La cultura italiana non è una fortezza ma un porto

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Riccardo Lo Monaco
13/07/2026
Radici

C’è un’affermazione che, negli ultimi anni – e ancor di più nelle ultime settimane – è diventata uno degli slogan più efficaci della retorica sovranista: “I migranti minacciano la nostra cultura”.
È una frase semplice, immediata, capace di suscitare paura prima ancora che riflessione. Come tutti gli slogan efficaci, vive della propria apparente evidenza: esiste una “nostra” cultura, definita, omogenea, immutabile, e qualcuno che arriva da fuori rischia di contaminarla.

Il problema è che questa affermazione non resiste a un’analisi storico-antropologica seria.
Non perché l’immigrazione non ponga problemi concreti – sarebbe ingenuo negarlo –, ma perché la cultura italiana, semplicemente, non è mai esistita nella forma immobile e “pura” che certa propaganda immagina.

Se c’è una caratteristica che attraversa tremila anni di storia della penisola italiana è proprio l’opposto: la continua contaminazione. L’Italia è diventata ciò che è grazie agli incontri, agli scambi, alle invasioni, alle dominazioni, ai commerci, alle traduzioni, ai pellegrinaggi, alle migrazioni. La sua identità non nasce dalla chiusura, ma dall’apertura.

L’Italia non è quasi mai stata una sola Italia


Prima ancora di parlare di cultura italiana bisognerebbe porsi una domanda: esiste davvero una sola cultura italiana?

Quando nel 1861 nasce il Regno d’Italia, solo una piccola minoranza della popolazione parla l’italiano. La quasi totalità comunica attraverso decine di lingue e centinaia di varianti dialettali. Sardi, piemontesi, siciliani, friulani, veneti, napoletani, liguri, calabresi vivono universi culturali profondamente diversi.

Lo storico Massimo D’Azeglio sintetizzò questa realtà con una frase diventata celebre: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Non era una battuta. Era la constatazione che gli italiani come comunità culturale unitaria ancora non esistevano. Esistevano invece molte Italie. L’Italia longobarda, l’Italia bizantina, l’Italia normanna, l’Italia aragonese, l’Italia sabauda, l’Italia veneziana, l’Italia pontificia, l’Italia borbonica.

Perfino oggi, parlare di “identità italiana” al singolare significa semplificare una realtà infinitamente più ricca.

Lo spauracchio della “società meticcia”


Tra le parole d’ordine che ultimamente hanno conquistato il lessico di una destra che vilipende anche il termine “futurista”, ce n’è una particolarmente rivelatrice: “società meticcia”.
L’espressione viene pronunciata con un’intenzione chiaramente negativa, come se descrivesse una deriva da arrestare, un processo di dissoluzione dell’identità nazionale, quasi una malattia della modernità. Ma poche formule risultano tanto lontane dalla realtà storica dell’Italia.

Perché se esiste un popolo europeo che, nel corso dei millenni, si è formato attraverso continue mescolanze, quello è proprio il popolo italiano. Parlare oggi di “meticciato” come di un pericolo significa ignorare tremila anni di storia. La penisola italiana non è mai stata una terra isolata né tantomeno una comunità etnicamente omogenea. È stata, fin dall’antichità, il principale crocevia del Mediterraneo, il luogo in cui popoli, lingue, religioni e culture si sono incontrati, scontrati e infine fusi.

Alla formazione dell’Italia hanno contribuito Etruschi, Greci, Fenici, Celti, Liguri, Veneti antichi, Italici e Romani. Successivamente sono arrivati Goti, Longobardi, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Francesi, Austriaci. Ognuno ha lasciato tracce profonde nel patrimonio linguistico, nelle tradizioni popolari, nell’architettura, nella cucina, nel diritto, nella musica e perfino nel patrimonio genetico delle popolazioni della penisola.

La ricerca storica, archeologica e genetica racconta infatti una storia diametralmente opposta rispetto alla retorica della purezza.

Gli italiani sono tra i popoli europei con la maggiore variabilità genetica, proprio perché la loro storia è quella di una penisola aperta ai commerci, alle migrazioni, alle conquiste e agli scambi. Non esiste un “genoma italiano”, così come non è mai esistita una “razza italiana”. Esiste una comunità costruita nel tempo da continui apporti esterni, rielaborati e trasformati fino a diventare parte integrante della nostra identità.

Per questo motivo, agitare oggi lo spettro della “società meticcia” non significa difendere la cultura italiana, ma negarne le fondamenta. È un curioso paradosso: chi sostiene di voler proteggere l’identità nazionale finisce per raccontare un’Italia che non è mai esistita. Un’Italia immobile, pura, impermeabile alle influenze esterne. Un’invenzione ideologica, non una realtà storica.

La verità è esattamente opposta. L’Italia è diventata Italia proprio perché è stata meticcia. Non nonostante le contaminazioni, ma grazie ad esse.
La nostra identità non è il prodotto della chiusura, bensì della capacità di assorbire, reinterpretare e trasformare culture diverse in qualcosa di nuovo e originale. Se c’è una lezione che la storia della penisola ci consegna è proprio questa: il meticciato non è l’eccezione della nostra vicenda nazionale, è la sua regola. E trasformarlo oggi in uno spauracchio significa rinnegare ciò che siamo stati per oltre due millenni. È difficile immaginare una contraddizione più evidente: si pretende di difendere l’identità italiana combattendo proprio il processo storico che l’ha generata.

La penisola che non ha mai smesso di essere Mediterraneo


La geografia conta. L’Italia è una lunga penisola protesa nel Mediterraneo, e per millenni il Mediterraneo non è stato un confine, ma la più grande autostrada commerciale e culturale del mondo. Greci, Fenici, Cartaginesi, Etruschi, Romani costruiscono civiltà che si intrecciano continuamente.
La Magna Grecia non rappresenta un episodio marginale della storia italiana: ne costituisce uno dei pilastri.
Crotone, Taranto, Siracusa, sono centri nei quali nascono filosofia, matematica, medicina, teatro.

Quando Roma conquista il Mediterraneo non cancella quella cultura: la assorbe. È uno dei primi grandi esempi di contaminazione culturale. Lo stesso Orazio lo riconosce con una frase straordinaria: “La Grecia conquistata conquistò il rozzo vincitore.”

Il cristianesimo nasce fuori dall’Europa


C’è poi un paradosso che spesso sfugge proprio a chi invoca le “radici cristiane”.

Il cristianesimo, che rappresenta uno dei fondamenti della cultura italiana e europea, non nasce in Europa.
Nasce in Palestina, i Vangeli vengono scritti in greco, Gesù è ebreo, gli apostoli provengono dal vicino Oriente. Le prime comunità cristiane si sviluppano in Siria, Anatolia, Egitto. Prima ancora di arrivare a Roma, il cristianesimo è già una religione profondamente mediterranea.

Difendere il cristianesimo in nome della “purezza occidentale” significa dimenticare che esso stesso costituisce il risultato di un incontro fra culture e popoli differenti.

Sant’Agostino: uno dei padri dell’Europa era africano


Un caso emblematico è quello di Sant’Agostino, uno dei più grandi filosofi della storia occidentale.

La sua riflessione attraversa tutta la cultura europea: influenza (per citare solo alcuni pensatori) Tommaso d’Aquino, Dante, Lutero, Cartesio, Pascal.
Eppure Agostino nasce a Tagaste, nell’attuale Algeria. È africano, parla latino, studia retorica, vive a Milano, diventa vescovo a Ippona. In lui convivono mondo romano, cultura africana, filosofia greca e tradizione cristiana.

Uno dei pilastri della cultura europea è dunque il frutto di un intreccio mediterraneo.

Le dominazioni straniere non hanno distrutto l’Italia: l’hanno costruita


Per oltre mille anni la penisola italiana è attraversata da dominazioni continue, ognuna delle quali lascia qualcosa.

Nel Mezzogiorno gli Arabi introducono tecniche agricole avanzate, sistemi di irrigazione, nuove coltivazioni. Arrivano agrumi, cotone, riso, melanzane, carciofi, spinaci, zucchero.

Parole oggi comunissime derivano direttamente dall’arabo. Le stesse matematiche europee devono enormemente alla trasmissione del sapere arabo, che conserva, traduce e sviluppa la filosofia greca quando gran parte dell’Europa occidentale l’aveva perduta.

Persino il Rinascimento, spesso celebrato come il momento più alto del genio italiano, è figlio della contaminazione.

La caduta di Costantinopoli porta in Italia centinaia di studiosi bizantini che arrivano con manoscritti greci ormai dimenticati in Occidente: Platone, Aristotele, Plotino e tutti i “Padri greci”.

La riscoperta dell’antichità nasce anche grazie a questi intellettuali in fuga. Senza quella migrazione, il Rinascimento sarebbe stato diverso o, forse, non sarebbe nemmeno esistito nella forma che conosciamo.

Umanesimo e Illuminismo


L’Umanesimo compie una rivoluzione. Non mette al centro la razza, non la nazione, non l’etnia. Mette al centro l’essere umano.

Pico della Mirandola scrive che l’uomo non possiede una natura fissa ma costruisce liberamente sé stesso. È una delle affermazioni più radicali della modernità.

L’identità diventa apertura, possibilità, libertà. Non chiusura.

Anche l’Illuminismo italiano dialoga continuamente fuori dai “confini nazionali”. Beccaria, Verri, Filangieri, Genovesi. Le idee attraversano i confini, la ragione diventa patrimonio comune dell’umanità. La lotta contro la tortura, l’arbitrio, la pena di morte nasce da un confronto internazionale, non dall’isolamento.

Il Risorgimento immagina cittadini, non sudditi


Anche il Risorgimento non ha un perimetro “nazionale”.

Mazzini parla di popoli fratelli; Cavour guarda alla modernizzazione europea; Garibaldi combatte perfino in Sud America.

L’idea di nazione che emerge nell’Ottocento è molto diversa da quella etnica proposta oggi dai nazionalismi identitari: è una comunità politica fondata sulla cittadinanza, non sul sangue.

Perfino ciò che crediamo “tipicamente italiano” viene da lontano


La cucina rappresenta forse l’esempio più evidente.

Il pomodoro arriva dalle Americhe, il mais anche, la patata pure. Il riso proviene dall’Asia, gli agrumi si diffondono grazie agli Arabi, le melanzane arrivano dall’Oriente; gli spinaci dalla Persia, il caffè dall’Etiopia attraverso il mondo arabo, e lo zucchero dall’India.

La pasta secca conosce una straordinaria diffusione nel Mezzogiorno anche grazie alle tecniche sviluppate nel Mediterraneo islamico.

Se togliessimo alla cucina italiana tutto ciò che proviene da altre culture, rimarrebbe ben poco di quello che oggi definiamo “tradizione”. Eppure nessuno direbbe che una pizza con il pomodoro non sia italiana perché il pomodoro non lo è.

La cultura funziona esattamente allo stesso modo: assimila, trasforma, reinventa.

La “vera identità italiana” è la capacità di trasformare


Questo è probabilmente il tratto più originale della storia italiana.

L’Italia raramente inventa tutto da zero, più spesso prende elementi diversi e li trasforma in qualcosa di nuovo. È accaduto nell’arte, nella filosofia, nella cucina, nell’architettura, nella musica, nella lingua.

Perfino la lingua italiana nasce dall’incontro tra latino, volgari regionali e influenze straniere.

I migranti minacciano davvero la cultura?


La domanda, dunque, non è se i migranti minaccino una cultura immobile, perché quella cultura immobile non è mai esistita.

La vera domanda è se una società sia capace di integrare nuovi apporti mantenendo vivi i propri valori fondamentali, e la storia italiana dimostra che lo ha fatto per secoli.

Questo non significa negare le difficoltà dell’integrazione, né sostenere che ogni fenomeno migratorio sia automaticamente positivo.

Significa distinguere tra problemi concreti — da governare con politiche efficaci, rispetto delle leggi e percorsi di inclusione — e una narrazione che attribuisce ai migranti la responsabilità di una presunta “fine della cultura italiana”. Sono due piani diversi.

Se c’è qualcosa che oggi può impoverire la cultura italiana non è il contatto con altre culture, ma la rinuncia alla curiosità, la riduzione della complessità a slogan.

È la convinzione che la storia possa essere riscritta trasformando una civiltà nata dagli incontri in una civiltà della separazione.

L’Italia è diventata grande quando ha saputo accogliere idee, persone e conoscenze, rielaborandole in modo originale. Ha prodotto Dante e Leonardo, Michelangelo e Galileo, Beccaria e Verdi non perché fosse una fortezza chiusa, ma perché era un crocevia di lingue, commerci, università, pellegrini e artisti.

Per questo l’affermazione secondo cui “i migranti minacciano la nostra cultura” non è soltanto discutibile: è storicamente una fesseria. La cultura italiana non è un reperto archeologico da conservare sotto una campana di vetro. È una tradizione viva, costruita nel tempo da una pluralità di popoli, idee e influenze.

Se esiste un’identità italiana, essa non consiste nella purezza delle origini, ma nella straordinaria capacità di trasformare l’incontro in civiltà. Ed è proprio questa, forse, la lezione più profonda che la sua storia consegna al presente.