccia di missili russi e cinesi.

Sul piano industriale, la novità degli ultimi anni è la comparsa di joint ventures permanenti: KNDS, tra Krauss-Maffei Wegmann e Nexter, sviluppa il veicolo principale per il futuro carro armato europeo MGCS; Naviris, tra Fincantieri e Naval Group, costruisce fregate e navi di supporto. E, sempre più, l’industria ucraina viene integrata in questo ecosistema. Rheinmetall Ukrainian Defense Industry produce localmente APC Fuchs e veicoli blindati; diversi accordi coprono droni e munizioni, in una logica che tiene insieme il sostegno allo sforzo bellico e la costruzione di filiere produttive integrate con la base industriale europea.

Ma non tutti gli strumenti funzionano “per necessità”. Alcuni funzionano solo se sostenuti da una volontà politica coerente nel tempo.
Se la cooperazione industriale tiene perché risponde a vincoli operativi, esiste un altro ambito in cui l’Europa dispone già dello strumento giusto, ma la cui efficacia dipende interamente da come, e quanto, gli Stati membri decidono di usarlo.

Sanzioni: lo strumento giusto, la credibilità politica che manca

Le sanzioni contro la Russia sono lo strumento giusto. Non è una posizione ideologica, ma la conclusione che emerge dai dati. Il price cap ha eroso i profitti russi dalle esportazioni di petrolio, con il Brent russo che sconta significativamente rispetto al mercato. Le sanzioni sulla flotta ombra hanno ridotto fino all’80% i volumi di esportazione da alcuni porti russi. Il mercato russo è diventato marginale per le esportazioni europee e le economie del continente hanno dimostrato di poterne fare a meno.

Il 19° pacchetto, adottato il 23 ottobre 2025, ha ulteriormente rafforzato questo impianto: dal 1° gennaio 2027 entrerà in vigore il ban totale all’importazione di LNG russo; il price cap, fissato a 47 dollari al barile dal 18° pacchetto si sanzioni, è stato poi aggiornato a 44,10 dollari nel gennaio del 2026 e 557 navi della flotta ombra sono state inserite nella blacklist.

Il problema non è lo strumento, ma la credibilità politica con cui viene applicato: le sanzioni funzionano solo se i Paesi che le adottano le fanno rispettare davvero, anche quando costa. E su questo fronte il quadro è meno rassicurante. Le esportazioni italiane verso il Kirghizistan (analisi di Robin Brooks) sono esplose da quasi zero a oltre 35 milioni di dollari al mese: un Paese privo di qualsiasi tradizione di import di prodotti industriali europei che diventa improvvisamente un hub commerciale di primo piano. Il meccanismo è evidente, e non è un caso isolato. Finché i controlli sull’elusione attraverso Paesi terzi restano sulla carta, ogni pacchetto di sanzioni è parzialmente svuotato dall’interno.

A questo si aggiunge una variabile esterna che l’Europa non controlla. La guerra in Iran, entrata nell’ottava settimana, con più di ottanta impianti energetici danneggiati nel Medio Oriente e definita dalla IEA la peggiore interruzione delle forniture globali nella storia, ha rimesso pressione sul prezzo del greggio, tenendolo artificialmente elevato per settimane. Quando Teheran ha temporaneamente riaperto lo Stretto di Hormuz, il prezzo del Brent è crollato del 9% in una sola seduta. Il price cap smette di mordere quando il barile russo può essere venduto comunque sotto la soglia senza per questo essere sanzionato. Ma c’è un secondo fattore, meno visibile, che dilata ulteriormente questa finestra: il 17 aprile 2026, l’amministrazione Trump ha rinnovato per un mese il sanction waiver che consente ai Paesi terzi di acquistare petrolio russo caricato sulle navi nel periodo transitorio, in sostituzione di un precedente waiver scaduto l’11 aprile.

Lo strumento nasce come risposta alla pressione dei Paesi asiatici colpiti dallo shock energetico legato alla guerra in Iran e, secondo Reuters, è stato richiesto dai partner degli Stati Uniti a margine del G20, della Banca Mondiale e degli incontri FMI a Washington. Il risultato combinato è che il price cap, già indebolito dall’elusione attraverso la flotta ombra, viene ulteriormente svuotato dall’esterno ogni volta che la crisi energetica rende politicamente conveniente guardare dall’altra parte. Non perché lo strumento sia sbagliato, ma perché la sua efficacia dipende da condizioni che possono cambiare nel giro di settimane.

In questo contesto, l’idea di tornare a comprare gas russo, che periodicamente riemerge in alcuni ambienti politici europei come soluzione pragmatica, è semplicemente fuori dalla realtà ed altamente lesiva. Non solo per le implicazioni strategiche di finanziare direttamente lo sforzo bellico di Mosca, ma perché significherebbe smantellare in pochi mesi la diversificazione energetica che l’Europa ha costruito a caro prezzo dal 2022. La credibilità di una politica di sanzioni non si ricostruisce dopo averla abbandonata per convenienza.

Ed è proprio la credibilità il filo che lega tutte le crepe di questo cantiere.

La credibilità come condizione necessaria

Il filo che lega tutte le criticità è sempre lo stesso: la distanza tra integrazione economica e integrazione politica. Il debito comune senza fiscalità comune premia strutturalmente il free riding. Le sanzioni producono risultati reali ma vengono erose dall’interno quando gli interessi economici immediati prevalgono sulla coerenza di lungo periodo. I programmi industriali congiunti, che sono la parte più solida dell’architettura, rischiano di restare eccezioni in un sistema che per il resto continua a comprare su base nazionale.

Non esiste autonomia strategica europea senza rigore fiscale, e non esiste rigore fiscale europeo senza fiscalità comune. Non esiste pressione efficace sulla Russia senza la volontà politica di mantenerla anche quando i prezzi salgono e qualcuno propone scorciatoie. Non esiste industria della difesa europea integrata senza che i governi nazionali smettano di comprare secondo le proprie logiche di consenso interno.

Il cantiere è aperto. Le fondamenta ci sono. Ma alcune delle crepe che si vedono già oggi non si chiuderanno con un altro regolamento europeo. Richiedono scelte politiche che il dibattito pubblico, soprattutto in Italia, non è ancora disposto acompiere.