La democrazia non è solo il voto: l’illusione dell’immunità morale e il caso Israele

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Riccardo Lo Monaco
21/05/2026
Poteri

Nel dibattito pubblico contemporaneo esiste una semplificazione tanto diffusa quanto pericolosa: l’idea che un Paese sia democratico semplicemente perché organizza elezioni libere.

È una narrazione rassicurante, facilmente comunicabile e perfetta per la propaganda geopolitica, ma profondamente insufficiente.
Ridurre la democrazia all’atto elettorale significa svuotarla del suo significato storico e filosofico, trasformarla in una semplice procedura e dimenticare che la democrazia, nella sua forma più alta, è innanzitutto un sistema di limiti al potere.

Le elezioni sono certamente una condizione necessaria della democrazia, ma non sufficiente.
Anche regimi autoritari o semi-autoritari possono organizzare consultazioni popolari, ottenere consenso e rivendicare una legittimazione derivante dalle urne.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto “chi vota?”, ma soprattutto “che cosa accade dopo il voto?”. Esistono contropoteri reali? La magistratura è indipendente? La stampa può criticare liberamente il governo? Le minoranze sono tutelate? Il diritto internazionale viene rispettato? Oppure la volontà della maggioranza viene trasformata in una sorta di investitura assoluta, capace di giustificare qualsiasi scelta politica, militare o morale?

È proprio qui che emerge la distinzione fondamentale tra democrazia liberale e democrazia illiberale.

Il politologo Yascha Mounk, nel suo libro Popolo vs Democrazia (2018), descrive con grande lucidità la crisi delle democrazie contemporanee e il progressivo affermarsi di sistemi politici che conservano il rito elettorale ma svuotano lentamente i principi liberali che storicamente accompagnano la democrazia costituzionale.
Mounk parla di “democrazia illiberale” e mette in guardia da un fenomeno sempre più evidente: la trasformazione della sovranità popolare in dominio della maggioranza.

La democrazia liberale, infatti, non nasce soltanto dall’idea che il popolo scelga i governanti. Nasce anche dalla convinzione che il potere debba essere limitato.
Per questo le moderne democrazie occidentali si sono fondate su un equilibrio delicato tra volontà popolare, separazione dei poteri, tutela dei diritti individuali, protezione delle minoranze e rispetto delle costituzioni.
Quando questo equilibrio si spezza, le elezioni rischiano di diventare soltanto un meccanismo di legittimazione del potere.

È ciò che Mounk definisce, con un’espressione estremamente efficace, “dittatura elettorale”: il popolo vota, ma chi vince interpreta il consenso come una delega totale, quasi plebiscitaria.
La maggioranza smette così di essere uno strumento della democrazia e diventa un feticcio politico. In nome del popolo si limitano libertà civili, si attaccano magistrature indipendenti, si intimidisce la stampa, si delegittimano le opposizioni e si riduce ogni critica a tradimento nazionale.

Non si tratta di una teoria astratta. Le democrazie illiberali esistono già e stanno crescendo.

L’Ungheria di Viktor Orbán ha rappresentato probabilmente il caso più emblematico in Europa: un sistema che mantiene elezioni regolari ma che, negli anni, ha progressivamente eroso il pluralismo dell’informazione, ridotto gli spazi di indipendenza della magistratura e concentrato enormemente il potere attorno all’esecutivo.
Orbán stesso ha rivendicato apertamente il modello della “democrazia illiberale”, sostenendo che il liberalismo sarebbe incompatibile con la sovranità nazionale.

Anche la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan conserva un sistema elettorale formalmente competitivo, ma appare segnata da repressione del dissenso, incarcerazioni di giornalisti, limitazioni della libertà accademica e crescente personalizzazione del potere.
La stessa India di Narendra Modi viene oggi osservata con crescente preoccupazione da numerosi osservatori internazionali: un Paese immenso, democratico sul piano elettorale, ma attraversato da un nazionalismo religioso e maggioritario che rischia di comprimere il pluralismo e i diritti delle minoranze.

A questa lista si potrebbe aggiungere, seppure in una forma diversa e meno compiuta, anche il fenomeno del trumpismo negli Stati Uniti.
Parlare degli Stati Uniti come di una democrazia illiberale sarebbe probabilmente eccessivo, perché le istituzioni americane continuano a mantenere forti anticorpi costituzionali e un robusto sistema di checks and balances. Tuttavia il trumpismo ha mostrato quanto anche la più antica democrazia occidentale possa essere attraversata da pulsioni profondamente illiberali.

L’attacco costante alla stampa indipendente definita “fake news media” e “nemica del popolo”, la delegittimazione preventiva dei risultati elettorali, il culto personalistico del leader assimilato al divino, la radicalizzazione identitaria, l’utilizzo sistematico della menzogna politica come strumento di mobilitazione emotiva e soprattutto l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 rappresentano segnali che non possono essere sottovalutati.

Il trumpismo ha mostrato come anche in una democrazia consolidata possa emergere una concezione plebiscitaria del consenso, nella quale chi vince ritiene di incarnare direttamente il “vero popolo” contro istituzioni, opposizioni, magistrature e organi di garanzia.

È esattamente questo il terreno sul quale cresce la democrazia illiberale: non necessariamente abolendo il voto, ma svuotando progressivamente la cultura liberale che rende il voto compatibile con lo Stato di diritto.

Questi esempi mostrano una verità scomoda ma essenziale: si può votare liberamente senza vivere davvero in una democrazia liberale.

Esiste poi un’altra narrazione profondamente tossica che negli ultimi anni si è rafforzata nel discorso pubblico occidentale: l’idea che una democrazia goda automaticamente di una sorta di immunità morale permanente.
Come se il fatto di eleggere un governo attraverso libere elezioni producesse una patente di legittimità illimitata, valida non soltanto all’interno del Paese ma anche sul piano internazionale.

Ma essere una democrazia autorizza forse a fare qualsiasi cosa?

Autorizza a invadere territori confinanti? A violare sistematicamente il diritto internazionale? A rapire cittadini stranieri in acque internazionali? A mettere in atto reazioni sproporzionate in nome della sicurezza nazionale? A considerarsi intoccabili soltanto perché si appartiene al “campo democratico”?

La risposta dovrebbe essere ovvia: no.

Una democrazia non cessa di essere giudicabile moralmente e politicamente. Al contrario, proprio perché pretende di fondarsi sul diritto, dovrebbe essere sottoposta a standard ancora più elevati.

La storia, del resto, dimostra chiaramente che anche Stati democratici possono commettere atrocità, violare diritti umani o sviluppare forme aggressive di nazionalismo. Il consenso elettorale non sterilizza l’arbitrio e non trasforma automaticamente ogni decisione governativa in una scelta giusta.

Il caso di Israele rappresenta oggi uno dei nodi più drammatici e controversi di questa riflessione.

Israele resta formalmente una democrazia: vota, cambia governi, possiede un sistema parlamentare competitivo e una società pluralista sotto molti aspetti.
Ma questo dato non può diventare uno scudo morale assoluto dietro cui occultare ogni scelta politica o militare.

Negli ultimi anni, soprattutto sotto i governi guidati da Benjamin Netanyahu, il peso dell’estrema destra nazionalista e messianica è cresciuto enormemente. Figure come Itamar Ben-Gvir rappresentano una radicalizzazione inquietante della vita politica israeliana.

Ben-Gvir non è una figura marginale o folkloristica, ma uno degli uomini più potenti del governo. Le sue posizioni estremiste, suprematiste e apertamente provocatorie sarebbero considerate incompatibili con la cultura democratica nella maggior parte dell’Europa occidentale.
Eppure oggi partecipano alla guida dello Stato israeliano e ne influenzano profondamente le politiche.

Il trattamento riservato agli attivisti della Freedom Flotilla — fermati, esibiti e umiliati come prigionieri all’interno di una sorta di “tonnara umana” — ha mostrato al mondo immagini e linguaggi incompatibili con qualsiasi idea non solo autenticamente liberale, ma anche vagamente liberale della democrazia.

Ancora più inquietanti sono state le parole e gli atteggiamenti di Ben-Gvir, intrisi di disprezzo e brutalità simbolica.
Quando il potere smette di vedere esseri umani e comincia a vedere bersagli, quando la sofferenza viene trasformata in spettacolo politico e la forza diventa ostentazione arrogante, si entra in una zona oscura della politica che la storia europea conosce molto bene.

Naturalmente i paragoni storici estremi richiedono cautela e precisione. Ma la storia serve proprio a riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi. Serve a ricordare che la barbarie non nasce mai improvvisamente: cresce poco alla volta, attraverso la normalizzazione della disumanizzazione, dell’odio identitario e della convinzione di essere moralmente superiori e quindi autorizzati a tutto.

Ed è forse qui che emerge il punto decisivo: la vera democrazia non consiste semplicemente nel contare voti.
Consiste nel limitare il potere, anche quando quel potere gode del consenso della maggioranza.
Una democrazia liberale autentica accetta il pluralismo, tollera il dissenso, riconosce la dignità delle minoranze e accetta che persino la sicurezza nazionale abbia limiti etici e giuridici invalicabili.

Quando invece il consenso popolare viene trasformato in una giustificazione assoluta, il rischio è quello della degenerazione della democrazia in una forma di autoritarismo elettorale.
Ed è probabilmente questa la grande sfida politica e morale del nostro tempo: ricordare che la democrazia non è soltanto il diritto della maggioranza di vincere, ma soprattutto il dovere del potere di restare umano.

Nel caso di Israele, le imminenti prossime elezioni costituiranno un vero e proprio test sugli anticorpi della democrazia liberale israeliana: spazzeranno via le mostruosità a cui il governo Netanyahu ci ha fin troppo abituati, certificando il rientro all’interno del perimetro di principi e valori “occidentali” e del diritto internazionale — come i sondaggi farebbero intendere — o decreteranno il trionfo della deriva estremista e plebiscitaria nello stato ebraico, condannandolo a un inevitabile isolamento internazionale?