Il delitto (economico) perfetto: Il manuale sovranista

Yuri Brioschi
17/04/2026
Poteri

C’è qualcosa di profondamente romantico nel sovranismo economico. È l’idea che un confine tracciato su una mappa possa agire come un campo di forza per proteggendoci dalle intemperie globali, dall’inflazione e, soprattutto, dalla matematica. Peccato che, alla prova dei fatti, questa ricetta somigli meno a una strategia nazionale e più a un tentativo di spegnere un incendio usando la benzina, convinti che il colore delle fiamme sia, dopotutto, molto patriottico.

La sindrome di Budapest: l’algoritmo del disastro

Iniziamo dal nostro “modello” preferito: l’Ungheria di Viktor Orbán. Mentre a Bruxelles si discuteva di stato di diritto, a Budapest si metteva in scena il “delitto economico perfetto”. La ricetta è di una semplicità disarmante, quasi geniale nella sua perversione.

Tutto inizia con un aumento dei prezzi (le bollette, i cereali, la realtà). La risposta sovranista? Sussidi a pioggia. Perché risolvere il problema strutturale quando puoi regalare soldi che non hai? Ma i soldi, si sa, hanno il brutto vizio di pesare sui bilanci. Il debito sale, i mercati si innervosiscono e il Fiorino ungherese inizia una discesa libera che farebbe invidia a un sciatore.

Qui scatta il capolavoro: la svalutazione della moneta importa inflazione (perché sì, le materie prime si pagano in dollari o euro, non in “orgoglio nazionale”). Per fermare l’inflazione, il governo decide di calmierare i prezzi per decreto. Risultato? Le aziende soffrono, la produzione si ferma, la crescita sparisce e ci si ritrova nel magico mondo della stagflazione. Un mix di prezzi alle stelle e crescita sotto zero che è, a tutti gli effetti, l’equivalente economico di tentare di accendere un fuoco facendo la danza della pioggia.

Trump 2.0: L’America e il debito “bellissimo”

Se l’Ungheria è il laboratorio, l’America di Trump nel 2025 è stata la produzione su larga scala. Qui il sovranismo si veste da “Deal”. L’idea è semplice: mettiamo i dazi così gli altri pagano e noi diventiamo ricchi.

Analiticamente parlando, è stato un trionfo della post-verità. I dazi sono stati pagati principalmente dagli importatori americani, non dai cinesi o dagli europei. Per compensare il salasso, si è passati all’espansione fiscale “monstre”: tagli alle tasse finanziati con un debito che ha fatto tremare i polsi persino ai veterani di Wall Street. Il dollaro, un tempo porto sicuro, ha iniziato a mostrare crepe sotto il peso di un deficit fuori controllo. Quando la superpotenza gioca a fare il piccolo chimico con le barriere doganali, non “riporta il lavoro a casa”; esporta semplicemente instabilità, alzando il costo della vita per quegli stessi americani che avevano creduto alla favola. Poveri loro…

Il “genio” italico: spendere soldi che non esistono

Ma veniamo a noi. Perché in Italia abbiamo una variante locale del sovranismo particolarmente creativa: quella dello “sforamento allegro”. C’è una narrazione, tra certi scranni parlamentari, secondo cui il deficit sarebbe un numero astratto, un dispetto che facciamo a qualche grigio burocrate di Bruxelles.

“Dobbiamo fare debito per crescere!”, gridano. Ignorando che l’Italia non è un foglio bianco, ma un tomo di 2.800 e fischia miliardi di euro di debito pregresso.

Il bancomat dello spread

Ogni volta che un sovranista nostrano accenna all’idea di ignorare i vincoli europei, succede una cosa magica: il mercato, quel “mostro” cattivo composto da risparmiatori, fondi pensione e banche (anche italiane, sia chiaro), chiede un premio per il rischio. Lo chiamiamo Spread.

Ecco la parte analitica che i sovranisti dimenticano di inserire nei loro post sui social: l’Italia spende già circa 80-90 miliardi di euro l’anno solo di interessi sul debito. È una cifra mostruosa. È come se ogni anno bruciassimo tre o quattro manovre finanziarie intere solo per dire “grazie” a chi ci ha prestato i soldi.

Quando peggioriamo i conti per finanziare mance elettorali, il tasso d’interesse sui nostri BTP sale. Un aumento dello 1% (cento miseri punti base) si traduce in miliardi di euro di interessi extra nel tempo. Soldi sottratti direttamente a:

  • Sanità pubblica (quella dove mancano i medici).
  • Istruzione (quella dove cadono i soffitti).
  • Infrastrutture (quelle che crollano).

Il sovranismo di casa nostra non è “difesa degli italiani”. È un trasferimento di ricchezza dai servizi pubblici alle tasche dei grandi creditori internazionali. È il paradosso estremo: gridano “sovranità” mentre consegnano il guinzaglio della nostra economia ai mercati globali, rendendoci più fragili, più ricattabili e più poveri.

Conclusione: il naufragio della solitudine

La lezione che ci arriva da Budapest, da Washington e dalle cronache dei nostri mercati è una soltanto: l’economia non risponde ai comandi della propaganda. Non si può decretare la prosperità così come non si può ordinare alle maree di fermarsi.

Il sovranismo, in ultima analisi, non è una strategia politica, ma un errore di prospettiva. Vende l’idea che isolarsi significhi proteggersi, che alzare i toni contro Bruxelles equivalga a farsi rispettare, e che il debito sia un problema di qualcun altro. La realtà è che in un mondo interconnesso, chi si chiude in casa non diventa più forte; diventa solo un bersaglio più facile per la speculazione e l’instabilità.

Il sovranismo vende l’illusione di poter fermare le onde del mercato con un decreto. Ma come dimostra il caso ungherese, l’unico risultato è che l’acqua sale più velocemente, fino a sommergere proprio chi si voleva proteggere.

Per l’Italia, e per l’Europa intera, la vera sfida non è recuperare una sovranità di facciata fatta di monete svalutate e confini col filo spinato. La vera sovranità è la capacità di abitare il futuro con i conti in ordine, una moneta solida e una voce che conti nel coro globale. Tutto il resto è solo un modo molto costoso, e terribilmente efficace, per affogare con la bandiera in mano.