Davvero in Ucraina le piazze scelgono i generali?
Nell’ultima settimana, in Ucraina, abbiamo assistito a qualcosa di quantomeno insolito per un paese moderno sotto legge marziale.
Tutto è cominciato il 15 luglio, quando il presidente Zelensky ha annunciato un imminente rimpasto di governo. Subito hanno iniziato a circolare le voci di un possibile licenziamento del ministro della difesa Mykhailo Fedorov, dopo appena sei mesi dall’inizio del suo incarico.
Chi sia Fedorov lo chiariremo tra poco: per ora basti sapere che l’umore popolare ha letto questa mossa come una vendetta di una parte dell’apparato militare, di alcuni politici-imprenditori coinvolti nelle forniture all’esercito e soprattutto dell’anziano capo di stato maggiore Oleksandr Syrsky, ai quali il ministro trentacinquenne avrebbe pestato i piedi o rovinato gli affari.
Così, a Kiev e in altri centri urbani, le piazze si sono riempite di manifestanti, senza una regia e con cartelli artigianali, che intimavano a Zelensky di ripensarci su Fedorov e, anzi, già che c’era, di rimuovere Syrsky dal comando delle forze armate.
Sono seguiti giorni di psicodramma mediatico, nei quali il presidente ha contattato e talvolta consultato in pubblico i comandanti di diversi reparti valutando (o fingendo di valutare) una via d’uscita che assecondasse al meglio le esigenze di chi sta al fronte.
Ieri sera, infine, è arrivato l’annuncio: cadrà Fedorov, promoveatur ut amoveatur, ma cadrà anche Syrsky, per lasciare spazio a un ufficiale carismatico, stimato e dall’approccio moderno come Mykhailo Drapaty.
Un colpo al cerchio e uno alla botte.
Le reazioni in Italia
Di questa incredibile vicenda, in Italia, hanno parlato in pochi (tra cui Cecilia Sala nel suo podcast).
I più si sono limitati ad approfittarne per ribadire che l’Ucraina è una vera democrazia, che la gente se vuole può sfidare il divieto di assembramento per contestare Zelensky e i generali, che ucraini e russi non sono uguali, e altre simili ovvietà che purtroppo nel nostro paese c’è ancora bisogno di ribadire.
Altri, dopo un rapido giro sui media ucraini di riferimento per l’estero come la Ukrainska Pravda e il Kyiv Independent, hanno dato alla contesa un taglio generazionale: da un lato il ministro millennial, che stava portando a una svolta nella guerra insistendo su droni e appalti trasparenti, dall’altro il militare sovietico all’antica, accusato peraltro di un gelido disinteresse se non di un’aperta complicità negli abusi sulle reclute.
Una riedizione di Diaz contro Cadorna, insomma, che ha il pregio di riportare i fatti entro uno schema familiare e comprensibile ai lettori italiani, ma forse ha anche il difetto di banalizzarli.
Fedorov e le forniture
Una cosa è certa: ben pochi, in Ucraina, credono che dietro le dimissioni imposte a Fedorov ci sia una questione di ego o di rivalità.
Gli oggetti del contendere sono concretissimi e sono quelli da cui dipende la sopravvivenza del paese aggredito: le forniture alle unità militari e la mobilitazione dei nuovi soldati.
Fedorov non era l’ultimo arrivato. Dai 28 ai 34 anni era stato ministro per la transizione digitale, ed è merito suo se lo Stato ucraino riesce ancora ad erogare servizi nonostante i bombardamenti incessanti sulle centrali e sulle infrastrutture.
Nel rivendicare i suoi risultati, si è intestato anche la creazione del sistema Delta, il primo software di comando e controllo multidominio che un esercito abbia mai avuto a disposizione.
Gli devono molto le prime campagne per acquistare e sviluppare droni nel 2022, quando ancora il conflitto era dominato da artiglieria, lanciarazzi e mortai (famosa fu “Army of Drones”, a cui partecipò tra gli altri anche l’attore protagonista di Star Wars).
Infine, è stato lui a chiamare personalmente Elon Musk nel 2022 per fornire agli ucraini i terminali Starlink, e nel 2025 per farli spegnere ai russi.
Quando poi gli è stato affidato il ministero della difesa, il suo motto è stato “La guerra come piattaforma dati”.
Di fatto, non si è limitato a procurare passivamente alle unità militari armi o componentistica: ha cercato di imporre il metodo manageriale del “miglioramento continuo”, selezionando e replicando in scala più grande ciò che dava risultati più apprezzabili.
Questo valeva per le strategie (ad esempio gli attacchi di droni in profondità per logorare l’economia russa), valeva per le attrezzature (ad esempio i robot di terra per il soccorso ai soldati, che hanno compiuto quasi 17.000 missioni solo nello scorso giugno) ma valeva, soprattutto, per le brigate al fronte: chi performava meglio, ovvero eliminava più invasori, riceveva nuovi armamenti dello stesso tipo, in un macabro ma efficace “quality circle”.
Fedorov aveva, insomma, tutte le carte in regola per stare simpatico agli occidentali e all’opinione pubblica locale più giovane, colta e urbana.
Ma di fatto, invece di essere un ministro della difesa, si era trasformato in un ministro della guerra: non stava solo assicurando all’esercito le forniture, ma gli stava imponendo obiettivi e strategie. Il tutto facendo i conti senza l’oste: la cronica carenza di uomini da inviare al fronte.
Syrsky e la mobilitazione
Carenza che, invece, era stata in cima alle preoccupazioni di Syrsky.
Un generale d’altri tempi, responsabile sul campo delle due più brillanti vittorie del 2022 (la difesa di Kiev e la controffensiva di Kharkiv), abituato a visitare il fronte per avere il polso della situazione reale, e convinto che senza un reclutamento continuo e a qualunque costo quel fronte avrebbe finito per cedere.
Chi considera Syrsky solo un relitto sovietico, infatti, si sbaglia di grosso.
Si era formato anche in accademie occidentali, adottava un modello di approvvigionamento ideato in Danimarca (con la partnership diretta tra unità militare e azienda fornitrice), e a conti fatti, in tre anni, aveva contenuto l’avanzata della seconda armata mondiale al tragitto che una Panda percorre in mezz’ora.
Di “sovietico” aveva solo la tendenza a preoccuparsi troppo poco per le perdite umane e per i favori agli amici degli amici, che però non è affatto un’esclusiva sovietica (basti pensare alla guerra americana in Vietnam).
Il punto, però, è che l’Ucraina non è né l’URSS né gli USA: ha un bacino di potenziali soldati che si sta assottigliando ogni giorno di più, e ad ogni nuovo caso di abusi sulle reclute quei pochi potenziali soldati si disamorano ancora di più e cercano espedienti per sottrarsi al servizio.
Il dilemma che Drapaty si troverà davanti non scomparirà insieme a Syrsky: o si dà carta bianca agli uffici di reclutamento, rischiando nuovi abusi, o si restringe il loro margine d’azione per non rischiare nuovi abusi. In entrambi i casi i renitenti alla leva aumenteranno.
Cos’è una piazza ucraina
Ecco perché alcune migliaia di manifestanti, che in Italia verrebbero ignorate, in Ucraina riescono a influenzare addirittura le scelte presidenziali.
Su mille manifestanti, statisticamente, qualche decina sono veterani, centinaia sono possibili reclute e tutti gli altri hanno almeno una persona cara al fronte.
Quando c’è carenza cronica di uomini, nessun civile è una persona qualunque: la reazione a una piccola piazza rappresenta la reazione alle esigenze di centinaia di migliaia di persone già sotto le armi e di altrettante centinaia di migliaia che un giorno ci finiranno.
Ogni passo falso di Zelensky può avere conseguenze esplosive e incrinare l’ordine sociale.
Essendo in vigore il segreto militare e il segreto di stato, nessuno sa se i supporter di Syrsky avessero ragione nel sostenere che l’approccio aziendale e futuristico di Fedorov avesse causato morti che erano risparmiabili, o se i supporter di Fedorov avessero ragione nel rilanciare l’accusa contro Syrsky. Sta di fatto che la società civile ha propeso per Fedorov.
E la società civile di oggi, in Ucraina, è l’esercito di domani.
Le dietrologie su Zelensky
C’è, ovviamente, chi ha sostenuto che l’ex comico si sia liberato di Fedorov perché lo riteneva un potenziale rivale.
Ma è un’ipotesi che non regge: trasformandolo in un martire, anzi, Zelensky gli ha apparecchiato su un piatto d’argento una futura carriera politica.
C’è, quindi, chi suppone l’esatto opposto: l’operazione serviva per investire un delfino, un successore che dopo l’uscita di scena di Zelensky goda di enorme popolarità (oltreché dell’amicizia personale dei CEO di Palantir e di SpaceX).
Fedorov sarebbe stato, quindi, rimosso dall’incarico appena in tempo per non scontare l’inevitabile responsabilità sulla mobilitazione che va sempre peggio, cogliendo nel frattempo l’occasione per colpire Syrsky con la scusa del furore popolare.
In fin dei conti, quando Zelensky vuole fare una mossa controversa deve sempre agire con la massima cautela e, se possibile, delegarne la responsabilità.
Ma ormai non ha più capri espiatori, come quel suo braccio destro Andriy Yermak che aveva sacrificato un anno fa in omaggio alla lotta contro la corruzione. E al contempo non ha più conigli nel cilindro da tirare fuori per migliorare la propria immagine, come aveva fatto con lo stesso Fedorov sei mesi fa.
Prendere di petto Syrsky sarebbe stato complicato per lui. Dopo questi convulsi sei giorni, invece, lo è stato molto meno.








