Il debito comune per l’Ucraina: la scelta giusta nel modo sbagliato
Partiamo dai fatti. Il 18 dicembre 2025, al Consiglio europeo, l’UE ha deciso di garantire all’Ucraina per i prossimi due anni un prestito fino a 90 miliardi di euro, raccolto sui mercati con indebitamento comune e sostenuto dal bilancio dell’Unione.
L’Ucraina dovrà rimborsarlo solo se, un giorno, la Russia pagherà riparazioni; nel frattempo i beni russi restano immobilizzati e l’UE si riserva la possibilità di usare i saldi di cassa collegati a quegli asset per finanziare o rimborsare il prestito.
Qui sta la prima nota positiva, brutale nella sua semplicità: l’obiettivo era (ed è) impedire che l’eroica difesa ucraina venga soffocata dalla cassa proprio mentre il sostegno americano si è fatto più intermittente e politicamente più costoso.
Il prestito europeo compra tempo e prevedibilità: due risorse militari prima ancora che contabili.
Non è “solidarietà” in senso sentimentale: è autoprotezione, perché un’Ucraina in ginocchio renderebbe il continente più povero e più insicuro.
La seconda nota positiva porta un nome che, negli ultimi anni, l’Europa ha pronunciato spesso con irritazione e raramente con gratitudine: Germania.
Il governo Merz spingeva per un impiego più diretto degli asset russi immobilizzati; di fronte allo stallo e ai rischi concentrati soprattutto sul Belgio, Berlino ha accettato il piano del debito comune.
Quando la storia chiede responsabilità, la Germania c’è, dimostrando peraltro di essersi depurata (almeno in parte) dall’inquinamento russo che l’ha condizionata negli ultimi decenni.
Eppure, dentro questa svolta di Bruxelles, ci sono tre note negative. E sono enormi.
La prima: la politica europea ha preferito far pagare la difesa dell’Ucraina alle prossime generazioni, non ai responsabili della guerra.
È vero: il debito comune è un passo verso l’Europa politica. Ma è anche un modo elegante di rinviare il nodo vero: far pagare il regime mafioso di Mosca, qui e ora, con la ricchezza che abbiamo già messo sotto chiave.
Per capire perché questo rinvio pesa, serve un inciso non tecnico.
Le “riserve russe congelate” sono soprattutto attività della banca centrale russa che erano state investite in strumenti finanziari in Occidente prima del 2022.
Nell’UE si parla di circa 210 miliardi di euro immobilizzati, con circa 185 miliardi nel circuito di Euroclear a Bruxelles, il grande snodo che regola pagamenti e consegne nel mercato obbligazionario europeo.
Non è denaro “rubato”: è denaro immobilizzato.
Ma tra immobilizzare e trasformare in riparazioni c’è una decisione politica — e un impianto giuridico — che oggi, nel momento in cui sarebbe più utile, viene rimandato.
La seconda nota negativa è il messaggio al mondo. A chi mira a spartirsi l’Europa come una preda, comunichiamo che persino il denaro dell’aggressore sotto chiave fatichiamo a usarlo come leva: timori legali, ritorsioni, divisioni interne.
È l’effetto più tossico della guerra ibrida: non tanto farci cambiare idea, quanto farci dubitare della nostra capacità di agire.
La terza è la più amara perché riguarda il senso della storia. L’emissione di debito comune poteva essere un “momento Hamilton” per l’unità europea: scoprire, attraverso il rischio condiviso, che esiste un destino europeo comune.
Il modo in cui ci siamo arrivati rischia di somigliare a un “momento Chamberlain”: comprare tempo oggi, sperando che il conto vero lo paghi qualcun altro domani.
Un liberale non chiede vendetta. Chiede responsabilità.
Nelle democrazie si confiscano patrimoni mafiosi non per odio, ma per difendere la società libera, risarcire le vittime e rendere antieconomico il crimine.
Un regime predatorio funziona nello stesso modo: finché la guerra non ha costo patrimoniale, resta un’opzione razionale per chi la decide.
Lo Stato di diritto non si tutela proteggendo all’infinito la ricchezza dell’aggressore; si tutela costruendo, con rigore, la strada legale per presentargli il conto.
Insomma, il 18 dicembre 2025 l’Europa ha fatto un passo avanti.
Ora deve farne un altro: trasformare la prudenza in architettura e il diritto in deterrenza.
Mutualizzare il costo della difesa è necessario. Mutualizzare il coraggio di far pagare chi ha iniziato la guerra lo è ancora di più. Ne va della sopravvivenza dell’Europa in quanto civiltà, non solo in quanto Unione.








