Da New York a Gaza, il monito dell’irrilevanza europea

Francesco Emanuele Celentano
28/11/2025
Poteri

L’approvazione, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, della nuova risoluzione su Gaza segna un cambio di passo nella diplomazia internazionale dopo due anni di stallo. Non è un testo risolutivo, ma rappresenta comunque un momento politico: gli Stati Uniti tornano a guidare il processo, i Paesi arabi ottengono riferimenti all’autodeterminazione palestinese, Cina e Russia non esercitano il veto e permettono che il compromesso passi. L’Europa, invece, resta ai margini. La crisi di Gaza – come già quella ucraina – mette a nudo la difficoltà dell’Unione nel produrre una visione autonoma e tradurre il proprio peso economico in influenza. Pur con la Francia seduta al Consiglio di Sicurezza, l’UE non è riuscita a imprimere una direzione al negoziato né a proporsi come attore credibile. Da New York arriva così un messaggio chiaro ai Ventisette: senza iniziativa e leadership, l’Unione resta mera spettatrice.

Il nuovo voto dell’ONU su Gaza

Il 18 novembre il Consiglio di Sicurezza ha approvato, con 13 voti favorevoli e le sole astensioni di Cina e Russia, la risoluzione che accoglie il piano di pace promosso da Donald Trump. Un compromesso costruito su equilibri delicati: gli Stati arabi ottengono un riferimento, pur vago, all’autodeterminazione palestinese; gli Stati Uniti assumono la regia politica e operativa del processo; gli astenuti scelgono di non bloccare una tregua fragile ma necessaria.

La risoluzione prevede una forza internazionale di stabilizzazione, un graduale ritiro israeliano, la ripresa degli aiuti e un percorso condizionato di riforme per la futura governance palestinese. Centrale è la creazione del Board of Peace, presieduto da Trump e dotato di personalità giuridica internazionale: un organismo transitorio che avrà competenze ampie – dalla gestione amministrativa alla sicurezza, fino alla supervisione della ricostruzione. Una struttura inedita, che concentra poteri significativi fuori dai tradizionali meccanismi multilaterali.

Ancora più rilevante, nel quadro della marginalità europea, è la scelta di affidare gli aspetti finanziari alle istituzioni economiche globali. La ricostruzione e i flussi di assistenza saranno infatti coordinati da un trust fund della Banca Mondiale e da organismi internazionali terzi. Diversamente dal caso ucraino, dove l’UE è stata chiamata a mobilitare risorse immediate e ingenti, nel dossier Gaza Bruxelles non viene neppure considerata un attore chiave sul piano economico. Un segnale chiaro su come la comunità internazionale distribuisca oggi responsabilità e ruoli.

L’Unione assente

Nel percorso che ha portato alla risoluzione, la voce europea è rimasta debole. Non ha orientato il testo né avanzato proposte capaci di influenzare la mediazione. Nemmeno la presenza della Francia in Consiglio di Sicurezza è bastata a dare all’UE un ruolo riconoscibile o a compensare l’assenza di una strategia comune.

Sul piano operativo, la distanza appare ancora più netta: l’UE non ha guidato iniziative sugli aiuti, non ha proposto meccanismi per proteggere i civili né esercitato pressioni significative sul rispetto del diritto umanitario. A fronte delle migliaia di vittime palestinesi, non ha elaborato misure proporzionate né diplomatiche né economiche. E, nel campo delle sanzioni, la disparità rispetto alla rapidità mostrata verso Mosca è evidente.

Gaza diventa così un caso emblematico. Dopo l’Ucraina, dove l’Unione ha investito molto ma senza una linea diplomatica autonoma, anche il Medio Oriente conferma che l’UE fatica a incidere sugli equilibri globali. Non media, né guida, né garantisce. Rimane un attore laterale.

La responsabilità politica

Le cause sono note: divisioni interne, vincoli decisionali, strumenti limitati. Ma oggi il limite principale sembra essere la leadership. Ursula von der Leyen appare più concentrata sulla gestione della propria continuità politica che sulla definizione di una strategia internazionale capace di restituire all’Unione un ruolo distinto. La Commissione ha seguito in modo riflesso la linea statunitense, mentre i Ventisette hanno evitato qualsiasi scelta con un costo politico interno, rinunciando nei fatti a ogni azione comune.

Da New York arriva però un monito inequivocabile: la diplomazia globale premia chi agisce, non chi osserva. L’ONU, pur tra ambiguità, è riuscita a sbloccare un processo fermo da mesi e il rischio, ormai evidente, è che il mondo avanzi verso un nuovo ordine mentre l’Europa, semplicemente, non c’è più.


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