Dal telefono rosso a Truth Social

Donatello D'Andrea
13/04/2026
Poteri

Quando Donald Trump minaccia di radere al suolo l’Iran e di distruggerne “la civiltà”, fissa una scadenza per un possibile intervento militare e poi, a poche ore dalla deadline, annuncia una tregua temporanea, molti osservatori leggono quella sequenza come una contraddizione o come il segno di una leadership imprevedibile. In realtà il punto è un altro.

Quella sequenza non è un incidente comunicativo, ma una architettura narrativa deliberata. Minaccia, costruzione della tensione e successiva tregua fanno parte di una strategia che opera su due piani: la negoziazione internazionale e la percezione pubblica della leadership. È in questo spazio che si colloca ciò che ho definito diplomazia performativa, una modalità di conduzione delle relazioni internazionali in cui la dimensione simbolica, narrativa e mediatica della politica estera diventa parte integrante dell’esercizio del potere.

La diplomazia performativa non sostituisce la diplomazia tradizionale, ma la trasforma. Le decisioni strategiche continuano a nascere nei rapporti di forza tra Stati, mentre la loro rappresentazione pubblica diventa parte della negoziazione stessa. La crisi, in altre parole, non viene soltanto gestita: viene messa in scena.

Comprendere questa trasformazione significa osservare insieme tre livelli: la dimensione comunicativa della crisi, la genealogia diplomatica delle tecniche di pressione strategica e la loro evoluzione nell’ecosistema mediatico contemporaneo.

Performer e palco: Trump e l’Iran

La gestione comunicativa della crisi con l’Iran offre un esempio particolarmente chiaro del funzionamento della diplomazia performativa. L’azione politica si articola infatti secondo una sequenza narrativa riconoscibile che può essere ricostruita attraverso quattro passaggi fondamentali:

  • minaccia pubblica
  • amplificazione mediatica
  • costruzione della tensione
  • concessione della tregua

Questa sequenza non rappresenta semplicemente una modalità di comunicazione della decisione politica. È, più propriamente, una tecnica di gestione dell’attenzione collettiva. Il leader produce deliberatamente un picco emotivo nella sfera pubblica globale per poi monopolizzare il momento del sollievo, occupando simultaneamente due posizioni discorsive: quella di colui che rende credibile il pericolo e quella di colui che lo neutralizza.

Una metafora illuminante per comprendere questo meccanismo proviene dalla psicologia dello sviluppo. Nel celebre Still Face experiment condotto da Edward Tronick nel 1978, un genitore interrompe improvvisamente l’interazione emotiva con il proprio bambino mantenendo un volto completamente inespressivo. Il bambino reagisce con crescente ansia, cercando di ristabilire il contatto. Quando il genitore torna a sorridere, il sollievo emotivo è immediato. La sequenza tensione–rilascio diventa così un potente dispositivo relazionale.

Nella diplomazia performativa accade qualcosa di analogo. Il leader costruisce deliberatamente il picco emotivo della crisi attraverso una minaccia pubblica amplificata dal sistema mediatico globale e successivamente monopolizza la fase di de-escalation, presentandosi come l’attore capace di evitare la catastrofe evocata. La crisi diventa quindi un dispositivo comunicativo, una sequenza narrativa progettata per produrre un determinato effetto percettivo nell’opinione pubblica.

Questa dinamica può essere letta anche attraverso la lente della sociologia dell’interazione sviluppata da Erving Goffman. Secondo Goffman, la vita sociale è organizzata come una rappresentazione teatrale in cui gli attori costruiscono continuamente la propria identità pubblica attraverso performance situate. La leadership politica contemporanea opera sempre più all’interno di questo schema: il leader non gestisce soltanto il potere, ma interpreta un ruolo sulla scena pubblica, costruendo attraverso gesti simbolici, dichiarazioni e immagini una rappresentazione della propria capacità di controllo degli eventi.

La diplomazia performativa nasce esattamente in questo spazio di intersezione tra potere politico e performance comunicativa. La minaccia pubblica diventa un atto scenico capace di produrre attenzione globale; la tregua successiva diventa il momento narrativo in cui il leader riappropria simbolicamente la capacità di governare la crisi.

La centralità del linguaggio

Dal punto di vista meramente linguistico, questo processo può essere interpretato attraverso le categorie analitiche sviluppate dalla politolinguistica critica. Il linguaggio politico non si limita a descrivere la realtà, ma svolge una funzione performativa e costitutiva, contribuendo a produrre la realtà politica attraverso l’uso strategico del discorso. In questo quadro assumono particolare rilievo i topoi argomentativi, ossia le strutture narrative ricorrenti che consentono di costruire interpretazioni condivise degli eventi. 

La crisi iraniana mobilita in modo evidente il topos della minaccia e il topos della protezione, combinandoli all’interno di una stessa architettura discorsiva. Il leader costruisce lo scenario del pericolo imminente attraverso una retorica fortemente drammatizzata, fatta di continui richiami alla distruzione possibile, alla catastrofe imminente e a “sorprese” capaci di cambiare radicalmente l’andamento della crisi. In questo modo la minaccia non è soltanto dichiarata, ma performata pubblicamente, alimentando l’idea che l’escalation possa precipitare in qualsiasi momento in uno scenario apocalittico.

È proprio su questo sfondo che diventa possibile attivare il secondo registro narrativo, quello della protezione. Dopo aver amplificato la percezione del rischio, il leader introduce la tregua o la sospensione dell’azione militare, presentandosi come l’attore capace di interrompere l’escalation. La leadership si afferma così attraverso una duplice strategia discorsiva: prima la drammatizzazione della crisi, poi la riappropriazione della capacità di controllo.

La diplomazia conflittuale della Guerra Fredda

Per comprendere la logica della diplomazia performativa contemporanea è utile tornare a una delle elaborazioni teoriche più influenti della strategia nucleare del Novecento: la teoria della brinkmanship sviluppata da Thomas Schelling.

Nel suo celebre The Strategy of Conflict (1960), Schelling definisce la brinkmanship non come una semplice minaccia di distruzione reciproca, ma come la manipolazione deliberata di un rischio condiviso. La forza della minaccia non deriva tanto dalla volontà di scatenare la catastrofe, quanto dalla capacità di generare una situazione in cui quella catastrofe potrebbe verificarsi anche senza una decisione esplicita dei contendenti. È ciò che Schelling descrive con una formula diventata celebre: “the threat that leaves something to chance”, la minaccia che lascia qualcosa al caso.

La logica della brinkmanship consiste nel portare progressivamente una crisi verso una zona di crescente instabilità strategica. Schelling la descrive con un’immagine efficace: il baratro della guerra non è un bordo netto, ma un pendio scivoloso. Più i contendenti avanzano lungo quel pendio, più aumenta la probabilità che uno scivolamento accidentale li trascini entrambi nella catastrofe.

Proprio questa perdita parziale di controllo diventa lo strumento negoziale. Una minaccia di distruzione totale sarebbe poco credibile perché intrinsecamente irrazionale; la brinkmanship aggira questo problema aumentando progressivamente il rischio di una catastrofe che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare.

La dinamica è spesso modellata nella teoria dei giochi attraverso il Chicken Game: due automobili corrono l’una contro l’altra e perde chi sterza per primo, ma se nessuno sterza la collisione è inevitabile. In certe situazioni può risultare persino razionale dimostrare una minore capacità di controllo, costringendo l’avversario a fermarsi.

L’esempio storico più emblematico resta la crisi dei missili di Cuba del 1962, quando Stati Uniti e Unione Sovietica portarono il rischio di escalation nucleare a un livello tale da rendere l’incertezza stessa il principale fattore di pressione diplomatica.

La diplomazia conflittuale della Guerra Fredda si muoveva dunque lungo questa linea sottile tra pressione strategica e controllo dell’escalation. Tuttavia queste dinamiche si sviluppavano prevalentemente nei canali riservati della diplomazia, lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica globale.

Nell’era della diplomazia performativa, quella stessa logica non scompare, ma cambia palcoscenico: la manipolazione del rischio non avviene più soltanto tra i decisori, ma viene esposta e amplificata nello spazio pubblico globale, diventando parte della comunicazione politica della crisi.

Dal telefono rosso a Truth Social

La diplomazia performativa nasce dalla trasformazione dell’equilibrio che aveva caratterizzato la diplomazia della Guerra Fredda. Le tecniche negoziali descritte da Thomas Schelling non sono scomparse, ma si sono adattate a un ambiente comunicativo radicalmente diverso.

Nell’ecosistema mediatico contemporaneo, segnato dalla circolazione permanente delle informazioni e dalla centralità dei social network, la crisi internazionale diventa anche una risorsa narrativa. I leader non comunicano più soltanto con i propri interlocutori diplomatici, ma con una pluralità di pubblici – opinione pubblica nazionale, alleati, media globali e mercati finanziari – trasformando la diplomazia anche in costruzione pubblica del significato della crisi.

Questa analisi non intende discutere l’efficacia o l’opportunità di tali pratiche, ma osservare come la crisi venga oggi comunicata e resa politicamente intelligibile nello spazio pubblico globale.

In questo contesto la politica estera assume sempre più i tratti di una performance comunicativa multilivello. La minaccia pubblica non serve soltanto a influenzare l’avversario, ma contribuisce a definire il frame interpretativo attraverso cui l’opinione pubblica percepisce l’evento. Il leader diventa così non solo un attore strategico, ma anche un imprenditore di narrazioni politiche capace di orientare il ciclo mediatico e occupare lo spazio simbolico della crisi.

Dal punto di vista polito-linguistico, questo processo riflette una trasformazione delle strategie discorsive del potere. Attraverso l’uso di topoi, metafore e strutture narrative ricorrenti, il linguaggio politico costruisce frame cognitivi che orientano la percezione collettiva degli eventi.

La logica resta quella individuata da Schelling: la manipolazione del rischio come strumento di pressione strategica. Ciò che cambia è il palcoscenico. Se durante la Guerra Fredda la gestione delle crisi avveniva nei canali riservati della diplomazia, oggi si svolge sempre più nello spazio pubblico della comunicazione globale. È in questo slittamento che si coglie una delle trasformazioni più profonde della politica internazionale contemporanea: il passaggio dal telefono rosso a Truth Social.