Il decennio del freno tirato: la Brexit tra le illusioni di Londra e i comizi di Roma

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Yuri Brioschi
24/06/2026
Frontiere

Esattamente dieci anni fa, il 23 giugno 2016, il Regno Unito decideva di regalarsi la più imponente e costosa crisi di mezza età della storia geopolitica moderna.

Il 51,89% dei sudditi di Sua Maestà votava per abbandonare l’Unione Europea, convinto da un bizzarro cartello elettorale che prometteva mari, monti e, soprattutto, un fantomatico ritorno alla sovranità imperiale.
A un decennio di distanza da quella notte che cambiò la storia del continente, il bilancio macroeconomico ci restituisce una realtà che ha ferocemente smentito i profeti di sventura tanto quanto i venditori di fumo.

La Brexit non ha prodotto l’apocalisse immediata evocata dai sostenitori del Remain, ma non ha nemmeno inaugurato la “Global Britain” promessa dai paladini del Leave.
Ha fatto qualcosa di molto più noioso e logorante: ha condannato un gigante industriale a un lento, silenzioso e strutturale declino.

Un declino che oggi, ironia della sorte, si consuma mentre Downing Street assiste all’ennesimo trasloco, con le dimissioni lampo del leader laburista Keir Starmer a confermare che lo strappo con Bruxelles è un tritacarne politico democratico, capace di digerire conservatori e progressisti con lo stesso identico appetito.

Il prezzo del “growth gap”: come coltivare un’economia bonsai


Per comprendere l’impatto reale della Brexit non bisogna cercare il collasso spettacolare, ma calcolare il costo-opportunità.

Gli indicatori macroeconomici consolidati a metà 2026 tracciano il profilo di un “growth gap” – un divario di crescita – che è ormai diventato una tassa permanente sul futuro del Paese.
L’economia britannica è oggi più piccola di una percentuale compresa tra il 4% e il 5% rispetto a quello che sarebbe stato il suo percorso naturale all’interno del mercato unico.

Tradotto in sterline sonanti, significa che ogni anno mancano all’appello circa 40 miliardi di entrate fiscali.
Risorse che, nei sogni bagnati della campagna elettorale del 2016, dovevano essere destinate a un Sistema Sanitario Nazionale (NHS) che invece oggi versa in uno stato di coma farmacologico, soffocato dalle liste d’attesa e dalla carenza di personale.

Questo rallentamento non è figlio della sfortuna, ma di scelte precise.
Il primo canale di trasmissione del disastro è stato l’abbattimento degli investimenti privati, crollati di quasi il 15% rispetto ai trend storici pre-referendum.
Le aziende non investono in un Paese che per dieci anni ha ballato il valzer dell’incertezza normativa, cambiando ben sette Primi Ministri in un decennio.

Il secondo canale è l’introduzione delle barriere non tariffarie. Il Trade and Cooperation Agreement ha evitato i dazi, ma ha introdotto un tale groviglio di controlli doganali, regole d’origine e adempimenti IVA da produrre un effetto asimmetrico devastante: se le multinazionali hanno le spalle abbastanza larghe per pagare legioni di consulenti, si stima che circa ventimila piccole e medie imprese britanniche abbiano semplicemente smesso di esportare verso l’Europa, rinunciando al loro mercato naturale per disperazione burocratica.
Il tutto mentre la sterlina, strutturalmente indebolita, continua ad agire come un moltiplicatore dell’inflazione importata, erodendo i salari reali dei consumatori molto più velocemente di quanto avvenga sul continente.

Il paradosso della City: un’isola globale in un Paese che si restringe


Se l’economia reale piange, c’è un pezzetto di Regno Unito che continua a ridere, o quantomeno a non disperarsi. §
È il paradosso della City di Londra, lo Square Mile che nel 2016 votò compatto per restare nell’Unione e che oggi si ritrova a essere l’unico vero ammortizzatore che impedisce al PIL nazionale di sprofondare.

La City ha perso il passaporto europeo, è vero. Ha dovuto subire una dolorosa operazione di chirurgia finanziaria che ha visto il trasferimento coatto di circa 1.200 miliardi di euro di asset bancari verso il continente.

Ma questa emorragia non ha creato un nuovo re della finanza europea; ha invece frammentato la mappa del continente.
Dublino e il Lussemburgo si sono spartiti i fondi d’investimento, Francoforte ha fatto incetta di tesorerie bancarie e Parigi ha strappato a Londra lo scettro di prima borsa europea per capitalizzazione, complice la fuga di storiche multinazionali che preferiscono quotarsi ovunque tranne che sul listino londinese.

Eppure, Londra resta un gigante insostituibile per un motivo molto semplice: il suo core business non guarda all’Europa, ma al resto del mondo.
La City gestisce ancora oggi quasi il 38% dei volumi globali del mercato dei cambi e dei derivati, una quota che doppia New York e triplica l’intera Eurozona messa insieme.

L’inerzia storica del diritto societario inglese, la densità unica del suo ecosistema di servizi legali e assicurativi – basti pensare ai Lloyd’s – e il vantaggio della lingua hanno creato una barriera difensiva che Bruxelles non è riuscita a scalfire.
Qui risiede la più grande ironia sociale della Brexit: il recesso è stato voluto e votato dalle periferie industriali e rurali depresse per “riprendere il controllo” contro le élite globaliste.

Dieci anni dopo, il tessuto manifatturiero di quelle periferie è in ginocchio, mentre l’unica cosa che tiene in piedi la baracca è proprio la finanza iper-globalizzata di Londra.

Il festival del provincialismo: la Brexit vista dal cortile italiano


Ma se la gestione britannica della Brexit oscilla tra la tragedia e la farsa, è quando lo sguardo si sposta sul dibattito politico italiano che la vicenda si trasforma in una commedia dell’arte pura, un carnevale di capriole retoriche e amnesie collettive che merita una menzione d’onore.

Nel 2016, i nostri campioni del sovranismo nostrano salutarono il voto di Londra come l’alba di una nuova era.
Ricorderete le felpe, i tweet infuocati, i post in cui si spiegava che l’uscita della Gran Bretagna era il glorioso preludio alla dissoluzione dell’Eurozona e che l’Italia avrebbe dovuto fare lo stesso, liberandosi dalle “gabbie di Bruxelles”.
Matteo Salvini e i primi ideologi della destra dura indicavano il canale della Manica come la via della libertà.

Dieci anni dopo, quegli stessi leader siedono comodamente nelle stanze del governo romano.
E cosa è rimasto di quella foga incendiaria?
Nulla, evaporata.
Di fronte ai dati reali del disastro britannico e, soprattutto, di fronte allo spauracchio del BTP-Bund spread che monitora ogni loro respiro, i nostri sovranisti hanno scoperto il fascino discreto del pragmatismo europeo.

L’idea di “Italexit” è stata frettolosamente sepolta in qualche scantinato di partito. Oggi la parola d’ordine è “cambiare l’Europa dall’interno”, una formula magica che permette di fare i pesi massimi nei comizi contro le auto elettriche o le direttive sulle case green, mentre con l’altra mano si firmano i bilanci europei e si implora la flessibilità sui vincoli di bilancio.

La Brexit, da faro ideale, è diventata un fastidioso scheletro nell’armadio, un monito vivente di ciò che accade quando si applicano gli slogan dei social media all’economia reale.

Dall’altro lato della barricata, lo spettacolo del centrosinistra non è meno esilarante.
Per il Partito Democratico e i suoi alleati, il decennio di passione del Regno Unito è diventato una specie di coperta di Linus retorica. Non c’è dibattito parlamentare o talk show in cui, a corto di argomenti, non si agiti lo spauracchio di Londra.
“Volete fare la fine del Regno Unito?”, è il mantra prediletto per silenziare qualsiasi critica, anche legittima, alle storture della macchina comunitaria. La Brexit è stata santificata dall’opposizione come la prova teologica che fuori dalla rigidità di Bruxelles c’è solo il pianto e lo stridore di denti, dimenticando che persino il Movimento 5 Stelle – oggi saldamente ancorato alla difesa dei fondi europei del Next Generation EU – dieci anni fa guardava con occhi languidi alle velleità anti-sistema dei cugini inglesi.

Il risultato finale è un capolavoro di provincialismo speculare.
La complessa realtà macroeconomica di una nazione che sta faticosamente rinegoziando il proprio posto nel mondo viene completamente ignorata dal dibattito pubblico italiano. Nessuno che analizzi i flussi migratori o la produttività oraria; molto meglio ridurre un decennio di storia britannica a un banale set di slogan preconfezionati, pronti per essere lanciati in faccia all’avversario politico di turno durante la prossima rissa televisiva.

La Brexit, in fondo, ci lascia questa grande lezione: cambiare l’assetto geopolitico di un continente è un’operazione maledettamente complessa, ma utilizzarla per fare propaganda da cortile è una specialità tutta italiana.