Cronache dall’Impero del Buonsenso
Ritorno dal futuro di un mondo trapassato che qualcuno continua a propinarci
“Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…”
Le elezioni politiche del 2027 consegnarono all’Italia una maggioranza schiacciante. La coalizione nazional-popolare, nata dall’unione di sovranisti, identitari, patrioti permanenti, nostalgici a tempo pieno e liberi pensatori rigorosamente allineati, ottenne i numeri per governare senza ostacoli.
La sera della vittoria, il futuro Presidente del Consiglio rassicurò la Nazione.
«Non faremo rivoluzioni. Riporteremo soltanto il buonsenso».
L’applauso durò quasi quanto l’inno della X Mas.
Il primo Consiglio dei ministri fu sorprendentemente breve. Bastò un’unica deliberazione, approvata all’unanimità.
Nasceva il Ministero del Buonsenso.
L’obiettivo era semplice e, proprio per questo, inattaccabile: stabilire una volta per tutte cosa fosse normale e cosa non lo fosse; quali idee fossero compatibili con la civiltà italiana e quali rappresentassero, invece, una pericolosa deviazione dalla retta via.
Per evitare infiltrazioni intellettuali, il Governo precisò subito che il Ministero non sarebbe stato composto da professori, ricercatori o studiosi. Troppo inclini al dubbio, troppo affezionati ai fatti, troppo poco pratici di quella disciplina tutta moderna che consiste nell’avere un’opinione su qualsiasi argomento senza lasciarsi disturbare dalla competenza.
Il Ministro giurò sulla Costituzione, annunciando che da quel momento sarebbe stata interpretata secondo il criterio del “si è sempre fatto così”.
Il primo decreto ministeriale abolì ufficialmente la complessità.
Il secondo istituì il Registro Nazionale delle Opinioni Corrette, un elenco continuamente aggiornato di ciò che era consentito pensare senza correre il rischio di essere definiti élite.
Il terzo decreto nominò il generale Roberto Vannacci Presidente del Consiglio, Ministro della Difesa, Ministro del Buonsenso e, con una piccola modifica costituzionale approvata per acclamazione, Imperatore della Terza Repubblica Romana.
Proclamato Imperatore d’Italia dopo che il Parlamento ebbe riconosciuta la superiorità del diritto romano sul diritto costituzionale, iniziò a governare con l’autorevolezza di Cesare e la sottile eleganza dialettica di un commento medio sotto un post Facebook.
Il suo primo decreto imperiale fu accolto con entusiasmo.
L’Italia venne ufficialmente divisa non più in regioni, ma in categorie antropologiche.
Italiani normali.
Italiani meno normali.
Italiani da rivalutare.
Italiani da rimpatriare pur essendo nati a Cuneo.
Fu istituito anche il Ministero dell’Ordine Naturale delle Cose, incaricato di stabilire ogni settimana quali parole fosse consentito pronunciare senza incorrere nel reato di eccesso di complessità.
Il termine “complessità”, naturalmente, fu il primo a essere abolito.
Nell’Orlo Esterno
Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump aveva finalmente risolto il principale problema della democrazia americana.
Le elezioni.
Dopo la pesante sconfitta alle elezioni di midterm del 2026, il Presidente spiegò agli americani che il voto era stato nuovamente truccato.
Per evitare il ripetersi di simili tragedie democratiche, decise dunque che il metodo migliore fosse eliminare direttamente le consultazioni successive.
Una scelta accolta con favore da milioni di sostenitori.
La Casa Bianca precisò che non si trattava di una dittatura. Era soltanto un enorme risparmio organizzativo. E comunque era tutta colpa di Biden.
Le Nazioni Unite, ormai considerate un organismo eccessivamente multilaterale, furono profondamente riformate.
Su suggerimento della Casa Bianca, Gianni Infantino venne nominato Segretario Generale.
La sua prima decisione fu rivoluzionaria.
Ogni guerra sarebbe stata assegnata tramite sorteggio.
I conflitti più importanti avrebbero previsto andata e ritorno.
Per evitare contestazioni, il VAR sarebbe intervenuto anche nelle riunioni del Consiglio di Sicurezza.
Il diritto di veto venne sostituito dai tempi supplementari e, ovviamente, una telefonata di Donald Trump avrebbe potuto ribaltare la classifica provvisoria come i voti di Bruno Barbieri in 4 Hotel.
Elon Musk, nominato Commissario Mondiale per il Buon Gusto, annunciò invece la grande riforma culturale.
Ogni film prodotto negli ultimi cento anni sarebbe stato revisionato.
Le pellicole contenenti personaggi troppo inclusivi, donne eccessivamente indipendenti o dialoghi superiori a venti parole consecutive, sarebbero state rimontate grazie all’intelligenza artificiale.
In Casablanca, Rick non rinuncia più all’amore. Compra l’aeroporto.
In Schindler’s List il finale viene sostituito da un dibattito sulle inefficienze burocratiche.
2001: Odissea nello spazio dura quattordici minuti.
Kubrick, spiegano gli esperti nominati dal Ministero, “si era dilungato inutilmente”.
Ritorno a Mordor
Il nuovo Guardasigilli Mario Roggero presentava la storica riforma della giustizia.
Il codice penale venne ridotto a una sola norma.
“Se uno è convinto di avere ragione, proceda.”
Le Corti d’Appello furono trasformate in poligoni.
La presunzione d’innocenza lasciò il posto alla certezza dell’istinto.
I processi durarono finalmente pochissimo.
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli venne invece affidata a Mario Adinolfi.
Alla Direzione Giochi introdusse la più grande innovazione amministrativa della Repubblica.
Ogni slot machine avrebbe dovuto ricordare ai giocatori l’importanza della famiglia tradizionale prima di ogni puntata.
Le vincite superiori ai mille euro sarebbero state tassate in senso morale.
Quelle inferiori considerate un segno della Provvidenza.
Nel nuovo Impero, ogni problema aveva finalmente trovato una soluzione semplice.
L’economia? Sovranità monetaria.
La sanità? Patriottismo terapeutico.
Il clima? Un’invenzione.
La cultura? Un vezzo radicalchic.
La competenza? Un sospetto.
Gli esperti? Una categoria protetta. Purché confermassero sempre ciò che il Governo aveva già deciso.
Il sonno della ragione
Intanto, i manuali di storia iniziarono a cambiare velocemente.
Prima sparirono i capitoli più noiosi.
Poi le note a piè di pagina.
Infine i fatti che rischiavano di complicare la narrazione.
Quando gli studenti arrivavano al capitolo dedicato agli anni Venti del XXI secolo, trovavano una spiegazione rassicurante: l’umanità aveva finalmente scoperto che la complessità era il vero nemico della civiltà.
Da quel momento tutto era diventato infinitamente più semplice.
Anche troppo.
Fu allora che gli storici iniziarono a porsi una domanda.
Non come fosse stato possibile arrivare fin lì. La risposta era persino banale.
Ci si arriva sempre allo stesso modo: rinunciando un poco alla volta al dubbio, alla complessità, al confronto, sostituendo la fatica del ragionamento con la comodità dello slogan.
La domanda davvero difficile era un’altra.
Come avevano fatto milioni di persone a scambiare quel gigantesco teatro dell’assurdo per il trionfo del buonsenso?
Perché è proprio questo il tratto più inquietante delle distopie riuscite: non descrivono un mondo impossibile. Descrivono un mondo che, a forza di semplificazioni, parole d’ordine e ricerca del nemico di turno, finisce per sembrare plausibile. E quando il paradosso smette di far sorridere e comincia ad apparire credibile, forse il racconto ha già smesso di essere soltanto un racconto.









